New York, ovvero la trave nel ginocchio

Siamo arrivati all’ultimo atto dello US Open. Uno Slam, questo, che ha offerto alcune certezze: i giocatori sulla carta favoriti sono arrivati in fondo a giocarsi la finale. Vero, non sono esattamente numero 1 e 2, del torneo o del mondo, ma i nomi di Djokovic e Del Potro, anche se al momento non vicinissimi al vertice, non sono esattamente nuovi o sorprendenti.

All’inizio dell’anno, per la verità, un pronostico del genere pareva piuttosto ardito, con Nole al rientro da infortunio e operazione al gomito e DelPo anche lui di ritorno dall’ennesimo acciacco. Ma partita dopo partita i due hanno guadagnato in fiducia e risultati, brillando entrambi sui prati di Wimbledon, uno conquistando addirittura il trofeo, l’altro giocando la miglior partita del torneo contro Nadal.

Proprio Del Potro-Nadal, prima semifinale qui in terra americana, ha tenuto molti in fibrillazione, giacché questa sfida, ormai un classico dei nostri anni, regala sempre emozioni e match combattuti. Se Wimbledon era stata una maratona spettacolare, mentre al Roland Garros Rafa era passato abbastanza agilmente, la terza sfida slam dell’anno tra i due pareva l’occasione buona per una sana rivincita, anche se il concetto di sano merita di essere approfondito. Il mancino spagnolo arriva alla sfida in una condizione non certo invidiabile: il suo quarto contro Thiem è finito alle due mattino, dopo quasi cinque ore di sfida tesa e dispendiosa. Un impegno del genere avrebbe lasciato scorie nel fisico di chiunque, per Rafa poi, notoriamente fragile a livello articolare, quelle ore di scatti, arresti e cambi di direzione, su un terreno tosto come il cemento newyorkese rischiavano di presentare una fattura ancora più pesante. E del Potro, liberatosi agilmente di Isner nel suo quarto di finale, di sicuro lo sapeva bene.

Si comincia proprio con l’argentino che parte a tutta, mettendo subito alle corde il maiorchino che però sa difendersi come pochi. Tra bordate di diritto da un lato e dritti uncinati dall’altro lo spettacolo si fa intenso e Del Potro riesce, pur avendo sprecato varie occasioni in precedenza, a conquistare il primo set. Prima fasciatura al ginocchio per Nadal, che forse inizia a risentire della maratona di due giorni prima. Gli spostamenti dello spagnolo, infatti, iniziano ad essere sempre più macchinosi, sempre meno efficaci, tanto che Rafa perde la tigna che non lo abbandona mai e si vede costretto a cedere anche il secondo set: 7-6 6-2 Del Potro. Dopo un ulteriore medical time-out Nadal va a stringere la mano all’avversario. Niente terzo set, Il ginocchio ha detto basta: se la maratona e il cemento sono stati la pagliuzza, la trave sta proprio nel ginocchio, e il gladiatore si vede costretto ad abbandonare l’arena. Nessun pollice verso, però, grandi applausi e sostegno per la sfida che avrebbe potuto essere.

Poco dopo in campo Djokovic-Nishikori in quella che sembra essere la rivincita dal 2014, partita in cui il samurai giapponese privò il serbo di una facile (lo sarebbe stata davvero?) finale contro Cilic. Il gioco di Nishikori si adatta perfettamente al cemento americano, un tennis fatto di anticipo e rapidità. Ma dall’altra parte c’è un difensore coi fiocchi, che spesso gioca di incontro pure lui e ha armi per disinnescare molte trappole. Alla fine il 6-3- 6-4 6-2 evidenzia come Nole sia sempre stato in controllo della partita.

Ci troviamo dunque con Novak Djokovic e Juan Martin Del Potro che, dopo due semifinali piuttosto comode, si sfideranno per riconquistare l’US Open in un Arthur Ashe sicuramente gremito e ribollente: per i fan di Del Potro questo è lo Slam “di casa”, non fanno mai mancare un degno sostegno latino. Nole punta al terzo titolo e al 14mo Slam per eguagliare Sampras, mentre per l’argentino sarebbe il secondo US Open e il secondo Slam, dopo quella serata del 2009 in cui disinnescò un Federer parso ingiocabile fino al quel momento.

Già, Federer. Quello che tutti aspettavano e che si è dissolto contro John Millman sembrando nulla più di un pallido ricordo del giocatore che fu fino a qualche settimana fa. Falloso, nervoso, affaticato, è parso invecchiato tutto in un momento, quasi che qualcuno si fosse dimenticato di dargli l’elisir di lunga vita che certamente sta prendendo da un paio d’anni a questa parte.

Non ci resta altro che sintonizzarci questa sera, quando da noi saranno le ventidue, per goderci una finale che potrebbe andare indifferentemente in entrambe le direzioni e che speriamo sia un distillato di bel gioco, spettacolo e tensione, come le sfide tra i due spesso sono state. Chi non le avesse presenti, può guardare i loro match olimpici per farsene un’idea, mentre la birra si fredda nel frigo. Buona serata e che vinca il migliore!

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