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More is better. Aldo Manuzio, Lettere prefatorie a edizioni greche.

La casa editrice Adelphi, che rappresenta da anni un’isola felice per tutti gli appassionati di letteratura, ha deciso di fare ai classicisti un bellissimo regalo, proprio allo scadere del 2017: un’operazione unica, che riaccende, forse, la fiammella della speranza nel buio di un’epoca storica che sembra considerare sempre meno il valore della classicità e rilega in spazi sempre più angusti coloro che se ne occupano. Giusto per fare un esempio dello stato in cui versa l’editoria di letteratura classica nel nostro paese, basti sapere che l’Institutio oratoria di Quintiliano non è attualmente nel catalogo di alcuna casa editrice in Italia, e non è certo l’unica opera a subire questo destino; ogni volta che mi ritrovo in qualche mercatino del libro usato mi fermo e indago, per salvare – o salvarmi – dall’oblio tutto ciò che riesco a trovare e che purtroppo è sempre più difficile trovare in libreria. Ma d’altra parte sono i tempi che parlano. Per capire perché un’opera fondamentale come l’Institutio, base dell’insegnamento classico per secoli, non venga più stampata, basta guardarsi intorno e vedere cosa si legge e come si scrive. Ma non divaghiamo troppo, tempora currunt et voltat irreparabile tempus, la cosa importante è che Adelphi, con azione assolutamente al di sopra di ogni logica di mercato, ha pubblicato una selezione delle Lettere prefatorie di Aldo Manuzio alle edizioni greche, con prefazione di Roberto Calasso.
Aldo Manuzio, figura fondamentale dell’Umanesimo italiano, si fa qui stampatore e amoroso editore di testi greci e latini – editore che più di ogni altro incarna in sé un’alta missione – oggi sempre più inedita – di commistione fra lavoro e cultura. Pare infatti che Manuzio si sia avvicinato all’arte della stampa sin da quando se ne iniziò a conoscere la tecnica anche in Italia, prima a Subiaco e poi a Roma. Trasferitosi intorno al 1490 a Venezia, la scelse come sede della sua tipografia. Dal 1502 iniziò a contrassegnare le sue edizioni con la celebre marca tipografica dell’àncora e del delfino, che Adelphi riporta in copertina di questa nuova, bellissima edizione. Con la scelta di questa immagine l’editore voleva rappresentare le direttrici fondamentali del suo lavoro: un ingegno vivido ed una salda disciplina – celebre è del resto anche il suo motto, festina lente, affrettati adagio. Aprì il suo catalogo editoriale con le edizioni di Aristotele e Aristofane, affiancandosi come collaboratore l’allora giovanissimo Pietro Bembo. Proprio Bembo convincerà l’editore fiorentino a editare anche Dante e Petrarca: il tutto in un nuovissimo carattere che usiamo tuttora per il computer – l’italico o corsivo – e in formato tascabile.
Nelle lettere prefatorie raccolte in questa edizione tema fondamentale sono non solo la motivazione della scelta di determinati autori classici e l’invito a leggere e ad istruirsi di cultura greca e latina, ma anche la divertente e sempre attuale polemica del Manuzio sulla dura vita dell’editore: perché, si sa, nel mondo dell’editoria non sono mai girati troppi soldi. L’editore veneziano se ne lamenta e – neanche in questo i tempi sono molto cambiati – invita calorosamente i lettori a continuare a comprare i suoi libri affinché lui possa poi renderli felici continuando a pubblicare nuove opere:

“Prendete dunque questo libello, non gratis però, ma datemi il giusto compenso, affinché io stesso possa fornirvi tutte le migliori opere scritte dai greci: e sicuramente se darete darò, perché non posso stampare se non dispongo di un bel po’ di denaro. Prestate fede a chi si è gettano in un’impresa non priva di rischi e soprattutto a Demostene, che così dice: “Il denaro è una necessità: senza denaro non si può realizzare nulla di quanto è necessario”. Ho affermato ciò non perché sia avido di denaro – anzi detesto gli individui di questo genere: tuttavia, senza denaro non è possibile approntare quel che voi desiderate ardentemente e a cui noi lavoriamo di continuo con fatica e pesanti spese”.

Dalla lettura di queste lettere prefatorie emerge chiaramente come l’editore fosse consapevole delle innumerevoli problematiche che comporta dare alle stampe un testo greco o latino, e quasi come un filologo si giustifica e fornisce le motivazioni del suo agire e della riuscita finale dei testi:

“Ho contrassegnato con l’asterisco i passi che mi sono sembrati oscuri, decurtati e corrotti; con l’obelo, invece, quelli – a mio giudizio – interpolati. Sono molte le ragioni per cui ho tralasciato di apporre ad alcuni passi l’uno o l’altro segno, ma soprattutto il poco tempo a disposizione. Vi chiedo perciò – se in un’opera tanto estesa alcune cose non vi piaceranno, poiché vi sembrano criticabili e oscure – di non incolpare me, ma, se proprio lo vorrete, le opere da cui sono state tratte, o piuttosto le guerre mosse da popoli stranieri, alle quali sia la Grecia che l’Italia sono state sempre soggette. La colpa, infatti, va attribuita ai guasti dei codici, non a me. [..] Perciò, se tra tante cose lodevoli troverete qualcosa di non accettabile del tutto, ricordatevi questo precetto di Orazio: “Ma quando in una poesia sono molte le cose che risplendono, io non darò peso ai pochi difetti prodotti dall’incuria o sfuggiti per disattenzione della natura umana” .”

Ciò che però principalmente ci regala quest’edizione è uno spaccato sulla personalità di questo affascinante personaggio. Attraverso i fori in controluce riusciamo a intravedere aspetti del suo carattere che ci divertono e ci fanno riflettere, ma che soprattutto ci permettono di guardare dentro un’umanità che, allora come oggi, dedica alla cultura la parte migliore di sé, la fatica e l’energia, sapendo bene di ricevere nel presente molto meno di quello che dona, come un uomo di speranza o un amante appassionato:

” Sebbene le guerre e le armi, mio caro Egnazio, siano sempre state una calamità e un flagello per un’infinità di cose e soprattutto per gli studi e le buone lettere, tuttavia ai nostri tempi, nei quali solo in Italia, ma pressoché in tutto il mondo vediamo divampare conflitti o per la cupidigia e l’avidità umana o – come preferisco credere – per i nostri vizi e i nostri peccati -, ai nostri tempi ripeto, insieme alle guerre hanno preso tanto vigore gli studi delle buone lettere, che esse sono in piena fioritura.”

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