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PERCHÉ IL GOL DI CRISTIANO RONALDO È UN’OPERA D’ARTE

Vedendo e rivedendo la prodezza di Cristiano Ronaldo mi sono convinto che non sfigurerebbe in qualsiasi museo d’arte europeo. Non mi sorprenderei di vedere il video del suo gol proiettato in loop su una parete del d’Orsay, oppure uno scatto del suo volo riprodotto in tantissimi pixel contro una parete del Reina Sofia, o scolpito nel marmo a fianco alla grazia scultorea di Amore e Psiche. Non mi sorprenderei, perché il gesto di Cristiano Ronaldo in Juventus-Real Madrid è a tutti gli effetti un’opera d’arte. Non so dire se al pari di un Picasso, o un Caravaggio. Le classifiche, le influenze, gli stili vanno lasciate ai critici d’arte. Ma quell’immagine – che rimarrà impressa nella memoria di generazioni e generazioni di sportivi -, quel volo d’angelo contro il cielo gonfio di pioggia di Torino ha certamente in sé tutte i requisiti che connotano l’opera d’arte.
Difficile, infatti, definire il recinto dell’arte, che cosa è dentro e cosa no. Ma se c’è un aspetto che la contraddistingue, è il tentativo di fermare il flusso del tempo, il drammatico tentativo di eternare lo scorrere dei giorni, delle ore, dei minuti. Di cogliere che cosa c’è nell’istante che accade, quale mistero, quale promessa sfuggente contiene. Di fissarlo per non perderlo mai più. Penso alla vocazione di Matteo del Caravaggio: quella luce, in quel luogo, in quel momento storico, quando Matteo si sentì guardato. Quel gruppo di amici che giocano a carte in uno scantinato turbato dall’arrivo di quell’uomo, l’incrocio di sguardi, l’equilibrio delle direttrici di forza tracciate dalle braccia. La commozione che ci genera immedesimarci in quel momento. Commozione di chi è stato guardato così nella vita almeno una volta e la commozione di chi invece non ha mai visto una cosa del genere ma sente quello sguardo come tutto ciò che il proprio cuore desidera.


Oppure penso alla grazia dolente dello sguardo di Maria verso suo figlio, dentro la perfezione matematica di un polittico del Crivelli del quattrocento, conservato nella cattedrale di Ascoli Piceno, la mia città. Ci commuove, ci fa sobbalzare perché in quegli occhi c’è fissato per sempre lo sguardo d’amore che è di tutte le madri, di ogni madre del mondo per il proprio figlio. E insieme c’è il dolore. Il dolore che stringe il cuore di ogni madre di fronte all’evidenza che un figlio non è qualcosa che si può possedere, che il ventre di una madre è chiamato ad ospitare una vita che non è sua.
Oppure penso ad una poesia di Caproni, all’architettura sonora di una suite dei Pink Floyd, alla prosa sferzante di una pagina di Bufalino. L’arte ha dentro la capacità di commuoverci perché riesce a rappresentare qualcosa della realtà che ci sfugge, che non riusciamo a comprendere e a far rientrare nei confini angusti della nostra ragione, quei confini in cui tutto è misurabile, comprensibile, commestibile. C’è qualcosa che sfugge, che l’opera d’arte misteriosamente riesce a fermare. Per sempre.

Ed è quello che è accaduto martedì sera. Tutti  abbiamo ormai stampato nella mente il corpo avviluppato in aria di Cristiano Ronaldo, il passo di danza con il quale il numero sette del Real Madrid segue la traiettoria della palla e spinge sulle gambe per librarsi in aria e andare a prendere quella sfera impossibile. Tutti abbiamo impresso in testa le fibre tese dei suoi muscoli sotto il pantaloncino , la punta del piede che si tende in un movimento perfetto – l’unico movimento possibile – per andare ad arpionare quella palla, che sembra gettata dal cielo solo perché si compisse quel momento. E poi, nel fermo immagine, compaiono i volti terrorizzati dei personaggi vicini a comporre l’opera perfetta; i volti terrorizzati, stupiti, colti di sorpresa degli avversari… proprio come gli amici di Matteo in quell’attimo fatale. Perché quando nella storia accade un fatto così straordinario ne benenficiano tutti quelli che ne sono investiti, anche chi si trova lì per caso, anche chi ne viene appena sfiorato. E’ per questo che non potremo dimenticare il volto di De Sciglio, umile faticatore del rettangolo verde, il suo volto ormai appartiene ad uno dei momenti più belli della storia del calcio.

Ci sono tutte le componenti del gesto artistico. C’è la perizia tecnica dell’autore – Cristiano Ronaldo è il prototipo del campione che con il lavoro costante, l’applicazione, l’allenamento ha perfezionato di anno in anno la sua tecnica, ha coltivato il suo talento immenso per diventare quello che oggi è. C’è il genio, che non è semplicemente riconducibile alla bravura tecnica di Ronaldo, o a qulsiasi meccanismo – un altro calciatore, magari altrettanto forte fisicamente e altrettanto allenato non avrebbe pensato a quel gesto atletico, avrebbe magari aspettato la discesa di quella palla per provare ad addomesticarla e poi girarla in porta o appoggiarla ad un compagno. Poi c’è l’ispirazione, che è qualcosa che non produce l’autore dell’opera ma che è interamente un dono – quella palla che viaggia in aria con i giri giusti, in quel preciso momento e in quel preciso luogo “suggerisce” al campione quel gesto atletico. Qualcosa che non produce l’artista ma qualcosa di misteriosamente donato. L’opera d’arte così come la prodezza di Ronaldo è sempre la risposta al suggerimento di un altro, a qualcosa che ci precede.
E poi c’è un quarto fattore, ancora più imponderabile, che è l’incontro miracoloso di tutti e tre queste componenti. Come lo scontro generativo degli elementi che avviene in una fusione chimica. In un determinato momento della storia, in uno spazio preciso dell’universo, accade che questi tre aspetti misteriosamente si incontrano ed insieme riescono nell’impresa di fermare il tempo, di fissarlo in qualcosa che va oltre il nostro naso, oltre la lunghezza del nostro braccio, qualcosa che partecipa di una realtà che non è solamente umana. Perché Ronaldo può essere bravissimo, allenato, preparato, dotato di immenso talento, eppure tutti questi fattori messi insieme non spiegano quell’alchimia perfetta del gesto atletico che abbiamo visto ieri. Quell’appuntamento perfetto – l’unico appuntamento possibile nella storia – del suo piede che libra in aria ad oltre due metri d’altezza e quella sfera di cuoio. E quando questo appuntamento impossibile accade, accade la bellezza. Che ci incanta, ci turba, ci disturba. Ci ferisce.
E ci ferisce proprio perché vediamo in un istante realizzato un ideale che misteriosamente portiamo impresso nel cuore. Perché quella palla arpionata ci dice che tutti nella nostra vita aspettiamo un momento così, un momento perfetto in cui tutto quello che il cuore chiede nella nostra quotidianità – incessantemente, senza darci tregua – è compiuto. Tutti desideriamo che la nostra palla che fluttua vorticosamente nel cielo possa essere addomesticata.

Ma Cristiano Ronaldo è poi ricaduto da quell’altezza. Non è rimasto appeso lassù con un filo invisibile alla punta di una stella, come ci mostrano le foto. Così il Matteo del Caravaggio. Non è rimasto per sempre in quel momento di grazia, nella sua vita avrà dovuto fare i conti con le sfide di tutti e con quella misteriosa elezione da parte di Gesù. Oppure Maria del Crivelli, che ha poi pianto distrutta sotto la croce per la morte di quel bambino che portava in braccio e che per lei era tutto. Ognuno ha la propria quotidianità da affrontare, da vivere. Le proprie miserie, le proprie bassezze.
Ma quel momento, quello sguardo, quel corpo avviluppato ad arpionare la palla in cui tutto è compiuto non sarà più dimenticato, sarà lì a ridirci chi siamo quando non lo vediamo più . E’ questo quello che fa un’opera d’arte.

Davide Tartaglia

Davide Tartaglia nasce nel 1985 ad Ascoli Piceno dove vive e lavora. Socio fondatore dell’associazione culturale “Quid Culturae” è anche redattore dell’omonima rivista. Suoi scritti ed interventi critici sono comparsi su diverse riviste. Collabora stabilmente con “Il sussidiario” e “Unacasasull’albero”. In ambito poetico ha pubblicato la raccolta di poesie “Figure del congedo” (Italic Pequod, Ancona 2014), vincendo lo stesso anno il Premio Guido Gozzano nella sezione Opera prima e il terzo premio del Premio Solstizio. In ambito critico ha recentemente pubblicato un’antologia su poeti del secondo novecento dal titolo “Sulla scia dei piovaschi. Poeti tra due millenni”, per i tipi di Archinto.

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