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Oltre il 25 novembre: una violenza silenziosa sugli scaffali delle librerie

È da pochi giorni passato il 25 novembre, una data che ha per me una doppia valenza, insieme intima e pubblica. Oltre ad essere il compleanno delle mie sorelle, infatti, è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. In quanto donna e – nel mio piccolo – giornalista, il 25 di quest’anno mi sono detta: “Certo, sarebbe l’occasione per scrivere qualcosa a riguardo”.

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Confesso: per indole, diffido da queste convenzioni. Mi sembra che ormai ci siano giornate mondiali contro e a favore di tutto. Alcune sono ricorrenze importanti – come questa. Altre lo sono di meno (lo sapevate che il 13 novembre è la giornata mondiale della gentilezza?).

Un po’ come per i santi, prima o poi finiremo i giorni disponibili sul calendario e non avremmo comunque risolto nessuno dei grossi problemi che ci impegniamo così ardentemente a ricordare. Disattenti, volubili e commercializzati, lottizziamo le questioni più disparate – dal cancro all’edilizia scolastica, dall’immigrazione alla sicurezza sul lavoro – assegnando ad ognuna di esse ventiquattro ore di tempo e di pensiero superficiale, per sentirci meno in colpa e smettere di occuparcene il giorno dopo. Siamo tutti antifascisti, ma solo il 25 aprile.

Avevo comunque pensato che valesse la pena accantonare questa mia antipatia, per affrontare un argomento serio, spinoso e triste e per farci i conti. Per fare i conti con la paura di prendere l’autobus se fa già buio, con la vergogna che provo se la notte tornando a casa cammino più veloce del necessario, con la rinuncia a viaggiare se devo farlo da sola.

indexNon ho scritto niente. Ho fissato lo schermo per una mezz’ora buona. Ho chiamato a raccolta nella testa tutti i riferimenti, le personalità, le teorie, le vicende: Virginia Woolf, Simone de Beauvoir, l’aborto, la discriminazione sul lavoro, il licenziamento in bianco, Lucia Annibali, la sotto-rappresentazione delle donne in politica, Hillary Clinton e il “soffitto di cristallo”, la scarsa attenzione mediatica ricevuta da Non una di meno, la mobilitazione del 26 a Roma.

Niente. Non m’è venuta fuori neanche una parola striminzita. Davanti a quel niente ho provato, in rapida sequenza, tre cose: confusione, vergogna, senso di colpa. “Ma come?” – mi sono chiesta – “non ho niente da dire su una cosa che mi tocca così da vicino?”.

Dopo, ho capito che avevo semplicemente paura.

Abbiamo, di questi tempi, un serio problema con il femminismo, con la disparità di genere e soprattutto con le donne che si azzardano a parlarne e a sottolineare che sì, c’è ancora bisogno di affrontare la questione. L’uomo che parla di femminismo è un nobile, la donna è soltanto una rompipalle. Pensate a Laura Boldrini. Il problema – nel quale mi sono impantanata anche io – è che in qualunque modo se ne voglia parlare, si sbaglia e si verrà rimproverate.

Mi spiego. Se ti lanci in una spassionata denuncia contro le discriminazioni ancora oggi lampanti, ti dicono che sei una femminista acida, una di quelle che è rimasta ferma agli anni sessanta e che odia gli uomini. Se ti concentri su ciò che di buono è stato fatto, sui diritti conquistati e le battaglie vinte, sei troppo morbida e buonista. Se confessi di non capire come sia possibile che – dopo essere stata picchiata a sangue dal compagno tre, quattro, cinque volte – qualche donna ancora possa dire “in fondo è tanto innamorato”, ti rispondono che sei un’insensibile e una maschilista. Così, nel tentativo di accontentare tutti, si rischia di fare della retorica piaciona in cui ci vogliamo molto bene tra di noi, in fondo siamo finalmente uguali perché in parlamento c’è Maria Elena Boschi ed è tutto bellissimo.

Frustrata da un argomento che mi sembrava più grande di me, ho deciso che sul 25 novembre non avrei scritto niente e sono andata a farmi un giro alla Feltrinelli. Mi sono messa a sfogliare un romanzo seduta su una delle poltroncine nere, ma ho subito capito che c’era qualcosa che non andava. Non ero tranquilla. Sentivo come un fastidio alla nuca. Mi sono guardata intorno e ho capito che si trattava di un disturbo visivo.

In Feltrinelli, come in tutte le librerie d’altronde, si dividono per comodità i libri in categorie. Ci sono i classici, la poesia, la critica letteraria e così via. A disturbarmi era un grosso cartello rosso a caratteri bianchi, che campeggiava sugli scafali alla mia sinistra e recitava: “Letteratura al femminile”.

All’inizio, ho pensato che si trattasse di libri scritti da donne. L’ho trovata una precisazione un po’ inutile: se un libro è bello, è bello e basta – non importa che l’abbia scritto una con le tette o uno con la barba. Poi però mi sono avvicinata, e ho scoperto che non era così. Gli autori erano sia maschi sia femmine. Se la categoria non individuava gli autori, doveva riferirsi per forza di cose ai lettori – in questo caso alle lettrici.

Parafrasando il cartello, mi trovavo davanti ad uno scaffale di “libri scritti per essere letti da femmine”. Nemmeno da donne, proprio da femmine. Possibilmente adolescenti, ho aggiunto io nella mia testa, notando l’età media delle ragazze che ronzavano attorno allo scaffale, dai dodici ai diciotto anni.

Anche solamente attraverso i titoli di quei libri si può ricostruire il ritratto di donna che ci viene proposto e raccontato lì dentro, ed è in quel ritratto la prova che abbiamo ancora bisogno di parlare di femminismo.

non-dirgli-che-ti-manca_8241_x1000“Non dirgli che ti manca”, “Vicino a te non ho paura”, “Io prima di te”: la donna che non ama un uomo non è completa, solo con lui e grazie a lui è protetta, prima di lui era deficitaria e di questo è consapevole, ma deve allo stesso tempo nascondere le sue debolezze perché – per quanto le sia concesso coltivarle a porte chiuse con un certo sadico compiacimento – non è carino dichiarare ai quattro venti questa sua estrema dipendenza. Tutt’al più ne può parlare con le amiche.

“Come sposare un milionario”, invece, è un grande classico: la vecchia retorica sempre vincente del “trovati uno che ti mantiene e stai a casa a fare la moglie, è il meglio che ti possa capitare nella vita, hai fatto bingo”.

Quello che mi infastidisce non è soltanto il tipo di amore che viene proposto da questi libri – torbido, malsano, geloso o opportunista a seconda della situazione, più un’ossessione che un sentimento – ma il fatto che questo tipo di amore sia espressamente consigliato e considerato adatto alle femmine. È così che una donna ama, l’uomo ama diversamente.

Il fastidio non è finito lì: si tratterà certamente di un caso e io mi faccio facilmente suggestionare, ma accanto alla categoria di “Letteratura al femminile”,  Feltrinelli ha deciso di mettere la “Letteratura di viaggio”.

Mi è sembrato di stare davanti alle figurine stilizzate dei bagni, quelle con la gonna e con i pantaloni, il rosa e il blu, le due vie e le due opzioni. In quel bivio ci ho visto un silenzioso suggerimento: che le ragazze per evadere leggano d’amore e delle pene che ne derivano, che si perdano nei meandri della loro sensibilità – per natura diversa, lacrimevole e profonda – mentre i ragazzi sognano posti esotici e lontani, viaggi incredibili ed esperienze formative da vivere tranquillamente in solitaria. È la stessa dialettica del dentro-fuori che continua a dividere gli spazi mentali e pubblici: alle donne compete la casa, agli uomini il lavoro, alle donne la riflessione intimistica, tutt’al più il volontariato, agli uomini le grandi avventure, il potere, la politica. Una scelta di marketing quanto meno sbagliata, quindi, affiancare le due categorie.

“Letteratura di viaggio” e provocazioni a parte, non è uno scivolone o un cavillo linguistico quello della “Letteratura al femminile”, ma la spia di una tendenza operante e pericolosa. È il segno della più sottile delle discriminazioni: quella culturale e inconscia, tanto più difficile da combattere perché si nasconde bene ed agisce presto, quando hai tredici anni e ancora nessuna precisa idea sul mondo.

Non voglio sostenere che se tutte le donne fossero sottoposte a pesanti iniezioni di Virginia Woolf o Simone de Beauvoir sin dalla tenera età verrebbero picchiate di meno. Il mio non vuole essere nemmeno un attacco alla letteratura di consumo tout-court. Non c’è niente di male nei libri leggeri e pop. Ma anche la letteratura di consumo – anzi, soprattutto la letteratura di consumo, data la sua capacità di diffusione capillare, l’appetibilità nei confronti delle masse, il dialogo privilegiato che intrattiene con i giovani – lancia messaggi, imposta mentalità, propone modelli. Quelli in questioni non sono certamente positivi. Si può essere allo stesso tempo pop e responsabili, pop e educativi, pop e femministi. Ciò che è diffuso, non deve per forza essere anche scadente. Una mamma per amica è pop, non certo cinema d’autore, ma perlomeno Lorelai è una donna che possiede un’attività imprenditoriale e Rory alla fine della settima stagione decide che è troppo presto per sposarsi – molto meglio partire per lavorare alla campagna elettorale di Obama. Se a dodici anni leggi “Io prima di te” invece di Salgari, Louisa May Alcott o Geronimo Stilton, quella lettura ti cambia, ti crea un immaginario, ti modifica la testa.

Tra le tante voci che si sono prese la briga di parlare di una violenza sulle donne che è anche e prima di tutto culturale, c’è Natalia Ginzburg. Lo ha fatto sulla rivista “Mercurio”, suscitando non poco scalpore, e molte critiche anche nell’ambiente femminista. Quello che ha dato più fastidio, dell’intervento di Natalia, è stato il suo sostenere che “le donne hanno la cattiva abitudine di cascare ogni tanto in un pozzo, di lasciarsi prendere da una tremenda malinconia e affogarci dentro, e annaspare per tornare a galla: questo è il vero guaio delle donne”.

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Quel pozzo di cui Ginzburg parla non è una naturale inclinazione delle ragazze, non è una differenza intrinseca, fisiologica ed ineliminabile, come la vita più stretta o le mestruazioni, qualcosa di classificabile come “oggettivamente femminile”, ma è un pozzo mentale che la società inizia a costruire e scavare proprio con quei libri, quei modelli, quelle narrative, quei giochi.

“Le donne” – prosegue la Ginzburg – “sono una stirpe disgraziata e infelice, con tanti secoli di schiavitù sulle spalle e quello che devono fare è difendersi dalla loro malsana abitudine di cascare nel pozzo ogni tanto, perchè un essere libero non casca quasi mai nel pozzo e non pensa così sempre a se stesso, ma si occupa di tutte le cose importanti e serie che ci sono al mondo e si occupa di se stesso soltanto per sforzarsi di essere ogni giorno più libero. Così devo imparare a fare anch’io per prima, perchè se no certo non potrò combinare niente di serio e il mondo non andrà mai avanti bene finchè sarà così popolato d’una schiera di esseri non liberi”.

Il punto, qui, non è tanto se Natalia Ginzburg avesse o no ragione. Il punto è che il suo Discorso sulle donne è eccellente proprio perché  fastidioso. Il fastidio genera il dubbio, e il dubbio a sua volta genera l’analisi, e noi possiamo anche festeggiare e ricordare il 25 novembre tutti gli anni da qui all’estinzione della razza umana, ma non andremo da nessuna parte se continueremo a sacrificare la profondità dell’analisi sull’altare del politicamente corretto e di un’indignazione a scadenza, che brucia veloce come la paglia.

Camilla Marchisotti

Camilla Marchisotti, classe 1993, è cresciuta tra Torino, Ivrea e Aosta. A Torino ha vissuto per un certo periodo nella stessa via di Natalia Ginzburg, e questo non le sembra di certo un caso. Anche perché il lessico familiare (e tutto ciò che ne compete) è il campo d’azione della maggior parte delle sue follie. Una tra queste è la decisione di lasciarsi alle spalle due anni di Giurisprudenza all’Università di Torino, per spostarsi a Bologna a studiare Lettere Moderne. A suo dire Bologna l’ha resa una persona ancora meno costante perché passa le giornate a peregrinare da un’attività ad un’altra: lettura, scrittura, studio, lezioni, lunghe passeggiate, cinema e fantasticherie varie. Sempre in movimento tra attualità e letteratura, è stata per molti anni parte attiva dell’associazione Libera, e le alcune sue fantasticherie sono state pubblicate dalla rivista online “404 – file not found“. Tra le sue passioni più recenti Annie Ernaux e le poesie di Patrizia Cavalli. Tra quelle meno recenti, la Costituzione, che continua imperterrita a citare. Quando non è impegnata nelle sue mille attività, è facile trovarla a cercare qualcosa. È infatti solita perdere le sue cose ovunque, soprattutto nei posti che la fanno sentire a casa.

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