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Una mostra da non perdere: Bill Viola a Palazzo Strozzi.

É “Rinascimento Elettronico” il nome della mostra antologica con cui Bill Viola torna in Italia.
L’acclamato video artist – con la fortuna dalla sua – tira i dadi e “riparte dal via”, ovvero Firenze, che fu culla del Rinascimento e inesauribile fonte di ispirazione per molte delle sue video installazioni, in mostra a Palazzo Strozzi fino al prossimo 23 luglio.
Con l’articolo che segue proverò a raccontarvi l’arte di Bill Viola, ma il vero intento è insinuarvi l’impellente bisogno di prendere un treno, ovunque voi siate, e andare a vederla.

Le opere dell’artista americano sono come un ersecizio di pazienza, un invito a fermarsi e riscoprire l’arte della contemplazione e dell’attesa; spettacolare occasione di riflessione sulla vita, le relazioni umane, l’amore, la morte e tutto quello che vorrete vederci.
Impieghiamo il tempo di una fila alla posta guardando impassibili la time line di facebook, perchè non sappiamo più aspettare, e nemmeno di cosa riempire il nostro tempo.
Passano 24 fotogrammi al secondo mentre guardiamo un video su youtube. Durante la visione di quel video il cuore batte fino a 90 volte al minuto, le palpebre si chiudono fino a 5 volte, nello stesso tempo respiriamo circa 8 litri di aria. Non diamo peso a nessuna delle nostre funzioni vitali, allo stesso modo in cui non è importante quello che stiamo guardando, o cosa si stiano dicendo le persone accanto a noi; neppure il motivo della nostra coda alla posta è poi così importante.
Immaginate ora di dilatare il tempo alla velocità di quel video. Immaginate di poter vivere ogni singola frazione di secondo, e di poterla distinguere, nel fluire del tempo, con la stessa facilità con cui notate il passare delle ore o dei giorni. Da questa nuova prospettiva il ritmo della vostra stessa esistenza cambia del tutto: ogni dettaglio, prima trascurabile, si carica di un significato nuovo.
Lo sguardo fisso, severo e attento con cui vi osserva un bambino dal passeggino, l’incertezza prima impercettibile nell’andatura dell’uomo che vi passa accanto, il tic dell’impiegato delle poste, le sopracciglia disegnate della signora che vi sta difronte, che si sollevano in un moto di impazienza che non dura più un attimo, ma l’eternità di un minuto.
Se la guardi così la vita – come dall’interno di un’opera di Bill Viola – ogni dettaglio sembra farsi più importante, l’immobilità di ogni singolo istante si carica della tensione che potrebbe avere l’ultimo minuto della vostra esistenza, oppure il primo. Come nelle famose scene al rallentatore di Matrix. Un inferno, praticamente.

Bill Viola

Si attraversano al buio le sale di Palazzo Strozzi, illuminate solo da chiarore degli schermi installati alle pareti. Sembra un cinema al contrario: dove i fotogrammi si susseguono con una tale lentezza da ingannare la percezione, mentre gli spettatori si muovono, silenziosamente e irrequieti.
Ci sono due modi in cui poter fare esperienza di un video di Bill Viola; gli stessi due modi in cui potreste fare esperienza di un dipinto del cinquecento:
Il primo prevede che vi fermiate ad osservare la scena, estasiati dalla bellezza dei colori, l’equilibrio della composizione, la plasticità delle pose, attenti ad ogni dettaglio. In contemplazione dell’esistenza e delle emozioni che vi passano davanti agli occhi per tutto il tempo che l’artista ha deciso per voi. Sarete allora impazienti di “scoprire come va a finire” e potreste emozionarvi per il particolare di una scena, che fuori da questo strano cinema non durerebbe più di un attimo; ammesso che avreste il tempo e l’abilità di farci caso. (Dieci secondi della vostra vita terrestre possono durare anche quindici minuti sul pianeta Viola).
Il secondo è il metodo “guarda e passa”; prevede che si osservi la scena con animo inquieto oppure impassibile. Angosciati dalla possibilità di finire preda del panico o della noia, attraverserete le sale secondo il vostro tempo, senza far caso ai dettagli, driblando i visitatori in estasi, e dedicando a ciascun “quadro” l’attenzione che merita una notifica Facebook.
Nessuno dei due modi è sbagliato, né è preferibile all’altro. L’artista non pretende di imporvi il limite di velocità secondo il quale vivere le sue opere, men che meno la vostra vita, tuttavia utilizza lo stesso strumento – la videoarte – per suggerirvi la possibilità di fermarvi in serena e distaccata contemplazione dell’esistenza, senza escludere tuttavia la possibilità che si possa trovare insopportabile tanta lentezza. In tal caso, nessuna delle sue opere avrà su di voi l’effetto di una visione mistica; ciò potrà risultare fastidioso, ma non sarà del tutto inutile, perché la noia e l’angoscia, diceva Heidegger, sono stati d’animo fondamentali a comprendere l’essere nella sua autentcità.
È davanti allo spalancarsi del vuoto – un vuoto che non è nulla, ma potenziale inespresso – che si prende consapevolezza dello scorrere del tempo, e di che ci facciamo noi, smarriti dentro di esso.
In un caso o nell’altro, l’illuminazione e un rinnovato senso della vita vi perseguiteranno.
L’immaginario schierato in campo da Bill Viola chiama in causa la filosofia zen e quella occidentale del “panta rei” (tutto scorre), la dottrina buddista (tutta la vita è cambiamento) e il misticismo cristiano. Comunque la vediate, non avrete scampo.

In “The greeting” per esempio, che a Palazzo Strozzi vedrete dialogare con l’originale di Pontormo che l’ha ispirata (la visitazione), l’incontro accorato tra due donne fluisce morbidamente nella lentezza del ralenti, che attribuisce all’ordinarietà di un evento banale una sacralità che le è del tutto estranea nello scorrere naturale del tempo.
L’artista ci sottopone l’essere umano nella sua semplicità ma in una forma straordinaria e spettacolare.
É come quando si assiste affascinati alla scena al rallentatore di certi documentari della BBC, in cui una leonessa agguanta la preda più lenta del gruppo. L’eccezionalità di una visione cui non siamo avvezzi affascina, intriga, ci rende consapevoli del meccanismo che c’è dietro alle cose. Così la vista al rallentatore di una scena quotidiana diventa un invito a far caso agli eventi, a viverli più che lasciarsi travolgere, e coglierne la bellezza, e riflettere sulla fluidità delle nostre relazioni.
Lo sguardo dello spettatore si incanta in un momento preciso, che può stare dentro al dettaglio dello svolazzare delle vesti, o nella direzione di uno sguardo, o nell’istante esatto in cui le due donne entrano in contatto, o nell’armonia generale della composizione. A ciascuno la sua personalissima epifania; tirate in ballo quello che vi pare: la vita, la bellezza, la memoria, il dolore, l’amore, c’è spazio per tutto. Ogni videoinstallazione è una metafora dentro cui trovare il senso profondo di qualcosa.

Bill Viola, the tempest. 2005

Il progresso e la tecnologia ci hanno proiettato in un tempo che viviamo a tutta velocità, ma che ci trattiene congelati dentro un eterno presente. Viola, che non denuncia il progresso ma lo elegge a suo strumento d’espressione (l’obiettivo prende il posto del pennello, l’alta definizione si sostituisce all’accuratezza del tratto) rallenta il tempo della narrazione perché chi osserva possa – oltre che vedere meglio – guardarsi dentro. È nello scarto tra il tempo narrativo e quello della percezione, lo shock che permette allo spettatore di resettare il ritmo della propria stessa esistenza.
Non è sterile concettualismo contemporaneo quello delle installazioni video di Bill Viola; non c’è niente da capire e niente che sia sotto inteso dentro un ragionamento. É la vita, rallentata perché si possa provare a capirla meglio.

Sono classicamente rinascimentali i video super tecnologici dell’artista americano. Quello al classicismo non è soltanto un richiamo stilistico, e non è solo una questione di rimandi colti: è classico il ritorno alla narrazione, è classico il tentativo di ristabilire un equilibrio e piazzarci l’uomo al centro.
L’arte cinquecentesca aggiungeva alla rappresentazione dello spazio la terza dimensione, la prospettiva era la tecnologia avveniristica di quei tempi, e l’uomo era il centro di essa.
La quarta dimensione che Viola aggiunge alla rappresentazione è invece quella del tempo, e la tecnologia è l’alta definizione. E se l’uomo oggi è disorientato dall’eccesso di stimoli, dallo sgretolarsi dei punti di riferimento, dentro i video di Viola tutto si ferma per tornare concentrati sulle poche cose che contano.

In quella che fu culla dell’umanesimo, l’epifania tecnologica auspicata da Viola si fa ancora più intensa. Non poteva essere che Firenze la città dentro cui immergersi, per riscoprirsi protagonisti dello spazio, del tempo (in tutte le sue declinazioni) e della storia.
Insomma, andateci.

Chiara Stella Mauriello

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