Passaggi alpini

Giovedì pomeriggio, grossomodo attorno alle cinque, Alpe d’Huez, la montagna degli olandesi. Neanche a farlo apposta, in testa c’è un Oranje. Steven Kruijswijk sta tentando l’impresa della vita: nonostante sia ben messo in classifica generale, si è infilato nella fuga del mattino e ora, tutto solo, un tornante dopo l’altro, lotta contro la montagna. A lungo ha vestito la maglia gialla virtuale ma, pian piano, questa gli si sta sbrindellando addosso. È arrivato ad avere sette minuti di vantaggio, ma dietro menano come maledetti e lui ha già incamerato tanta fatica; fa come può, ma il suo tesoretto temporale si assottiglia inesorabile. Addio maglia, forse, addio annali. Dietro di lui si è scatenata la battaglia: sono in caccia i migliori della classifica generale, pilotati da Egan Bernal, luogotenente di Froome e della maglia gialla Thomas – il giovane colombiano non si fa domande su chi sia il capitano vero tra i due, tira e basta: è il suo dovere – sulle sue ruote, oltre ai due compagni di squadra, Dumoulin, Nibali, Bardet, a tratti, Landa. Attorno a loro un clima tra spettacolare a terrificante: centinaia di migliaia, forse un milione, di persone urlano, corrono, scattano foto, qualcuno accende addirittura dei fumogeni. I corridori vanno avanti, su un angusto sentierino ricavato tra facce, mani, e bandiere di ogni colore: Kruijswijk prima, poco dopo gli altri.

Mancano meno di quattro chilometri al traguardo, sta per iniziare la zona transennata, finalmente la sede stradale sarà più libera; fatalmente, questo spazio sarà aperto da un restringimento. Attacca Bardet. Poco prima delle transenne Froome decide di andarlo a prendere, accelera brutalmente, rispondono Nibali e Thomas infilandosi dentro un fumogeno arancione. Non si vede nulla, la regia stacca. Nell’immagine successiva Vincenzo Nibali è a terra, grida, con le mani sulla schiena: per inseguire Froome si è avvicinato al pubblico, la tracolla di una reflex si è incastrata nel manubrio. Un uomo lo solleva di peso in una sorta di Pietà della strada – scenografica, sì, ma anche pericolosissima – riprende la bici, ritrova un ritmo rabbioso ed efficace. Davanti si studiano, sono allargati su tutta la sede stradale, finalmente sgombra, e si guardano. Bardet è il primo a rompere gli indugi. Vorrebbe evitare di cadere nella rete degli Sky, non gli riesce: Froome lo riprende, spezzando definitivamente anche i sogni di Kruijswijk, Thomas allunga e vince su Dumoulin, Bardet stesso e Froome. Nibali arriva tredici secondi dopo. In effetti non male: ha approfittato delle fasi di studio, ma è venuto su con forza. Rabbia , adrenalina e forza di volontà hanno cancellato il dolore, evidentemente molto forte: nella caduta Vincenzo si è fratturato una vertebra, il giorno dopo non potrà ripartire.

La frazione dell’Alpe d’Huez doveva essere una delle tappe di tornasole di questo Tour de France, così è stato, dal punto di vista ciclistico e non solo. Ha riaperto la riflessione sulla sicurezza dei corridori, all’interno di uno sport che fa proprio della vicinanza alla corsa uno dei suoi punti di forza. Gli atleti passano a un centimetro dagli appassionati, vicinissimi all’amore e al tifo caloroso della maggioranza, pericolosamente esposti alla stupidità dei pochi mentecatti che preferiscono essere protagonisti, non solo splendida cornice, finendo per rovinare lo spettacolo a tutti. Un Tour senza un Nibali in quello stato di forma è chiaramente menomato e di questo possono accorgersene tutti, l’organizzazione in primis, senza che qui da noi ci si abbandoni ai piagnistei nazionalisti letti su alcuni giornali. Sono cose che, purtroppo, succedono, è semplicistico e troppo facile affibbiare colpe senza considerare una serie fattori. Una riflessione sensata potrebbe essere, invece, quella sulla grandezza elefantiaca del Tour de France. Il suo muovere una mole gigantesca di persone, interessi, e prestigio spesso finisce per fagocitarlo, creando situazioni problematiche per diversi aspetti: avere il dovere e l’obbligo di garantire la sicurezza di corridori che passano attraverso un un milione di persone, stipate lungo quattordici chilometri, è solo il primo di questi, anche se eccezionalmente importante; il prestigio dato da una vittoria di tappa, e i premi molto consistenti fanno sì che il clima sia molto nervoso, favorendo incidenti e cadute, finendo per impoverire lo stellare parco concorrenti, ne sono prova gli abbandoni di Porte e Uran e gli acciacchi di molti altri; l’importanza per la carriera di un atleta di un piazzamento in questa gara finisce spesso, grazie a Dio non quest’anno, almeno per ora, per congelare la corsa, sfavorendo lo spettacolo. Questi problemi, naturalmente, non nascono adesso, ma si trascinano di anno in anno. Chissà cosa avrebbero pensato quei sessanta poveri diavoli pronti a partire per la prima edizione del Tour, attorno alle 3 del mattino di un giorno di luglio del 1903, se qualcuno avesse raccontato loro che la follia cui si accingevano a dare vita un giorno sarebbe diventata questa gigantesca macchina, complicatissima da controllare?

La tappa dell’Alpe ha, fortunatamente, offerto anche spunti ciclistici, riguardanti non solo il Tour, ma anche il resto della stagione. Gli scenari più lontani sono legati alla ripresa di Nibali, alla sua possibilità o meno di partecipare alla Vuelta per preparare quello che è sempre stato l’obiettivo principale di quest’anno: il durissimo mondiale di Innsbruck. Per restare in terra di Francia, invece, la riconferma di Thomas in giallo e, soprattutto, il modo in cui è maturata lascia crescere delle inquietanti ombre in casa Sky. I due principali contendenti per il successo finale vestono la loro ecologica divisa, gestirli sarà una vera gatta da pelare: in passato i gregari sono stati sacrificati al capitano designato, ma non si erano mai trovati in maglia gialla con più di un minuto e mezzo di vantaggio. Alle loro spalle un più che mai combattivo Tom Dumoulin deve cercare di esplorare queste crepe, cercando di rosicchiare ancora qualche secondo, per potersi giocare tutto nella crono finale, sabato prossimo, campo nel quale eccelle. Sia Froome sia Dumoulin hanno corso il Giro, bisognerà verificare se nelle impegnative tappe pirenaiche la corsa rosa presenterà loro il conto oppure no. Niente Giro sulle gambe per Thomas e per il terzetto di stelle Movistar: Valverde, Landa e Quintana fino ad ora hanno deluso, sono chiamati alla riscossa sui Pirenei. In tutto questo si insinua l’incognita Roglic, spalleggiato dall’ammirevole Kruijswijk: il giovanotto mostra un bello stato di forma, può provare a far saltare il banco. Tra oggi, con la seconda tappa sul Massiccio Centrale, il passaggio pirenaico di settimana prossima, e la cronometro di sabato vedremo finalmente dipanato con chiarezza un ricciolo giallo fino a questo momento quanto mai annodato.

Michele Polletta | Piché Café

Piché - al secolo Michele Polletta - nasce e cresce a Biella, corre a Milano per studiare filosofia: per ora, è ancora lì. Vivace, loquace, pugnace, iperattivo si dedica a una serie di sport che poi segue in modo ossessivo, dal divano o dal vivo, comunque senza muovere un muscolo. Alcuni sostengono che li racconti meglio di come li pratichi. Scrive, ma soprattutto parla, parla, parla: poco importa che si trovi a scuola, dove insegna, in un bar, o alla radio

Lascia un commento

Previous Next
Close
Test Caption
Test Description goes like this