Passi Passati – La poesia di Eliza Macadan

Eliza Macadan, classe 1967, poetessa di Bucarest, è stata recentemente a Bologna per presentare “Passi Passati” (Passi Passati, Eliza Macadan, Joker, 2016). Da tempo scrive in lingua italiana, francese, rumeno, ma anche ha alle spalle diverse esperienze come traduttrice. Ha esordito nel 1988 sulla rivista mensile di cultura romena “Ateneu”. La leggiamo quasi trent’anni dopo e subito constatiamo che i suoi versi sono pregni di maturità, di humanitas e una crudezza rasente il reale, quasi come una cronista che nelle tre sezioni, in cui è diviso il libro “Passi Passati”, mantiene un distacco da regista con le azioni che sconvolgono il mondo, ma mai perde l’aderenza alle cose della vita.

A questo occhio critico si lega una vena storicistica, dove la storia diventa più di un sentimento, memoria: «ci chiedono in tanti/ quando avremmo voluto vivere/ fare il nostro ruolo/ in che frammento di tempo/ ci sarebbe piaciuto essere distribuiti/ io non ricordo che momenti precisi senza saper dire il secolo[1]». Citando Eliot[2]:«Un popolo senza storia non è redento dal tempo,/ perché la storia è una trama di momenti senza tempo». Ma la storia della Macadan si permea anche di materiale biografico e lei affonda le sue radici fino a rimandi omerici, fino ad un archetipo che non si venera, ma lo si accetta, fino alla mitologia.  Ed è il mythos (“parola”,”racconto”) che in questa raccolta la poetessa tocca – ferri del mestiere con cui non si può scherzare – giocando pulito. Di fatto, alla presentazione di Passi Passati disse che «si sta sulle spalle dei giganti» («Si cerca/inutilmente/quelli prima di noi e quelli dopo[3]» e ancora «i libri stanno chiusi in me») – in un italiano sporco, non quello nostro, di indigeni, ma un italiano sporco che è primitivo, dimenticato quanto queste parole – e potrebbe risultare un’asserzione scontata, ma non è affatto così, si vedano le recenti diatribe spezzine sotto il versante poetico-genealogico uscite nelle scorse settimane su Midnight Magazine.

La punteggiatura è assente, instaurando così un continuum tra poesie e sezioni. Il verso è ben bilanciato, seppure non rispettando canoni metrici classici. In tutto e per tutto esente da manierismi di qualsiasi tipo, riconoscendo che la figura di un poeta non può ri-avvalersi di una funzione sociale ormai persa, ma può rigenerarla e rimodularla: ed è la forza che scorre nelle sue poesie. «Arrivare qui/ deporre le armi ai piedi del Mondo/ non lottare perché non c’è causa»[4].

Frammisto ad un pensiero stoico, tra gli altri topoi, troviamo il leitmotiv della «polvere». Rimando biblico alla Genesi, ma non solo: con questo fare ricopre il campo religioso, quanto quello umano e tutto, qui, si estende in orizzontale, senza slanci: «non guardate indietro/alle vostre vite/ ma agli inizi della specie/ granelli di polvere/ polline prezioso/ rimarrà/ soltanto sugli specchi/ che ora vi tengono/ compagnia».

 

Il rapporto materiale con la poesia secondo la Macadan dipende dalla «scelta di determinate parole, che siano atte, adeguate, capaci di concretizzare l’idea, per non dire l’oggetto artistico stesso. Quella parola particolarizza l’immagine e la aiuta a profilarsi nella mente di chi la legge, l’autore in primis. Per lungo tempo è stato detto che, come regola, sarebbe possibile fare poesia nella misura in cui la parola è usuale, semplice, perfettamente adatta alla lingua. Ma noi sappiamo che ci sono mille e uno modi di fare poesia e altrettanti di “etichettare” un testo qualunque “poesia”».

Essendo madrelingua rumena la traduzione vige come dictat. La poetessa, però, non risente dei limiti del linguaggio, e rimanda a Wittgenstein, sostenendo che i «limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo». Ogni parola si fa esplorazione dei geni della lingua in cui la Macadan scrive, e dove le possibilità linguistiche si estendono; e, quando l’area di Brera non si accende per concedere una parola precisa, ecco che francesismi, anglismi etc sono leciti, intervengono a supplire, a completare in aiuto.

Dicevamo prima l’assenza di una figura poetica totalitaria-vate a discapito di una presenza che tenta più volte di instaurare un dialogo con il lettore, dialogo aperto. La Macadan, come il destinatario, è in cerca di una verità comune, possibile quanto stabile. La poesia si fa medium per gettare basi democratiche senza tralasciare nessuno all’appello, neppure il «vecchio» che rovista tra la spazzatura in quel di Bucarest. E questa verità comune inizialmente neppure pare esistere, – «passano tutti senza sapere/passano incolonnati[5]», qualche verso sotto: «passano come secondi» – si noti infatti l’assenza del complemento oggetto affianco al verbo sapere. Poi si spalanca l’idea di essere noi stessi il mistero, ciò accompagnato dal nostro divenire essenza temporale per similitudine.

Grande, quindi, l’autrice per la sua visione umana nei confronti di ciò che la circonda e di cui si impregnano i suoi versi. «Il poeta basa la sua capacità sulle sole doti naturali, ha il suo stimolo nelle forze dello spirito ed è ispirato da un soffio che oserei dire divino»[6]. A queste parole di Cicerone ci si deve affidare per dire che tuttora sia possibile la poesia, e in questo caso la poetessa non avanza critiche sociali, politiche o solipsistiche, ma la nostalgia della poetessa (parola composta dal greco νόστος (ritorno) e άλγος (dolore): “dolore del ritorno”, appunto, sui passi passati: nella sezione finale questo sintagma viene ripetuto a mo’ di mantra) rientra in un contesto sociale di condivisione della pena, in un necessario specchiarsi nell’altro per comprendere l’essere umani: «qualcuno ci spartisce/punizioni esatte a giorni a ore senza discriminazione[7]».

Nella staffetta della storia la Macadan si impone, ed è precisa quanto un istante nelle sue asserzioni: «il bene s’impara/ il male si eredita».[8]

 

passi passati

di morte ricorda

ogni risveglio

son colme le differenze

vuota l’identità

da qui inizia

il cammino[9]

 

[1] Eliza Macadan, Passi Passati, p.42

[2] T.S.Eliot, Quattro Quartetti, Little Gidding

[3] ib. nota 1 p.23

[4] ib. nota 1p.23

[5] ib. nota 1 pag 51

[6] Cicerone, Pro Archia, 18, trad. di G. Bellardi

[7] ib. nota 1 pag 61

[8] ib. nota 1 pag. 73

[9] ib. nota 1 pag 75

Michele Maggini

Michele Joshua Maggini è nato a Jesi nel 1996. Studia lettere moderne presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna. Collabora dal 2016 con il Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna e scrive articoli per la testata online Midnight. È stato tra i menzionanti, per la sezione inediti, del premio Elena Violani Landi 2016. Delle sue poesie sono risultate finaliste in altri concorsi come PoverArte. “Esodo” è la sua opera prima, con la quale ha vinto la prima edizione del concorso Poié – le parole sono importanti 2017.

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