Gli spazi mobili della poesia / 7 – Per una Telemachia comune

«Ha molti guai a casa quando suo padre è lontano, un figlio: uno che non abbia altri protettori, come avviene ora a Telemaco. Quello se n’è andato, e non ci sono altri che possano nel paese allontanare la sventura»[1].

Queste le parole che Pisistrato, figlio del Re Nestore, usa per introdurre l’amico Telemaco alla corte del biondo Re di Sparta, Menelao, dal quale il figlio di Ulisse si reca per avere notizie dell’eroe.

Il giovane è un ragazzo spaventato, non ha mai conosciuto il padre che pure, dopo i dieci anni trascorsi a Troia, e altri ancora spesi nel disperato viaggio di ritorno, stenta ad arrivare. Tornerà, come sappiamo, quando Telemaco, accompagnato da Pisistrato e dalla dea Atena, avrà già visitato Sparta e Pilo e sarà tornato anche lui a Itaca, sconfitto.

Storia, letteratura antica, mito. Ma anche storia presente, storia modernissima a guardare le facce dei tanti Pisistrato e Telemaco sbarcati a La Spezia la settimana scorsa, in cerca, anche noi, di una guida, in cerca, anche noi, di un padre che non torna, che forse non è mai partito e che, sicuramente, padre davvero non lo è mai stato.

O forse, anche noi, soprattutto noi, in cerca semplicemente di noi stessi, di un’avventura comune, delle fronti corrucciate dei fratelli.

Ha detto bene, a proposito di fratelli, su queste stesse frequenze, Alessandro Mantovani quando, chiamato per primo a intervenire a questa tavola rotonda virtuale che segue gli Stati Generali della Poesia contemporanea di Mitilanza e riferendosi ai “padri”, ha scritto: «Ciò che risulta poco efficace è probabilmente il fatto che le loro voci, per quanto autorevoli siano tutte relegate ad un conflitto tra poetiche inerente un passato del tutto inattuale, gli anni ’60, a partire da quella dialettica tra parola meccanica e parola piena»[2]

Lo dimostra meccanicamente, infatti, l’unica Voce, tra le presenti, appartenente a una generazione passata (ma passatista, forse, sarebbe più appropriato) che difatti inizia a sbraitare e ringhiare, a sbavare e mordere. Un copione già visto, tutto “ai miei tempi” e “voi non siete stati capaci di” e “filologo del cazzo” detto a piena bocca a un Roberto Batisti attonito che aveva preso parola per dire che forse un passo successivo, un intento critico, un metodo può esistere.

Prima, sempre durante la giornata di sabato, due illuminazioni e un punteruolo. La prima di Michele Ortore, che paragona il convivium della poesia contemporanea, quindi tutto il suo nutrito sottobosco, a un affollato isolotto pieno di disperati che, con le mani all’insù, aspettano le grandi astronavi di Mondadori ed Einaudi che, dal gorgo, li sollevino finalmente fino al Pantheon dove credono di meritare uno scranno. Immagine, questa, tanto eloquente quanto puntuale; la seconda, sempre notevole, è quella di Davide Castiglione che riconosce, tra i membri di questa generazione, la presenza di un’agape quasi paleocristiana, una diffusa fratellanza orizzontale, che non ha bisogno, per esistere, né di padri, né di guide.

Da queste due, dalla loro sintesi, ecco spuntare il termine genealogia, un punctum proposto da Maria Borio, e tiepidamente accettato da molti altri dei presenti. La possibilità cioè di ricercare in sede critica le parentele prossime e quelle più distanti nel tempo. Elemento questo, mi si consentirà, non propriamente nuovo (chi è il padre del Leopardi, Pietro Giordani o forse proprio il Petrarca volgare da lui barbaramente – e finalmente – ucciso?).

Sul rapporto nostro con i padri, sul rapporto di questa generazione con quella precedente, ha scritto pagine illuminanti Massimo Recalcati nel suo Il complesso di Telemaco, uscito per Feltrinelli, nel quale lo psicanalista e saggista analizza la nuova mutazione del complesso edipico: «Ogni movimento autentico dell’ereditare suppone il taglio, la separazione, il trauma dell’abbandono del padre, l’esperienza della perdita, dell’essere, appunto, orfano»[3].

Non più parricidi, non noi: Orfani, orfani felici.

 

 

Ma poco si è detto, nella bagarre tra poesia orale e poesia scritta, di quello che questa generazione, che ogni generazione ha fatto per arrivare all’atto della scrittura di poesia. Poco si è detto, al di fuori di qualche meccanica citazione di McLuhan (sociologo acutissimo – ma attenti a non fare diventare il mondo contemporaneo la Galassia Baumann/McLuhan), del lavoro che per gran parte del tempo tutti noi cerchiamo di compiere: una logorante risalita fino all’eterno, fino al freddo siderale dell’eterno, l’ossessiva ricerca dell’origine buia, della matrice umana. Così i nonni e i padri, così noi figli orfani.

I rischi che una così grave dimenticanza comporta sono notevolissimi. Rischiamo infatti a ogni minuto di dimenticare la sostanza a vantaggio della forma, di concentrarci sul medium e disperdere il messaggio. È infatti qui, in questo spazio scuro, nell’immagine di questo spazio, che avviene la fermentazione. Non è un caso, a pensarci, che la nascita di Apollo, dio della poesia, sia legata all’impossibilità stessa della nascita, alla gravidanza protratta fino alla sofferenza fetale, alla costipazione.

È in quella pancia, materna e ctonia, che lega in un volume ogni atomo della parola potenziale. Dell’uomo e della sua poesia, dell’ulteriore e del primigenio. Nella “bisaccia” dell’origine, nel silenzio della grotta, avviene la scrittura, l’eruzione magmatica che unisce e trasporta tutte le registrazioni urbane, gli schizzi, le impressioni sentimentali di cui siamo capaci.

Anche questo abbiamo dimenticato?

Mondadori ed Einaudi, le astronavi, appunto, descritte da Ortore, da un lato, dall’altro le piccole, le coraggiose, le indipendenti. Ma prima ancora quanta invidia, bisogna riconoscerlo, e maldicenza e ancora chiusura in categorie politiche e poetiche morte, vizze. Categorie che ci hanno macchiato, che ci hanno costretto a sospingerci sui rami secchi, invece di indugiare sui germogli. Che ci hanno costretto ad annaffiare la morte, calpestando i resti dei morti invece di venerarli.

Così ogni giorno nella fittissima vita social di ognuno di noi, così, inevitabilmente, anche tra i mitilanti. Questa è la nostra hamartia? Così poca cosa siamo? Così cruenti e barbari da trovarci senza padri da uccidere e doverci dare – per pura sete di sangue – al fratricidio?

No. Il nostro viaggio non è, e non può essere, una semplice  ricerca dei padri da parte dei “fratelli/figli” Pisistrato e Telemaco, ma l’epica dei coloni o, ancora di più, l’epica degli ecisti, dei fondatori che, lasciando la patria (che è proprio la terra battuta dai padri), si mettono per mare alla ricerca di nuove terre.

Dobbiamo incontrarci sulla tradizione, sulle tombe dei morti, dentro le pance enormi e silenziose dell’origine: questa è la genealogia che ci è necessaria. Solo qui potremo passarci il contemporaneo, bocca a bocca, per trofallassi, potremo rintracciare, in mezzo a tutte queste divisioni, un archetipo comune, un luogo letterario nel quale incontrarci e dialogare.

Solo così si potrà a mio avviso dare un seguito a questi Stati Generali, dare posto a questa generazione, sbracciando insieme per accogliere pienamente ogni variazione e scuola, ognuna delle tessere di cui il mosaico si compone.

Per realizzare questo, con Tommaso Di Dio, Damiano Scaramella e Fabrizio Sinisi, ci proponiamo come Ecisti, come Archia, come Tucle, (mi si perdonerà il campanilismo) come Evarco. Vi comunichiamo per questo di avere ideato un Centro Studi di Poesia che, come contenitore di genealogie diverse, come officina di incontro e scontro, vedrà la luce a breve.

Vi chiediamo quindi di contattarci, di avviare insieme una discussione, una Telemachia comune, perché, oltre la triremi, si vede già una terra, perché «alla fine di questa frase, comincerà la pioggia. / All’orlo della pioggia, una vela»[4].

 

 

 

[1] Giuseppe Tonna, Claudio Bevegni (a cura di); Omero, Odissea, Milano, Garzanti, 1968, p. 44.

[2] Alessandro Mantovani, Carta d’Identità, in Midnight http://midnightmagazine.org/mitilanza1/

[3] Massimo Recalcati, Il complesso di Telemaco, Milano, Feltrinelli, 2013, p.47.

[4] Derek Walcott, Mappa del Nuovo Mondo, Milano, Adelphi, 1992, p. 151.

Giuseppe Nibali

Giuseppe Nibali è nato a Catania nel 1991. È laureato in Lettere Moderne. Giuseppe Nibali è nato a Catania nel 1991. È laureato in Lettere Moderne e in Italianistica presso l’Università degli Studi di Bologna dove è membro del Consiglio Direttivo e del Comitato di Direzione del Centro di Poesia Contemporanea dell’Università con cui collabora dal 2010. Giornalista Pubblicista collabora con “La Sicilia”, “Clandestino” e “Argo”. Dal 2017 è direttore editoriale della rivista online Midnight Magazine. Ha pubblicato i libri di poesia: Come dio su tre croci (Edizioni AE, 2013), Premio Serrapetrona – le stanze del tempo”, Menzione d’onore “InediTO – Premio colline di Torino”, Premio Elena Violani Landi Opera Prima; e La voce di Cassandra – Studi sul corpo di una vergine. Sue poesie appaiono in diverse antologie poetiche e blog. Insegna italiano, storia e filosofia in un Liceo di Milano.

Lascia un commento

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: