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«Nel Silenzio infranto da due onde del mare». Addio a Derek Walcott

Derek Walcott, poeta e drammaturgo, è morto lo scorso 17 marzo, a 87 anni, nella sua casa a Cap Estate, sull’isola di Santa Lucia dove era nato il 23 gennaio 1930.

È stato il grande cantore delle isole dei Caraibi di cui ha ripreso e descritto gli elementi caratteristici e le molte contraddizioni. Lo ha fatto da subito, dalla sua opera prima, 25 Poems, pubblicata a soli 19 anni, che già faceva intravedere il nucleo potenziale dei tanti temi che, con la maturità, avrebbe poi sviluppato: le spiagge bianche, il vento, i pescatori, la musica e, soprattutto, il grande Oceano Pacifico.

È il 1962 l’anno della sua consacrazione. Dopo aver lavorato come critico, giornalista e insegnante a Boston, pubblica a Londra la raccolta di poesia In a Green Night che raccoglie i componimenti dal 1948 al 1962 e nella quale, secondo l’opinione di un maestro come Robert Graves, l’autore «riesce a manipolare l’inglese con una comprensione della sua intima magia superiore alla maggior parte (se non alla totalità) dei suoi contemporanei nati in Inghilterra».

Il testo, vista la maturità dell’autore, può farsi carico della responsabilità di sostenere una vera poetica caraibica di respiro internazionale, così la ricerca inesausta di un’identità personale e nazionale, rimestata dentro il calderone del multiculturalismo USA e dell’inglesissimo pentametro giambico, diventa lo strumento elettivo per un discorso poetico che fa del meticciato il suo valore aggiunto. Walcott ha parlato nelle sue opere del colonialismo olandese e britannico, delle dominazioni, della tratta degli schiavi, per tracciare una négritude diversa da quella di Senghor e Césaire (che pure fu tra le sue letture preferite) ma ugualmente bruciante: «I’m just a red nigger who love the sea, / I had a sound colonial education, / I have Dutch, nigger, and English in me, / and either I’m nobody, or I’m a nation».

Il verso di Walcott, musicale e ricercato, è stato capace negli anni di portatore all’attenzione europea e statunitense un’indagine storica genuina che rifiutasse qualunque circuito autoreferenziale, così anche la lingua, mai mozza né povera, è ustionata dalla ricerca stilistica; «non sono che un ottavo dello scrittore che sarei potuto essere se avessi riunito in me tutti i brandelli di lingue di Trinidad» disse, nel discorso pronunciato a Stoccolma in occasione della consegna del Nobel.

 Così Walcott ha provato a tracciare, nel corso della vita, davvero una Mappa del nuovo mondo, (il libro, edito da Adelphi, è forse il più diffuso in Italia) che possa essere mappa dell’uomo e della nazione, dal mondo precolombiano a quello post-schiavista, priva di qualunque intento retorico o politico, priva di qualsiasi movimento che possa presentare elementi di rivalsa razziale e anzi sempre distante e totale, come un canto creaturale, capace di registrare, ad un tempo, la nascita, dal mare, delle isole, i movimenti tellurici, e la piccola biografia degli uomini qualunque.

Capolavoro, in questo senso, è stato il poema epico caraibico Omeros (1990) che, nelle circa trecento pagine di cui si compone, porta sulla scena di Santa Lucia, isola posta fuori dalla grande storia, il nucleo narrativo dell’Odissea che si fonde con gli abitanti del luogo (Achille è un pescatore, Ettore guida un furgone chiamato Cometa) prendendo così nuova linfa. Nel libro, che gli varrà il Nobel, si rincorrono i temi del colonialismo britannico e il destino degli schiavi neri, tutto questo si svolge dentro la traccia letteraria del poema epico e sotto la terza rima dantesca che guida lo schema metrico dell’intera opera.

Walcott si immerge così totalmente nel ruolo di apolide e meticcio, prendendo il meglio del globalismo multietnico americano e del tecnicismo europeo imparato nella grande biblioteca paterna, dove Walt Whitman, con le sue Foglie d’erba e Milton, Auden, Dante, Joyce ed Eliot si rincorrevano l’un l’altro come unico antidoto alla sua condizione di orfano.

Se ne va dunque un altro pezzo di Novecento, un uomo troppo bianco per i neri e troppo nero per i bianchi, criticato dalle Black Panters negli anni 70 per aver scelto l’inglese come lingua poetica e non il patois parlato sull’isola, amato da Josif Brodskij, il cui giudizio critico convinse l’opinione pubblica a meglio comprendere quello che poteva erroneamente sembrare un poeta per pochi, legato a una regione tanto piccola e al suo immaginario.  

Derek Walcott è morto nella Santa Lucia da lui sempre amata, dopo una lunga malattia. Morto come un pescatore, come un uomo semplice nel «silenzio infranto da due onde del mare».

Giuseppe Nibali

Giuseppe Nibali è nato a Catania nel 1991. È laureato in Lettere Moderne. Giuseppe Nibali è nato a Catania nel 1991. È laureato in Lettere Moderne e in Italianistica presso l’Università degli Studi di Bologna dove è membro del Consiglio Direttivo e del Comitato di Direzione del Centro di Poesia Contemporanea dell’Università con cui collabora dal 2010. Giornalista Pubblicista collabora con “La Sicilia”, “Clandestino” e “Argo”. Dal 2017 è direttore editoriale della rivista online Midnight Magazine. Ha pubblicato i libri di poesia: Come dio su tre croci (Edizioni AE, 2013), Premio Serrapetrona – le stanze del tempo”, Menzione d’onore “InediTO – Premio colline di Torino”, Premio Elena Violani Landi Opera Prima; e La voce di Cassandra – Studi sul corpo di una vergine. Sue poesie appaiono in diverse antologie poetiche e blog. Insegna italiano, storia e filosofia in un Liceo di Milano.

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