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Pantone, Kapoor e tutti i colori del 2017

Di tutti i colori.
Con buona pace dei daltonici, l’inizio di questo nuovo anno sembra essersi colorato di tinte piuttosto vivaci nel panorama culturale internazionale.
Tutto è cominciato – come ogni anno a partire dal 2000 – con la proposta Pantone per il colore del 2017: un’istantanea a colori che prova a raccontare la società contemporanea definendone il mood prevalente per l’anno che sta per cominciare. E allora, che sia un anno più greenery per tutti!
– Più che!?
Greenery, Pantone color of the year 2017.
Greenery è un verde-giallo luminoso, fresco, “rivitalizzante”; che evoca nuovi inizi.
E’ il colore del rinnovamento dei primi giorni di primavera, un invito a prendere un respiro profondo, per ossigenarsi e rinvigorirsi.
In effetti la scelta di quest’anno da’ colore a quel desiderio diffuso di naturalità e purezza che il mercato ha prontamente colto al volo, suggerendo la versione green di qualsiasi prodotto. Come è già successo per la birra verde, per esempio, arricchita con estratto di clorofilla e con proprietà antiossidanti.

Certo il cambiamento è importante e rinnovarsi fa bene allo spirito, ma non si poteva riconfermare calm and serenity anche per il 2017? No eh? Pantone in fondo di strappo alla regola ne aveva già fatto uno, proponendo nel 2016 per la prima volta due colori anziché uno.
Quartz and Serenity. Pantone colors of the year 2016
L’anno precedente infatti, la scelta era caduta sul rosa quarzo e l’azzurro “serenity”. Una proposta cromatica innanzitutto idealistica, che invitava all’incontro degli opposti – caldo e freddo – affinché dalla fusione nascesse una sfumatura carica delle sue componenti originarie, in grado di comunicare la ricchezza che deriva dall’abbattimento dei confini e delle definizioni nette. Una combinazione delle tonalità che la cultura contemporanea ha connotato maggiormente; divenute per antonomasia il “femminile” e il “maschile” dei colori. La novità del 2016 stava tutta dentro la sfumatura: pacifico risultato di un addizione.

Di un po’ di calm and serenity avrebbero avuto bisogno anche gli artisti Anish Kapoor e Stuart Semple che si sono pubblicamente dichiarati guerra sui colori. Del resto non sono pervenute sfumature neppure modeste nel nero più nero di sempre, esclusiva di Kapoor, e neppure nel fucsia più acceso di Semple.
L’invenzione rivendicata dai due artisti consiste proprio nell’essere riusciti a produrre dei colori ad un livello di purezza ed intensità – in termini di assorbimento delle radiazioni luminose – fin’ora ineguagliate.

Le premesse ci sono tutte, perché dallo scambio di battute via social si passi alla rissa da bar con derive da Holi festival.
Holi festival
I fatti sono andati così: nel 2014 la NanoSystem brevetta la sostanza più scura mai prodotta dall’uomo. E’ Vantablack, una tinta capace di assorbire fino al 99.96 per cento delle radiazioni luminose che lo investono, praticamente il colore di un buco nero. Al momento della rivelazione, la stessa NanoSystem dichiara in proposito:

«Vantablack è il colore che cambierà radicalmente il nostro modo di vedere l’universo».

– Scusa, hai detto vedere?
Dapprima la sostanza conosce applicazione solo in ambito militare e scientifico. Poi arriva Kapoor, e il Vantablack estende il suo campo di applicazione alla sfera artistica e creativa (di Kapoor). L’artista infatti chiede e ottiene l’esclusiva assoluta sul suo utilizzo.
E alla fine arriva Semple. Ma arriva tardi.

L’artista inglese, che avrebbe manifestato il disperato bisogno di sondare le possibilità creative del nero più nero del mondo, scopre di non averne la possibilità, appunto perché non si chiama Kapoor. Ed è così che, in maniera del tutto disinteressata, nel novembre del 2016 lancia PINK, un fucsia acceso, che modestamente l’artista apostrofa come il rosa più rosa del mondo.
PINK! è il colore con il quale Stuart Semple ha risposto provocatoriamente all'esclusiva di Kapoor sul Vantablack
Dimostrando poi di non essersela presa affatto, e con tutta la superiorità british di cui è capace, ne lancia la vendita al pubblico sul sito Culture Hustle. Dove 50 gr di prodotto sono venduti per 3.99 sterline, ma al momento di procedere al check out un messaggio chiede al cliente di autocertificare che non si tratti del signor Anish Kapoor; che non ne sia parente, amico, collaboratore, cugino di terzo grado, amico di uno che era amico di uno che al college era vicino di stanza di Kapoor. Insomma, più che una provocazione, un modo per far arrivare alle orecchie del noto artista di origini indiane, un messaggio: e su Kapo! Dacce il Vantablack!.

In effetti la pretesa di Kapoor è piuttosto eccessiva, una persona sola non può detenere l’esclusiva di un colore. Immaginate se col vantablack facessero un mascara, io credo di averne un assoluto bisogno; oppure vestiti… insomma quel nero lì sfina sul serio, è la fisica che lo dice, non c’entra la suggestione.
Kapoor però non cede, così nel dicembre del 2016 Semple rincara la dose, e non potendo avere il colore che cancella la materia, lancia la vendita di una polvere di vetro capace di riflettere fino al 99.8% della luce che lo investe. Praticamente il segreto dell’invisibilità era nei glitter e non ci avevamo mai pensato.
Diamond Dust è il secondo pigmento lanciato da Stuart Semple su culturehustle.com
Al di là del prestigio, della notorietà e di quanto quotati siano Kapoor e Semple nel mercato dell’arte internazionale, i due artisti mi hanno ricordato le schermaglie da bambini che nascono fra i banchi di scuola; della mia compagna di banco di allora, e di quando, qualsiasi pastello le chiedessi gentilmente in prestito, lei con l’astuccio traboccante di colori, simpaticamente mi rispondeva con un “no” secco e senza motivazioni. Eppure io non avevo chissà quali pretese, non le chiedevo il blu Klein o un vantacolore qualsiasi, andava bene anche un verde Paolo Veronese. Ci vuole pazienza.
Con gli artisti ci vuole sempre un po’ di pazienza.

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