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On the shoulders of giants #1 – Una riflessione

Abbiamo tutti un’immagine più o meno vaga di cosa sia un buco nero: un oggetto la cui attrazione gravitazionale è così intensa da non lasciar sfuggire neppure la luce. Un oggetto del genere, letteralmente non si lascia sfuggire nulla. Il problema dei buchi neri è che ti sbattono in faccia il limite della tua conoscenza, non lasciano spazio all’autocompiacimento e all’illusione di aver capito la realtà. Certo, questo problema si presenta con ogni realtà che crediamo di conoscere, ma qua siamo proprio sulla frontiera della conoscenza. Come dire che il problema di procacciarsi il cibo è una necessità con cui tutti devono fare i conti, ma provate a farlo a Roma o a farlo nella regione antartica! Da un buco nero non trapela quasi nessuna informazione, quindi si capisce quanto possa essere ardua l’impresa di chi volesse studiare tali oggetti, dal momento che nessun buco nero è propenso a fare concessioni ad un eventuale osservatore.

Prese le debite misure con uno dei tanti mostri spaventosi che popolano la fisica, si può spiegare lo sconcerto nel constatare che c’è chi ha fatto della termodinamica dei buchi neri il suo pane quotidiano. Tra i tanti temerari che si sono addentrati in questa giungla, il più famoso è certamente Stephen Hawking, mancato nella notte del 14 marzo 2018 all’età di 76 anni.

La maggior parte di noi non conoscerà l’opera di Hawking né i suoi risultati teorici, tra cui la radiazione dei buchi neri che una decina di anni fa veniva data come risposta a chi si preoccupava dell’accensione dell’acceleratore di particelle LHC nel CERN a Ginevra, però la sua figura è entrata nel nostro immaginario (e continuerà a farlo sempre di più) tanto da farlo includere nel Pantheon dei più grandi fisici assieme a Newton, Einstein e pochi altri, o almeno (e scusate se è poco) il più grande fisico della nostra epoca. Di questo grande scienziato mi hanno sempre impressionato, oltre i risultati raggiunti, anche il punto di partenza e il “modo di viaggiare”, almeno per come li ho percepiti dai media.

Come è noto, Stephen Hawking soffriva da decenni di una malattia degenerativa imparentata con la SLA, ma a decorso più lento. Ciò che mi ha sempre suscitato ammirazione è che la sua condizione non è stata per lui un motivo di rinuncia. Qualcuno dirà (e qualcuno mi ha detto) che in quelle condizioni, non avendo alternative, non avrebbe potuto fare altro se non un’intensa attività intellettuale. Non sono d’accordo. Quell’intensa attività intellettuale avrebbe benissimo potuto non farla: piangersi addosso, rinunciare ad essere parte del mondo e aspettare (o chiedere) la morte occupandosi esclusivamente di sopportare la sua sofferenza. Ognuno ovviamente ha il proprio temperamento e la sofferenza in particolare è un’esperienza a cui ciascuno reagisce in maniera personale, ma non posso fare a meno di accostare per opposizione questa “tenacia alla vita” con l’atteggiamento rinunciatario che non di rado vedo attorno a me e a volte anche dentro di me. Quel voler gettare la spugna per non mettersi in gioco e non rischiare la sconfitta, come se la non sconfitta fosse una mezza vittoria, come se l’epitaffio di George Gray, che Lee Master ci regala nella Antologia di Spoon River, fosse il leitmotiv di tante, troppe esistenze.

C’è poi un secondo aspetto che mi ha spiazzato nel modo di vivere di Hawking, cioè il fatto che pur partendo da una situazione per lo meno faticosa e pur essendo un’eccellenza nel suo campo, ha mostrato la capacità di scendere da quell’altare di sacrificio e gloria che sarebbe spontaneo costruirsi con una condizione fisica e con dei meriti professionali come i suoi. Penso, infatti, alle sue inclusioni in serie animate come i Simspon e Futurama, serie tv come Star Trek o The Big Bang Theory o le citazioni dei Pink Floyd, che hanno contribuito a renderlo anche un’icona del nostro periodo. In un contesto dove spesso si cerca di ottenere qualcosa in più col vittimismo da talk show o si assiste a piccole e grandi prevaricazioni basate su presunte, se non addirittura inesistenti competenze, fa comunque un certo effetto incontrare questo stile.

Nel nostro mondo sempre più anglofono non posso fare a meno di notare che Hawking deriva da to hawk: “cacciare col falco”, ma anche, nelle ulteriori accezioni, “portare in giro la merce per vendere” e “diffondere idee e informazioni”. Mi sembra un buon manifesto programmatico per uno che, pur svantaggiato, non ha rinunciato alla preda dei suoi studi e che, oltre a divulgare le sue scoperte anche ai non specialisti (“Dal Big Bang ai buchi neri. Breve storia del tempo” è un best seller di divulgazione scientifica), ha portato in giro la sua persona e si è virtuosamente venduto al mondo della gente comune superando la cerchia degli addetti ai lavori, cerchia che, per ironia della sorte, aveva già cara la data della scomparsa di Hawking come giorno del pi greco e come anniversario di nascita di Albert Einstein.

Non voglio cadere nella facile incensazione di qualcuno che ho percepito solo attraverso uno schermo ed è evidente che non stiamo parlando di un supereroe: la depressione dopo la diagnosi medica e le fatiche susseguitesi nella sua vita personale sono decisamente più oggettive delle mie opinioni, tuttavia non posso fare a meno di pensare che quest’uomo possa aver insegnato qualcosa anche al di là del suo campo, come fanno tutte le grandi personalità che incontriamo, siano esse famose o destinate ad essere da noi conosciute in modo privato e quotidiano. Perché forse un buco nero non lo incontreremo mai, ma viviamo le nostre esistenze tutti i giorni.

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