No, oggi no

Sport spesso significa sintonia: con se stessi, con la propria squadra, attrezzo, mezzo, talvolta animale. Bisogna diventare un tutt’uno: fondersi. Sono tanti gli sport “montati”, quelli in cui il motore non è umano. Al Café non ne parliamo spesso, tuttavia ci sono storie che riportano in auge queste discipline, diciamo miste, segnatamente quando questa sintonia va trovata tra due esseri viventi, e questo non sempre accade.

Siena è culla di decine di questi racconti di uomini e cavalli, nati in mezzo a una delle piazze più suggestive del pianeta, calpestando l’anello di tufo più famoso del mondo: la piazza del Campo. Temporalmente è difficile collocarsi: quando si parla di Palio, ci sono talmente tanti secoli in ballo che la discussione potrebbe risultare infinita. Stiamo più generali: la nostra storia si svolge un pomeriggio del due di luglio, fa caldo. Il catino è gremito: basterebbe uno spillo per far saltare tutto. Il primo dei due palii dell’anno si avvicina alla sua fase culminante: le ultime figure del corteo storico lasciano la piazza, gli sbandieratori si danno all’ultimo carosello e via, la pista è libera: la Carriera di Provenzano può avere inizio.

Scoppia un mortaretto. Le campana del Mangia, che ha suonato tutto il pomeriggio, si tace. I cavalli escono dall’Entrone, i fantini afferrano i nerbi dalle mani dei vigili urbani. L’attenzione si sposta al gabbiotto dove viene trascritto, in gran segreto, l’ordine di ingresso ai canapi. Vengono redatte tre buste uguali, un vigile urbano le riceve, le alza sopra la testa perché tutti possano vederle e non possano essere scambiate – “tienla su” lo sprona una voce malfidente proveniente da chissà dove – ne consegna una al suo comandante che la fa sparire, ancora chiusa, nella sua divisa di gala color panna; la seconda nelle mani del sindaco; poi cammina, col braccio ben alto, fino al Verrocchio: il palco del mossiere, la figura cui spetta il compito di vigilare sul complesso meccanismo di partenza della corsa. Lascerà la piazza a partenza valida avvenuta, non si sa mai. I due si stringono la mano: si comincia.

Fabio Magni, mossiere, straccia la busta in mezzo a un silenzio irreale. Da questo momento la piazza sarà colta da momenti di mutismo e fragorosi scoppi di entusiasmo. La mossa è un procedimento lungo, complesso: dieci cavalli vanno allineati al canape, secondo l’ordine dettato dal mossiere, e devono mantenere la posizione fino all’ingresso dell’ultimo, quando la corda sarà abbassata e la corsa potrà avere inizio. Fino a quel momento si entra e si esce, ci si allinea e riallinea fino al momento opportuno. Tutto questo sarebbe già abbastanza complicato, bisogna aggiungere, poi, che alcune contrade in piazza sono rivali tra loro: tenteranno di ostacolare le nemiche, favorendo quelle amiche. Partire bene facendo partire male è il principio base di questo momento. Molto dipende dall’ordine scritto nella busta: chi ha avuto in sorte i primi posti, quelli più vicini allo steccato, avrà meno strada da fare – potrà prendere all’interno la leggendaria curva di San Martino – le contrade al centro saranno più svantaggiate, mentre all’ultima tocca la possibilità di condizionare la mossa entrando quando cavalli e fantini rivali sono più in difficoltà.

Il Mossiere inizia a chiamare: Torre, Aquila, Bruco, Leocorno, Selva, Civetta, Tartuca, Pantera, Giraffa; all’Onda tocca la rincorsa. Il primo allineamento avviene senza troppi scossoni ma, appena entra tra i canapi Tornasol – il cavallo della Tartuca, esordiente in piazza – comincia a dare segni di nervosismo. Tutti fuori. Comincia un gran parlamentare. I fantini, ora, conoscono l’ordine d’ingresso: possono stringere patti, lusingare la rincorsa, concertare strategie, durante la strana danza del “tondino”. Cominciano a susseguirsi le chiamate, addirittura un paio di false partenze per far sgambare gli animali. Più si va avanti, più Tornasol si fa riottoso, indeciso, non vuole entrare: scalcia, si avvita su se sesso, cammina all’indietro per diversi metri, suda copiosamente. Sulla sua groppa il fantino della Tartuca non se la vede molto meglio: anche il giubbino giallo e blu è madido, nonostante si gonfi al leggero vento che ora soffia sulla piazza.

Più passa il tempo, più si intuisce che la lotta in seno alla coppia della Tartuca, potrebbe risolversi in favore dell’animale e non di chi lo monta. Questo stupisce perché il fantino non è esattamente uno come tutti gli altri: Luigi Bruschelli, detto Trecciolino, nella sua carriera di palii ne ha vinti tredici, ne mancherebbe uno solo per eguagliare il record del suo grande rivale: Andrea Degortes, detto Aceto. Se c’è qualcuno in grado di risolvere questa crisi è lui che di Tornasol è anche allenatore. In effetti, prova tutte: con grande calma prova condurre Tornasol tra i canapi, lo carezza, ogni tanto lo lascia fare, ogni tanto prova ad imporsi; lo lusinga e lo costringe, ma non c’è verso. Più il tempo passa, più Trecciolino comincia a parlare: con gli altri fantini dai quali cerca di farsi aiutare tramite l’esempio dei loro cavalli; con il suo barbaresco – l’uomo che ha la responsabilità di curare il cavallo – che è entrato in piazza chiamato dal mossiere; addirittura col capitano della contrada, al telefono, gridando qualche parola verso l’apparecchio, mentre il barbaresco discute col suo superiore. Bruschelli sta a cavallo, con gli occhi trasognati, la barba leggermente sfatta, uno sguardo interrogativo; gli occhi di Tornasol restano decisi: non entro.

È passata un’ora. Il Sole è sparito dalla piazza, ha indorato le facciate rosse dei palazzi, poi nemmeno più quelle, ne resta un raggetto sulla torre del mangia. Il Campo è sempre più scuro. Trecciolino scende. Smontano anche gli altri fantini. Tornasol viene riaccompagnato nell’entrone, dal quale era uscito coi suoi compagni più di un’ora prima, circondato da applausi. I contradaioli tartuchini fanno segno di no, il Barbaresco scuote la testa, Bruschelli parla fitto con due veterinari. Nuovo stallo. L’inquietudine si diffonde sulla piazza: un brusio rombante. “Vien notte” grida qualcuno. Dopo una mezz’ora infinita il mossiere annuncia secco: “La Tartuca non corre”. Le urla di protesta non si contano, il capitano tartuchino ha il viso affondato nelle mani, Bruschelli ha lasciato la piazza. Oggi la sintonia non si è trovata. La coppia non ha funzionato: ha deciso uno solo dei due membri, quello che siamo abituati a pensare passivo esecutore di ordini. Quasi non sorprende che la vittoria arrida alla coppia della Giraffa, la cui componente umana è Jonatan Bartoletti, detto Scompiglio. La chiosa più corretta per il giorno in cui la Tartuca avrebbe voluto portarsi a casa il Palio, Trecciolino un record, mentre Tornasol ha preferito di no. È il trionfo di Scompiglio.

Michele Polletta | Piché Café

Piché - al secolo Michele Polletta - nasce e cresce a Biella, corre a Milano per studiare filosofia: per ora, è ancora lì. Vivace, loquace, pugnace, iperattivo si dedica a una serie di sport che poi segue in modo ossessivo, dal divano o dal vivo, comunque senza muovere un muscolo. Alcuni sostengono che li racconti meglio di come li pratichi. Scrive, ma soprattutto parla, parla, parla: poco importa che si trovi a scuola, dove insegna, in un bar, o alla radio

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