More is Better

Troppe volte noi studiosi di Lettere Antiche ci siamo sentiti dire che tutto ciò che studiamo è inutile, fuori da ogni logica di mercato e diacronico rispetto alle necessità dell’uomo moderno. Ma chi decide di specializzarsi in filologia classica queste cose, delle volte, se le sente dire anche da studiosi del suo stesso settore. Studiosi alle prime armi, s’intende, perché chi ha dimestichezza con la materia sa perfettamente quanto quest’ardua disciplina sia necessaria agli studi classici ed alla semplice fruizione dei testi antichi, che restano tutt’ora quanto di più interessante sia stato prodotto dall’essere umano.

La filologia classica ci restituisce il volto originario di un testo, ce lo mostra il più possibile vicino alla forma in cui è stato concepito. Torna all’origine delle opere per indagarne le sfumature linguistiche e semantiche più profonde, in modo che nulla venga perduto e nulla venga frainteso.

Alcuni sostengono che le piccole varianti che vengono apportate ad un testo dopo un lungo lavoro di analisi filologica non ne modifichino radicalmente la comprensione: questo spesso non è vero, e voglio porre una domanda: quando si ama qualcuno non sorge la voglia di conoscerlo sino in fondo, in tutti i suoi aspetti? Non si spera di rintracciare tutta la verità radicale della sua esistenza? E questo forse non rende tutto più faticoso, più instabile? Ma allora perché rimane comunque necessario questo andare oltre ciò che la superficie dell’altro lascia intuire? E non è forse vero che scavando dentro l’altro le idee sulla sua essenza, più che chiarirsi, si confondono? La radice del vero sembra sempre più distante, più confuso il metodo d’indagine.

 

Così è con i testi: fossilizzarsi sulla natura primigenia di un termine, sulla sua forma ortografica originaria, spesso fa perdere di vista l’insieme. Il senso d’impotenza cresce.

Ma come non si riesce a rinunciare d’indagare nel rapporto con l’altro, così è necessario per un classicista indagare su Virgilio o su Plauto, e l’impegno infine porta sempre i suoi frutti.

Quando Giuseppe Nibali mi ha chiesto di tenere un appuntamento su Midnight per parlare di filologia classica sono stata felice e spaventata allo stesso tempo. Felice perché è sempre bello e gratificante poter comunicare agli altri qualcosa che si conosce e si ama, spaventata perché l’ambito d’indagine è così vasto e per alcuni versi indefinito che non mi è stato subito chiaro da dove iniziare. Infine ho deciso di utilizzare questo spazio per raccontare i casi più divertenti ed affascinanti della filologia classica: l’odissea di un manoscritto, le questioni più complesse dell’analisi filologica, gli scambi epistolari fra gli eccentrici umanistici in merito a dispute e avvenimenti di natura filologica, e così via. Il grande filologo Giorgio Pasquali in questo percorso mi sarà maestro e guida.

 

Vorrei iniziare con l’esporre un problema testuale in cui sono incappata nel mio lavoro di tesi triennale: Le ortografie greche in Plauto, seguita dal professor Roberto Danese. Come dice il titolo mi sono occupata del problema delle ortografie greche in Plauto, problematica che s’inserisce nella questione più ampia dello studio del lessico plautino: il commediografo, come si sa, attingeva larga parte del suo lessico dalla lingua parlata. È un procedimento consustanziale al genere della commedia, un genere che deve arrivare a tutti, che deve essere in grado non solo di comunicare ma soprattutto di far ridere, e per far ridere è necessario che l’autore si rivolga al materiale quotidiano, al contemporaneo, così che subito s’instauri una simpateia fra l’opera messa in scena e il pubblico, che in quell’opera deve potersi riconoscere e capirne il linguaggio. “Non c’è niente di più della commedia e dei commedianti che rappresenti dal vivo e con maggiore immediatezza quelli che siamo e che dovremmo essere”, scrive Cervantes. Riporterò un passo che può aiutare a dimostrare come la filologia dia risultati importanti non solo per un filologo innamorato, tutto volto a restituire la veste originaria del testo, ma anche per chi si preoccupa di fare un lavoro esegetico o di messa in scena. L’esempio viene ampliamente descritto nell’articolo Plauto e l’urbanitas del dialetto (Danese, «LEL» XXI, 2006.) I versi s’inseriscono nel battibecco fra Trainione, il servo di città, e Grumione, il servo di campagna. Fra i due vi è una distanza d’intenti sia pratica che ideologica.

  • Most. 38-47:

 

  1. at te Iuppiter

dique omnes perdant! [ fu! ] oboluisti alium.

 (germana inluvies, rusticus, hircus, hara suis),

canem, capram commixtam. GR. Quid vis fieri?

non omnes possunt olere unguenta exotica,

si tú oles, neque superiores accumbere

neque tam facetis quam tu uiuis uictibus.

tu tibi istos habeas turtures piscis auis,

sine me aliato fungi fortunas meas.

 

  1. Che a te Giove

e tutti gli dei ti mandino in rovina! Puzzi d’aglio!

Sudiciume puro, contadino, caprone, procilaio,

cane, capra impura. GR. Che vuoi?

Non tutti possono cospargersi di unguenti esotici

se tu ti ci cospargi, ne sedersi a capotavola

né vivere di delicatezze come quelle di cui vivi tu

tu tieniti pure per te queste tortore, pesci, uccellini

e lasciami con il mio aglio al mio destino!

 

La seconda occorrenza aliato, così com’è riportata nel testo (in questo caso fa fede l’edizione critica di Lindsay), non è nella veste ortografica in cui compare nei più antichi manoscritti del testo plautino, ma bensì come lo leggiamo nei manoscritti italiani di età umanistica (itala recensio). I più antichi manoscritti infatti lo riportano nella veste ortografica aleato, variante esistente ai tempi del commediografo nell’area rustica, extraurbana, con il caratteristico passaggio del suffisso -yo- ad -eo. Danese sostiene che debba essere preferita la variante aleato proprio per la valenza drammaturgica che avrebbe in questo passo: Grumione ribadirebbe così l’orgoglio che prova per la sua rusticitas rimarcando la sua appartenenza anche linguisticamente.

Facendo un esempio che possa rendere l’idea, è come se in una discussione fra un uomo di città, attento a seguirne il modus vivendi e a parlare la lingua colta, e un uomo di campagna, appassionato dei suoi costumi e del suo dialetto, il primo dicesse “va’ a mangiare la tua pasta” ed il secondo rispondesse “lasciami in pace con la mia gricia!”

In questo caso è fondamentale per snocciolare la radice della comicità plautina affiancare uno sguardo filologico al testo: chi vorrà renderlo in italiano per la messa in scena dovrà tener presente questo escamotage.

La filologia è uno studio intenso, che richiede dedizione e lavoro metodico, ma se godesse di maggior comprensione sarebbe possibile a tutti saperne di più e godere dei suoi strumenti. Scopo di questa rubrica sarà rendere questa materia così estranea un po’ meno sconosciuta e un po’ più accattivante anche per chi nella vita s’interessa di tutt’altro. Ritengo sbagliata l’idea secondo cui gli studi specialistici sono interessanti solo per gli addetti ai lavori: l’esempio dell’immensa fortuna editoriale dei lavori di Carlo Rovelli dimostra come niente sia così specifico da non poter interessare tutti. Perché il mondo si comprende meglio se non si hanno reticenze e se si cerca il più possibile di capire la natura e la ragione di tutte le problematiche che lo attraversano.

 

 

 

 

 

 

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