Gli spazi mobili della poesia / 9 – La poesia (non) è comunicazione

1. Introduzione

È passato più di un mese dal convegno che ha raccolto a La Spezia un campione considerevole di poeti da tutta Italia, per la prima volta insieme e a confronto con una multiforme galassia di autori in ricerca delle parole, legate alla musica, al corpo, alle pratiche iconiche di scrittura. È stata sicuramente una due giorni di dialoghi stimolanti, di incontri proficui, che nondimeno ha evidenziato diversi nodi irrisolti della attuale scena della poesia italiana.

Diciamolo subito: la nostra generazione sconta la mancanza di abitudine al dialogo dal vivo. Queste occasioni sono ancora rare e si è avvertito che nessuno dei presenti era abituato a confrontarsi pubblicamente con il pensiero altrui: non era condiviso un discorso comune, né un sfondo di autori in cui riconoscersi. Sicuramente avrebbe giovato alla discussione una migliore organizzazione delle tavole rotonde, mischiando le carte, rendendo più trasversali le proposte e non favorendo ghetti autoreferenziali, affinché emergessero quelle genealogie che Maria Borio ha proposto alla riflessione comune; avrebbe anche aiutato una maggiore e più equa distribuzione dei padri chiamati lì a convenire: i pochi presenti erano padri non condivisi, con un’opera non per tutti i presenti decisiva. A tutto ciò bisogna aggiungere che, pur nella abbondanza dei convenuti, ancora molti e fra i più attivi e i più pensanti scrittori della mia generazione mancavano all’appello: molta scrittura femminile e proveniente dal sud Italia non è stata chiamata, non è potuta convenire e se n’è avvertita la mancanza. Tanto si potrebbe ancora aggiungere; ma non è di questo che mi urge parlarvi.

2. La poesia non è comunicazione

Lungo le giornate di lavoro, è emersa in me con sempre maggiore forza la sensazione che uno dei maggiori nodi irrisolti e nascosto vulnus della discussione fosse legato ad una concezione ambigua della poesia come comunicazione. Aleggiava tacito l’assenso su questo: la poesia è un mezzo con cui si trasmettono messaggi. Ecco, io credo che bisogna opporsi con la massima energia a questa visione depauperata dell’atto poetico.

Questa concezione deriva – recentemente – dalla linguistica, o meglio: da una certa linguistica che ha applicato la virtù analitica del linguaggio (che discende dagli effetti della scrittura alfabetica) alla lingua della poesia. Se essa ha il pregio di una brutale chiarezza, semplicità e funzionalità (questi erano gli effetti ricercati) e sebbene goda di tutta l’efficacia possibile, se dobbiamo analizzare la poesia, ovvero produrre intorno ad essa un discorso scientifico, ha nondimeno il difetto di mancare completamente il bersaglio: obiettivo precipuo della poesia non è quello di produrre intorno ad essa un discorso scientifico. (Alle radici della nostra cultura occidentale, questo scarto è già evidente nel passaggio fra Platone e Aristotele: il primo, che cacciò i poeti dalla città, ancora ne avvertiva il potere sacrale, allusivo, ipnotico; il secondo invece già non comprende più l’inquietudine nei confronti della totalità terribile evocata dal gesto poetico e ci tramanda una poesia come mezzo di una catarsi: già siamo nell’al di qua, già siamo nel contemporaneo? Non esageriamo; ma forse le radici di questo nostro pensare sono da ricercare in quei luoghi, con maggiore acume e acribia di quanto si possa fare qui.)

Per fare un esempio di come manchi il bersaglio, proviamo ad immaginare questa scena: un padre che ha di fronte per la prima volta il proprio figlio. L’esperienza che il padre prova è forse riassumibile con una descrizione analitica dei due corpi nello spazio? Certamente sì; ma provate ad immergervi nel suo sguardo, che trema nel vedere e nel tenere in braccio per la prima volta quella carne che fino a poco prima era nel corpo della donna che amava; quella carne che da lui discende pur essendo da lui separato; quella carne viva, che respira, che emana calore, che ha fin da subito il bisogno totale della sua assistenza, della sua presenza. La descrizione analitica del bambino come «essere appartenente alla specie umana del peso di 3 kilogrammi» sarà utilissima ed efficace se noi stessimo facendo un discorso statistico sul peso medio dei bambini alla nascita, non di certo se volessimo rendere conto dell’esperienza totale della discendenza, della paternità. E si badi: non si sta certo dicendo che il lessico della scienza non possa essere inserito all’interno della poesia; se la poesia lo fa è proprio per mostrarlo e superarlo in qualcosa di più decisivo: non è una questione di quale lessico, ma di quanta ampiezza di orizzonte si sta abbracciando.

La poesia può essere interpretata come “mezzo che veicola un messaggio”, ma soltanto a patto di sacrificarne la profondità antropologica, di tradirne la traboccante abbondanza, di misconoscere l’unicità relativa dell’esperienza di cui si vuole fare testimone. Se la si adegua a “mezzo che veicola un messaggio”, la si rende identica a qualsiasi altro elemento che cada entro le spire del discorso universalizzante della scienza: attribuiamo alla poesia le qualità che sono proprie soltanto del nostro metodo; metodo che nondimeno si riflette sul mondo e lo modifica, irresponsabilmente per lo più. Infatti posso analizzare, legittimamente, anche le feci di un cane trovate per strada come “un mezzo che veicola un messaggio”: stiamo solamente mostrando la virtù del nostro metodo, la sua potenza, non la verità di ciò che incontriamo, che al contrario rimane oscuro, in ombra, irrito, impensato.

Se pensiamo la poesia come “comunicazione di un messaggio ai viventi”, fra l’altro, subito emerge che dovremmo occuparci di quali messaggi essa veicola; dovremmo dunque accettare un’idea di poesia moralistica, ideologica, in cui soltanto di alcuni messaggi sarebbe opportuno parlare. Cancelliamo così la possibilità di una poesia infinitamente libera dalle occasione da cui nasce, siano l’amore vergognoso di Penna o il partigiano odio di Alceo. Si potrebbe obiettare che accettare l’idea della poesia come comunicazione non voglia dire giudicare moralmente il messaggio che veicola; bene, allora dobbiamo ammettere che la più alta forma del poetico raggiunta è quella del claim pubblicitario, ovvero la lingua più propria del capitalismo moderno: una lingua che prescinde da ogni speculazione morale ed è solamente predisposta al massimo grado di diffusione nei media. Siamo disposti infine a far assorbire la figura del poeta in quella del pubblicitario? Siamo davvero diventati così ciechi di fronte alla poesia?

A La Spezia si è seguito incoscientemente questa trafila di discorsi; ed è dunque chiaro perché uno dei maggiori problemi avvertiti dai convenuti fosse di natura sociologica, ovvero relativo al numero di fruitori viventi della poesia e dei modi che essi hanno di condividerla. Un problema che non riguarda essenzialmente l’arte della poesia: riguarda semmai l’arte dell’editoria (Nota Bene: non è un caso se proprio una delle migliori e più civili tavole rotonde sia stata proprio quella relativa all’editoria). Se così fosse, noi dovremmo ammettere con un certo imbarazzo che la maggior parte della poesia occidentale è composta da pessimi comunicatori: quanti lettori viventi aveva Orazio? Quanti Leopardi? Quanti Saffo? Quanti Marinetti, Sanguineti, quanti Breton? Quanti ne ha oggi Zanzotto? Fare poesia è prescindere da questa storia? Si può fare poesia senza essere dentro, immersi totalmente in questa storia? Cosa è la storia della poesia? L’idea di poesia che deriva dalla sua identificazione con mera comunicazione di un messaggio fra i viventi è di fatto un’idea che abolisce la storia, per altro non potendone fare a meno: un gesto di nascondimento, di obliterazione, di censura. Per dirla con più precisione: è un’idea che cancella la morte (cancella la memoria dei morti) e pretende che si viva in un illusorio arcadico presente (perfettamente funzionale tra l’altro all’imperativo capitalistico e neopositivistico del godere e consumare senza responsabilità); è un’idea che ciecamente ipostatizza una piccola porzione della storia recente e i suoi valori; un’idea che cancella la differenza, la frattura e crea invece come obiettivo della poesia l’omologazione violenta (“dovete ricevere questo messaggio”); un’idea, infine, che può essere facilmente accecata da fenomeni di cui non è chiara la durata, la persistenza, come quel famigerato “salto mediale” che vedrebbe il passaggio necessario da presunta poesia della scrittura ad una presunta poesia futura dell’oralità, che un poeta a La Spezia (Lello Voce) ha sbandierato come imminente apocalisse. A mio modesto modo di vedere, l’unico salto mediale avverrà quando l’uomo rinuncerà completamente alla scrittura e all’alfabeto: nulla mi sembra presagire ciò per i prossimi anni; se poi l’alfabeto sia scritto su un supporto cartaceo, digitale o registrato su supporti vocali, cosa veramente muta se la mente che lo scrive rimane alfabetica?

3. La poesia è comunicazione

Fin quando la poesia è e rimarrà esecuzione di un testo scritto, il poeta fornisce attraverso il suo lavoro lo stampo cavo che rimane a disposizione di un futuro corpo che lo esegua come partitura; il lettore del testo poetico deve essere allenato, educato e disposto a consegnare il proprio corpo a quel testo, che gli preesiste, ma di cui è totalmente responsabile: dalla sua lettura, dalla sua messa in pratica concreta, dipende in toto la presenza della tradizione e la sua trasmissione ai futuri. Io do il mio corpo a questo testo: così suona l’azione del poeta; e in questo senso il lettore è l’autore del testo poetico: non esiste la poesia in astratto, esistono soltanto esecuzioni di poesie (Valery, 1937: «C’est l’exécution du poème qui est le poème»). La poesia è un fare, azione, performance. Azione di cosa? Azione dei morti in me vivo: io decido di dare il mio corpo ai morti, attraverso questo testo; e, grazie a questo, io mi scopro vivo, io mi comunico con loro, io mi fondo, per quanto dura l’esecuzione, come luogo dell’avverarsi della comunità, ovvero della comunicazione fra vivi e morti. È questo il textus, è di questa comunicazione che è intessuto l’atto poetico, di questo commercio, di questa economia.

Una questione completamente non discussa e impensata nella due giorni di La Spezia e che mi sembra davvero cruciale è la seguente: nel momento in cui da lettore (che è dunque un esecutore di una partitura testuale) divento esclusivamente spettatore dell’esecuzione di un testo, tutto cambia; io non sono chiamato più ad eseguire attivamente, responsabilmente, ma ad assorbire passivamente un’esecuzione, che fruisco – adesso sì – come atto estetico e non come mappa di un’azione possibile. Il textus è matrice di infinite letture, veicolo di un viaggio ogni volta da ripetere, ogni volta da rifare nel mio corpo: che senza il mio corpo e la mia voce non c’è. Scrittura e voce, alfabeto e corpo sono fra loro intessuti e funzionali l’uno all’altro: la scrittura è una macchina vocale, anche quando la lettura è silenziosa. Ogni poesia, a prescindere dall’occasione che la fece sorgere, a prescindere dal contenuto che è possibile astrarne con i mezzi dell’analisi, è presa di coscienza di essere questo luogo, unico e al contempo rivelativo dei possibili, singolare (ogni volta accade lì, in quell’hic e nunc, in quella singola esecuzione fisica del textus) e plurale apertura dei mondi: in quel textus che io adesso eseguo accade e precipita tutta la storia dei testi precedenti e si fonda la possibilità di nuovi testi. Cosa accade se invece io presento un’esecuzione singola come esemplare e interrompo la trafila delle partiture? Ovvero: cosa succede se invece di presentare la poesia come possibilità infinita di ripetizioni, come textus che chiede soltanto: “attivamente ripeti”, la presento e la penso come manifestazione di un’esecuzione, rigida, esemplare che chiede soltanto: “fruiscila passivamente”? Su questo sarebbe forse necessario (per me fra i primi) riflettere con maggiore attenzione.

La poesia come textus, economia di vivi e morti, allude e chiede di essere presenti, vivi, ovvero responsabili di tutti i morti che hanno fatto sì che tu possa dirti vivo. Questa è la posta in gioco, fin dai tempi in cui gli sciamani siberiani battevano i loro tamburi fatti della pelle dei loro morti, fin dal nome di Phrasikleia, inciso sul marmo pario nel VI secolo, che ancora fino a noi risuona grazie a queste tue labbra.

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