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"Negri che sono pure froci": una riflessione su Moonlight

A due mesi dal più grande “epic fail” della storia degli Academy Awards. Adesso che la sfrenata corsa agli Oscar si è fermata da un pezzo e gli animi dei cinefili riposano nel tepore primaverile, prendiamoci del tempo per riflettere su Moonlight.

Il film (8 nomination e 3 Oscar vinti: miglior film –anche se all’inizio venne annunciato vincitore La la Land-, miglior attore non protagonista e miglior sceneggiatura non originale) è un racconto di formazione di Barry Jenkins (al suo primo lungometraggio), tratto dall’opera teatrale In Moonlight Black Boys Look Blue di Tarell Alvin McCraney.

A ben riflettere, insomma, un film “noioso” che è stato candidato agli Oscar solo perché “parla di negri che sono pure froci”. Questi, citati alla lettera, sono solo alcuni dei molti commenti che cominciarono a fioccare sul forum di Imdb (Internet Movie Database) a proposito di Moonlight. Quest’ultimo, insieme al documentario I am not your negro (regia di Raoul Peck) è stato il bersaglio di commenti razzisti e omofobici tanto che il forum è stato costretto a chiudere.

A causa di questo, Imdb ha disattivato sia il forum che il servizio di messaggistica privata fra gli utenti iscritti spiegando così la decisione: “are no longer providing a positive, useful experience for the vast majority of our more than 250 million monthly users worldwide.” (questi mezzi non forniscono più un’esperienza positiva e utile per la stragrande maggioranza dei nostri oltre 250 milioni di utenti mensili in tutto il mondo).

Ma andiamo a riflettere un po’ sia sui contenuti che sullo stile di questo film capace di scatenare così tanta rabbia, frustrazione e indignazione di un bel po’ di utenti del web.

L’origine teatrale di Moonlight è stata mantenuta nella scelta di dividere la pellicola in parti, o meglio in atti, tre. Ciascuno degli atti rappresenta un’età della vita del protagonista, Chiron (interpretato da Trevante Rhodes), e i rispettivi titoli si riferiscono ai diversi nomi con cui verrà chiamato o che assumerà nel corso della sua crescita.

Durante l’infanzia, Chiron (che porta in spalla uno zainetto azzurro più grande di lui) viene chiamato dagli altri ragazzini del quartiere “Little” (Piccolo) (perché in effetti è il più basso di tutti). Lui detesta questo nome come detesta i suoi compagni di scuola che lo rincorrono per picchiarlo già dalla prima scena. Oltre “Little” il loro soprannome preferito per Chiron è “Fag” (frocio).

La cinepresa segue la fuga di Chiron, fra l’indifferenza di un quartiere tossico e degradato di Miami, inquadrandolo di spalle. Questa scelta tornerà nei momenti più intimi, concitati o decisivi della sua crescita. Anziché il viso, la cinepresa segue la nuca prima del bambino, poi ragazzo e dell’adulto come se lo spettatore si lasciasse trascinare nella sua vita sotto forma di ombra, di nascosto, silenziosamente.

Nel primo atto, alla fine della fuga dai bulli, Little trova rifugio in un monolocale sporco e abbandonato: uno dei tanti luoghi frequentati dai drogati del quartiere. Qui viene trovato da Juan, il capo-spacciatore di zona che per avvicinarglisi deve letteralmente abbattere una porta e tirarlo fuori.

Jaun e la sua fidanzata diventano un punto di riferimento per Little (il padre lo ha abbandonato e la madre è una tossicodipendente). Alla coppia, Little (con i suoi mutismi, i suoi sguardi sfuggenti) chiede ospitalità per fuggire dalla furia della madre; a loro chiede un pasto caldo, dell’affetto; e gli chiede anche cosa voglia dire la parola “frocio” e perché i suoi compagni gliela ripetano tanto spesso.

Il secondo atto è quello dell’adolescenza, dello strappo, del cambiamento: “Chiron” parte da Chiron. Ma si scrolla di dosso il nomignolo che aveva da bambino solo superficialmente perché dentro è ancora lacerato da certi rancori e lotte. I compagni cresciuti lo prendono ancora in giro, la madre è ancora violenta, indifferente e sempre più in fondo al baratro della droga.

Non sembra essere cambiato niente, solo che adesso Chiron è più alto poiché è cresciuto, è più grande (ma ha lo stesso viso perso, impaurito), e così anche i problemi lo sembrano. Se da una parte, però, le sofferenze quotidiane sembrano ingigantite; dall’altra, l’adolescenza è anche per Chiron l’età della sessualità e dell’amore. Durante una notte, in riva al mare (la stessa spiaggia dove Juan gli ha insegnato sia a nuotare, sia l’importanza di un’identità autodeterminata: “Non permettere a nessuno di darti un nome, sei tu a decidere il tuo nome”), Chiron ha la sua prima esperienza sessuale con un caro amico, Kevin.

Purtroppo in Moonlight, a ogni gioia (brevissima) corrisponde anche un dolore  (lunghissimo), e l’amore che sta sbocciando fra i due amici non ha il tempo di vedere il giorno dopo poiché viene subito ostacolato e torturato. Alla fine del secondo atto, Chiron immerge il viso dentro il lavandino riempito di acqua gelida, riemerge e decide di cambiare la sua vita: di rispondere alla violenza con la violenza.

L’ultima età messa in scena è quella adulta. Il titolo del terzo atto del film è “Black” (il nomignolo che utilizzava solo Kevin per chiamare l’amico). Black adesso è uno Chiron irriconoscibile, forte e muscoloso, il viso non è più tutt’occhi, impaurito. Black è diventato la copia di Juan: fa il capo-spacciatore, porta sui denti un rivestimento d’oro (che può indossare e levare come un apparecchio mobile) per ostentare la sua ricchezza ed è rispettato e temuto dagli altri.

Lo spettatore si sente tradito: che fine ha fatto il sensibile Chiron? Ma l’età adulta è l’età dei cambiamenti drastici solo esteriori. Man mano che l’ultimo atto si svolge (o meglio, si svela), ci accorgiamo di come Chiron sia ancora Chiron sotto tutto, oltre tutto. È tormentato dagli incubi, dai ricordi sulla tossicodipendenza di sua madre; si emoziona per una telefonata che gli arriva da Kevin dopo anni, e dopo il loro incontro con le lacrime agli occhi gli confessa: “Dopo quella sera, non ho più lasciato che nessun uomo mi toccasse, non ho lasciato che nessuno mi toccasse”.

Questa è la poesia, la bellezza di Moonlight (e come hanno dimostrato i commenti di odio sul web, certe volte la bellezza non è facile da comprendere, non riesce a sciogliere immediatamente certe ignoranze e rancori culturali). Un film in cui il dramma canonico è sempre fuori scena (la morte di Juan, gli anni in prigione di Chiron), mentre davanti allo spettatore rimane un altro tipo di dramma, quello che somiglia più a una malinconia, a uno spezzarsi lento e ricomporsi.

Gli antichi dicevano: “Conosci te stesso per diventare te stesso” e Chiron fa un lungo viaggio, conosce tre persone diverse prima di diventarlo, prima di fermarsi. Solo all’ultima tappa di questa crescita si rende conto della fatica, di quanta forza abbia dovuto impiegare, e così può abbandonarsi sfinito sulla spalla di Kevin, lasciarsi andare a se stesso e adesso finalmente anche all’Altro.

 

 

Classe '88 Sindrome di Peter Pan. Ansiogena e spensierata. Cinema e letteratura. "Non è cane, non è lupo, sa soltanto quello che non è."

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