Morselli, il male dei vertici

“Lo so, direte che questa è la storia di una nervosi, la cartella clinica di un’ ostrica malata che però non riesce a fabbricare la perla”. Si può così incominciare – un po’ forzatamente – a parlare di Guido Morselli, con le parole di Luciano Bianciardi tratte da La vita agra, entrambi accomunati dall’incapacità di subire il colpo del cambiamento dell’italia degli anni ’50 e ’60, una società moderna in pieno rifacimento dove, con un ritmo fulminante, tutto è stato messo sottosopra dalla macchina. Quest’incapacità si è tramutata, anzi, è trasmigrata nella loro tentata (quanto insperata) opera di sovversione della storia. Se da una parte la penna bianciardiana tende ad offrire una più sentita e appassionata posizione critica riguardo le condizioni del presente, dall’altra la tendenza maggiormente “sovversivista” di Morselli si manifesta come un ultimo gelido grido che non attende risposta. Parlare oggi di Morselli, e leggerlo, si confà a quell’insperata esigenza di cambiamento che coinvolge tutti, ma non come risposta compensatoria che ci esorti ad una rabbiosa reazione – questo non gli compete -, ma come riaffermazione di quest’ansia metafisica che ci fa sentire meno isolati e che può aiutare a sciogliere questi intricati nodi; in una parola Morselli è testimonianza.
Il suo ultimo romanzo Dissipatio H. G. (del 1973, poco prima del suo suicidio) va visto come il tentativo anarchico e monarchico di rimescolamento e riorganizzazione di una nuova società, una contro-società, in netta opposizione con quella vigente: “Anarchia e Monarchia coincidono, ora in me”. L’ ambiguo protagonista pianifica il suo suicidio: una “morte per acqua” tuffandosi in un pozzo. Ma una volta lì sull’orlo della cavità viene meno al progetto. Il giorno dopo si sveglia ed è l’ultimo uomo rimasto sulla terra. L’umanità si è vaporizzata, dissipata.
L’immagine più giusta da utilizzare è quella di un improvviso ma comunque graduale deposito di tutta la feccia della società, degli scarti dei processi sociali, economici e industriali che continuano ancora senza l’elemento umano, dimostrando amaramente che il tutto può fare a meno dell’uomo. Dopo settimane le automobili possono correre ancora,  i frigoriferi restare accesi,  le scorte di cibo potranno sopperire i bisogni dell’uomo per tanto tempo, sottraendo alla parte ancestrale e primitiva dell’esistenza umana la funzione vitale della lotta alla sopravvivenza, dopo quella della riproduzione della specie logisticamente impossibile da portare avanti. Lo svisceramento e l’analisi di questa “contro-storia immaginata” avviene in maniera sistematica, senza eccessi di zelo, con il ricorso alla semplicità e alla chiarezza, assimilabile ad un desiderio di trasparenza e di lucidità di riflessione. La “cronaca esterna dell’Evento” – così viene chiamata la scomparsa di tutti gli uomini la notte tra l’1 e il 2 giugno – viene liquidata in poche battute, a sottolineare che sull’inspiegabile c’è effettivamente poco da dire; è su tutto il resto che bisogna concentrarsi. I termini e i procedimenti di analisi sociale, ci si accorge, non sono più validi: un’indagine che prosegua dall’esterno fino all’interno, dal guscio fino al nocciolo, dalle masse all’individuo, non è più fattibile. Si ripropongono all’ umanità – benchè ora formata da un solo uomo – gli stessi problemi dei filosofi greci antichi o dei latini propositori del sapere ellenico, le stesse fatiche di Lucrezio: tradurre i linguaggi della materia ricercando nuove strutture mentali, un nuovo “atomos”. Una nuova forma di “sistema-mondo” necessita di nuovi strumenti, questa volta però si hanno dei precedenti. Sono cambiate le regole e soprattutto l’oggetto della Storia di quella umanità; è avvenuta la fusione tra pensiero  individuale e collettività: “ormai la mia storia interiore è la Storia, la storia dell’Umanità”, eppure l’eliminazione del concetto di collettività non è per adesso possibile. Pur relegando l’ “umanità meno uno” a semplice artificio mentale, essa gioca ancora un ruolo cardine nel processo evolutivo di questa seppur repentina svolta universale. Del Genere Umano (H. G.), trapassato in un solo istante, resta ancora qualcosa, almeno nel momento specifico di questa nuova storia in cui l’autore ci ha posto, ovvero ai suoi primordi e albori.
Ora l’ambiguità romanzesca, che fornisce un espediente giustificativo alla vicenda aprendo nel lettore il piacevole dubbio su cui è basato il romanzo – suicidio iniziale riuscito, o no? Esperienza post-mortem quindi onirica, o reale narrazione di una esperienza? – resta in ogni caso, qualunque istanza risulti vincitrice dal dubbio, ma rimane da analizzare la reazione dell’uomo alla nuova impostazione della realtà, o almeno come l’autore immagina possa aver luogo. Gli ultimi istinti rimasti, l’istanza di conservazione dell’uomo dopo l’avvenuta metamorfosi, si manifesta nel tentativo di ricercare il presente nel passato, il terreno nel celeste. Giamblico, Agostino, i Vangeli, potrebbero spiegare il presente in una visione spirituale, con la fantasia apocalittica di un presente come aldilà, mondo dopo la morte; ma davvero tutto quello che le religioni hanno sostenuto per secoli, questo compenso ultraterreno, non consiste altro che in una eternità così kitsch? Il silenzio, il tempo, la solitudine – oggetti di desiderio in una società standard, quantomeno con più di un individuo – diventano la materia di questa nuova realtà nuovamente da scomporre. Chissà però se a questa intimità “in terza persona” l’occasione non funga da spazio di redenzione, per recuperare il tempo perduto nella fretta di bruciare la vita. Gli appena accennati riferimenti danteschi sollecitano l’idea di una sorta di cammino del protagonista. Ciò che viene difficile è definirlo un cammino di espiazione o ascensionale, in quanto, se pur di penitenza si potesse arrivare a parlare, non se ne vedrebbe un punto di arrivo. Se l’immagine di quella che egli definisce una “piramide temporale capovolta” (con la scelta di rappresentarla proprio graficamente nel testo) avesse avuto l’esplicita intenzione di richiamo al cono infernale o alla montagna purgatoriale, verrebbe più spontaneo forse parlare di un percorso al contrario, quasi luciferino.

“Vedo una piramide. Se la considero bene, è una piramide, temporale, capovolta. Anzi sono due piramidi. L’una, ritta, dal primo uomo ominide capostipite si allarga, negli eoni, sino ai formicolanti miliardi di esseri della specie che avevamo la notte del 2 giugno. Appesa a quella, la piramide capovolta, che dai formicolanti miliardi si restringe d’improvviso in un individuo solo. Questo vertice terminale sono io.”

Questo non può far altro che portare alla paura, che diventerà man mano sempre più totalizzante, fino a condizionarne l’esistenza. Dopotutto “da vertex deriva vertigo o vertigine, il mal dei vertici”.
La paura porta alla paralisi, all’eliotiano tema della paralisi del pensiero che si riflette nello spazio, al vagabondaggio continuo in un mondo dove non esistono più barriere o porte chiuse ma dove si sceglie di restare a dormire nella hall di un hotel o nel letto di una vecchia amante, di cercare ostinatamente residui di vita negli aeroporti, di inseguire il fantasma dell’amico-analista Karpinsky, in un continuo oscillare tra tenacia e cupio dissolvi. Negli eccessi di questa follia parziale mi ritorna alla mente un altro grande errante: Emanuel Carnevali, altra testimonianza di solitudine in cui si insinua un forte senso di disadattamento. Sentirsi padroni della morte, convinti che essa obbedirà alla chiamata, perché effettivamente essendo ai vertici è più che giustificabile, a tratti, sentirsi Dio, “il Primo Dio, l’Unico Dio”. All’ ex-uomo non resta altro che “eccettuarsi”, dopotutto la morte ha scelto tutti tranne lui.

Non resta altro ora che aspettare, ricercare, ora che c’è tempo, nell’enorme terra desolata i fantasmi di una vita precedente.

Ciao Guido, in tasca conservo ancora, per te, un pacchetto di Gauloises.

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