Orazio Labbate e il riscatto della lingua

Orazio Labbate è un fuoriclasse. Chi apre a caso uno qualsiasi dei suoi lavori se ne accorge dopo due righe, Labbate non è uno di quegli scrittori che carburano piano, no – brucia lo scatto, punta tutto sul secondo e sul centimetro, come quelle tele di Testori così cariche di colore che lo strato è spesso cinque centimetri e il peso quattro volte superiore a quello di un qualsiasi quadro della stessa dimensione. Labbate, dantescamente, è un prodigo: nella sua opera tutto è all’insegna dello spreco, dell’elevazione a potenza, dell’esagerazione, della macelleria fastosa, del tracollo monumentale, messo al riparo da una fortissima sicilianità che ne convalida a pieno titolo la patente barocca e manierista, da sfrenato secentesco, un Giovan Battista Marino che sia passato attraverso non solo il gotico ma anche il surrealismo, le avanguardie, il pulp, il fumetto, l’urban fantasy, il metal, il camp, il gore.

Che cosa sia poi nello specifico questo materiale, il suo ultimo romanzo Suttaterra (Tunué) – sequel del fortunato Lo Scuru (2014, sempre Tunué) – è il miglior luogo per capirlo. Suttaterra è la storia di Giuseppe Buscemi, figlio di un predicatore, emigrato dalla Sicilia a Milton, in West Virginia, rimasto prematuramente vedovo dell’amatissima compagna Maria. La storia s’avvia a partire da un perfetto congegno di affabulazione: Giuseppe riceve una lettera della moglie defunta, che lo invita a raggiungerla a Gela, luogo del loro matrimonio. Inizia così un viaggio visionario e regressivo che dagli Stati Uniti di Lynch conduce in una Sicilia ctonia e ancestrale, collocata alle radici di un tempo precivile e irrazionalistico che ricorda le spericolatezze stregonesche di Vincenzo Consolo.

Due estremità, Lynch e Consolo, che – insieme a Ligotti – già il risvolto di copertina apertamente segnala, con lo scopo apparente di svelare e quello effettivo di omettere, giacché il tessuto citazionale di Labbate è estremamente più fitto di quanto questa triade lasci intendere. Le già numerose recensioni fanno bene a enumerare i riferimenti e a decrittare i codici, perché in realtà Suttaterra è costruito nella sua pressoché totale interezza da citazioni, di quelle citazioni non di testo o di luogo ma d’immagine e di timbro: Pynchon e Tarantino, True Detective e la Bibbia, Lansdale e Kafka, Bufalino e McCarthy, Testori e Frank Miller, Faulkner e Stoker, Walpole e Perriera, un cortocircuito di visioni, un’operetta di iperletteratura la cui vera matrice va ritrovata nelle operazioni di Queneau, Le Lionnais, Perec. In Suttaterra è tutto finto, tutto è icona, tutto è cliché riattraversato e segnalato: l’America così e la Sicilia così, il predicatore e il benzinaio, l’invettiva contro il Padre e la Madonna crucciata e il luna-park fatiscente e, ovviamente, il nano. Si vada a guardare quei piccoli dispositivi di svelamento, quelle brevi sintesi dell’insieme che sono il Prologo e il Diario di Bernardino Renfield – citazioni di citazioni in cui Labbate apre per un secondo la cassa di funzionamento della macchina. Tutta l’operazione è d’altronde dominata da una buia ed euforica ironia, perché – va da sé – niente qui è anche solo lontanamente simile all’essere realistico: già dallo Scuru Labbate ha capito che il naturalismo è una strada troppo stretta per un autore così poco narrativo, a così alto tasso d’implicazione. Sfidando ogni documentarismo modaiolo, alla realtà Labbate ci arriva per vie più tortuose, e sfida la nozione di realismo attraverso tutt’altra scorribanda: quella della lingua.

Mi sembra infatti evidente che il «tuttofinto» di Labbate si riscatta, si avvera – si verifica, si “fa vero” – in virtù di una delle più ardite, sregolate e interessanti operazioni linguistiche della letteratura italiana di questi anni. Ignorando finalmente e felicemente qualunque distinzione tra il «cosa» e il «come», la formidabile impalcatura citazionistica di Labbate letteralmente succede nella lingua e da essa non può prescindere in nessun momento e a nessun livello. È il demone di Gadda e di D’Arrigo a dare vita a questo Frankestein, a conferirgli una grazia feroce, un’allegria sulfurea, una violentissima qualità tonale. Labbate torna a dimostrare che la lingua è tutto, che non esiste operazione letteraria al di fuori dello stile, di una parola la cui verità non venga dal messaggio ma dalla spericolatezza, dalla temperatura, dal rischio che rappresenta e porta in sé, dal tentativo di operare uno sfondamento. Di essere insomma – per dirla con Saussure – dentro il linguaggio, lingua.

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