Gli spazi mobili della poesia /2 – Qualche perplessità

Proseguiamo con il dibattito sulla poesia emerso dall’evento Mitilanza #1.

Ricordate che la discussione continuerà sul blog ufficiale dell’evento: https://mitilanza.blogspot.it/

Invitiamo chiunque tra i lettori sia interessato a partecipare con un approfondimento su un dato tema a contribuire alla discussione inviando il materiale all’indirizzo: [email protected]

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Può darsi che accingermi a scrivere queste righe sia un atto un po’ incosciente e antipatico. È ipocrita criticare alcuni aspetti del poetry slam quando si frequentano persone molto attive in quel mondo, e quando – sia pure sporadicamente – si è partecipato a diverse di queste competizioni? O è, peggio, sindrome da volpe e uva, dal momento che non è capitato di vincerne? Lo sarebbe, credo, in un mondo afflitto da cattivismo idiota (e certo il mondo del 2017 lo è: basta aprire Facebook), in cui bisogna schierarsi faziosamente pro o contro i movimenti culturali e letterari con la stessa partigianeria cieca con cui si lancia un flame su internet. Si confida che il tentativo d’articolare pubblicamente e criticamente le proprie perplessità non appaia incompatibile con l’interesse per il fenomeno e la stima per diversi suoi esponenti; si confida che tale tentativo riesca più utile, almeno per chi non è già convinto in partenza, del dileggio sprezzante (o del silenzio) dei detrattori totali.

Che il contributo di pareri critici esterni possa giovare al movimento non sfugge a Dome Bulfaro, che nel recente volume da lui curato (Guida liquida al poetry slam. La rivincita della poesia, Agenzia X, Milano 2016) dedica una sezione (pp. 131-145) ai ‘Pro e contro’ dello slam, ospitando anche voci scettiche (come quella d’Andrea Inglese) o francamente ostili (ad esempio Gianfranco Majorino; la presa di distanza più articolata ivi presente, a opera di Giovanni Fontana, concorda con molte delle riflessioni che qui presento). Il capitolo, certo, può sembrare un contentino, un piccolo spazio concesso quasi d’ufficio al pensiero ‘non-slam’ entro un volume appassionato ed evidentemente schierato che al suo oggetto eleva spesso dei peana quasi imbarazzanti (mettono già in allarme il sottotitolo e la quarta di copertina: «Se credete che la poesia sia noiosa è perché non avete mai partecipato a un poetry slam […] chiedetelo a tedeschi, francesi, inglesi e a tutti gli appassionati che abitano in nazioni meno arretrate dell’Italia»!).

E in effetti fra i tratti tanto tipici quanto criticabili del mondo slammistico sta senza dubbio una certa tendenza all’enfasi ingenua, al generoso e vitalistico entusiasmo che presto trascende in autoesaltazione. Ma questi sono forse considerabili difetti veniali. Al netto delle svisate retoriche, anche il libro curato da Bulfaro – ma felicemente polifonico nella quantità di autori che vi hanno messo mano – è davvero utile come vademecum per farsi un’idea dell’esperienza slam, contenendo fra l’altre cose una cronistoria delle varie scene locali italiane, il regolamento ufficiale con le istruzioni pratiche per l’allestimento di un poetry slam, e un’antologia di testi. Proprio quest’ultima consente di verificare un punto cruciale attorno a cui spesso ruotano le critiche: la tenuta dei testi su carta stampata, o comunque al di fuori della specifica cornice competitiva.

La mia tesi è che il poetry slam stia alla poesia come i match d’improvvisazione teatrale stanno al teatro: uno spinoff ludico-agonistico dell’arte ‘alta’ a cui attinge tecniche e metodi, ma per diventare altra cosa. In entrambi i casi, di fatto, una disciplina sportiva, in cui è enfatizzata la dimensione competitiva – esistono regole del gioco, al termine della serata c’è un vincitore, si organizzano campionati regionali nazionali mondiali. Per diventare campioni d’improvvisazione aiuta certo essere bravi attori, ma non si viene – giustamente – reputati grandi attori in base al genere di performance richieste dai match d’improvvisazione; allo stesso modo, per aver successo negli slam aiuta esser bravi poeti (conoscere tecniche di versificazione, avere uno spiccato senso della lingua, saper concentrare contenuti importanti in un’immagine icastica o in un tornito giro di parole), ma non si è grandi poeti perché si eccelle nel genere di componimento che funziona nei poetry slam. In entrambi i casi, si tratta di spettacoli molto divertenti per il pubblico (e per i performers), più di molto teatro e sicuramente più di qualsiasi reading di poesia.

Certo, alcuni autorevoli slammer mettono in guardia contro l’equazione fra slam e poesia di tipo marcatamente performativo/orale/rap, sottolineano che lo slam è un contenitore dove si può portare qualunque tipo di poesia. Vero, ma fino a un certo punto. First but not least, la limitazione dei tre minuti a pezzo esclude di fatto qualsiasi componimento che abbia una certa ambiziosità narrativa, o comunque una certa estensione e, magari, complessità strutturale rilevante. Constatazione desolantemente lapalissiana. Sandro Penna potrebbe partecipare (vincere è un altro discorso), il Pagliarani della Ragazza Carla sarebbe escluso in partenza; e un Foscolo, sebbene la basetta selvaggia e il piglio da seduttore lo aiuterebbero senza dubbio, potrebbe presentare al massimo i sonetti, rinunciando ai Sepolcri.

Inoltre, se dire che il medium è il messaggio è diventato un luogo comune, ancor più ovvio è che il medium condiziona e seleziona inevitabilmente certe caratteristiche del messaggio: ovvero, se pure la poesia degli slam non è improvvisata né accompagnata da basi musicali, e se è vero che soltanto alcuni slammer hanno un modo di porsi che richiama l’hip hop, tuttavia l’obbligatoria fruizione orale tende a premiare anzitutto il bravo declamatore dei propri versi (laddove alcuni dei più bravi poeti contemporanei leggono malissimo testi in sé notevoli), e poi un genere stesso di scrittura che ‘arrivi’ bene tramite il solo ascolto. Qui sta la principale crux della questione slam: tutti quei generi di scrittura, vari e anche diversissimi fra loro, che sfruttano meccanismi legati in qualche modo alla pagina scritta non funzionano, non possono funzionare nel contesto dello slam; e allora suona vacua la libertà formale e teorica di includerli, se un minimo d’esperienza insegna che essi faranno fiasco ogni volta.

Non aiuta, da questo punto di vista, il fatto che la giuria sia scelta fra il pubblico presente, dunque perlopiù non composta di persone abituate all’intero range della poesia contemporanea (o della poesia tout court). Si sa che ormai non basta uscire da un buon liceo (e a volte nemmeno da una laurea in lettere) per conoscere poesia successiva a, diciamo, Montale; gli esperti di poesia italiana sono oggi, a parte coloro che la studiano professionalmente, coloro che s’ingegnano a rendersi tali in proprio e a tempo perso, frequentando biblioteche e librerie specializzate, ascoltando reading e presentazioni, acquistando libri via internet, leggendo i litblog, partecipando ai festival. Un’agguerrita minoranza, insomma. Certo, molte di queste persone (che per la loro preparazione sarebbero forse in grado di valutare a un primo ascolto anche testi complessi e stratificati mai letti o uditi prima) assistono anche agli slam, ma buona parte degli spettatori saranno piuttosto amici e conoscenti dei performer in gara, curiosi, nonché – tenendosi spesso le gare in locali pubblici – gli usuali avventori del bar. È ovvio che a questo pubblico risulta più facilmente apprezzabile una poesia che lavori con un lessico medio o francamente semplice, una sintassi piana e poco marcata, e che vanti calembour, rime esibite e ‘a effetto’, abbia magari una buona dose di colloquialità e d’ironia, e attinga al mondo domestico dell’esperienza quotidiana, oppure ai generici ‘grandi temi’ che stanno a cuore a tutti – o tutt’al più che sia, al contrario, totalmente e ludicamente asemantica, risolvendosi in una pittoresca glossolalia (come quegli attori greci rimasti famosi per saper imitare alla perfezione il verso del maiale, o la carrucola che cigola).

Quel che obbiettivamente fatica ad ‘arrivare’ in questo contesto di fruizione sono invece il lessico ricercato, settoriale o ‘esotico’, le citazioni erudite o bizzarre, la sintassi molto articolata, lo scarto dalla norma linguistica non immediatamente finalizzato a un effetto umoristico, gli sperimentalismi d’ogni sorta… per non parlare, com’è ovvio, di tutti quei fenomeni che esistono solo sul piano grafico. Non s’intende affatto che il primo sia un elenco di tratti dequalificanti e il secondo di tratti positivi: sa il cielo quanto molta poesia ‘cartacea’ potrebbe giovarsi d’una maggiore attenzione ai valori metrici/ritmici/fonici, e quanto irritanti o inutili siano spesso le bizzarrie tipografiche, i citazionismi pretenziosi, o la ricerca della dissonanza per la dissonanza. No, si tratta semplicemente di rilevare che numerosissimi modi di concepire la poesia sono di fatto, se non di nome, esclusi dal mondo degli slam.

Un altro problema, di cui certo gli animatori della slam poetry non hanno colpa, è che questa chiusura de facto viene poi ripagata con la stessa moneta. Può non stupire la perplessità o l’ostilità nei confronti del fenomeno, importato in Italia da pochi anni, da parte di figure che per età e formazione vi sono estranee; colpisce invece sentire giovani appassionati di poesia – aperti magari alle contaminazioni e alle sperimentazioni com’è normale e giusto a vent’anni – ostentare disinteresse per gli slam o addirittura ignoranza dei medesimi. Potrei fare l’esempio, a me ben noto, di Bologna, dove a cadenza più o meno settimanale e spesso addirittura negli stessi spazi fisici si tengono un laboratorio di scrittura promosso dal Centro di poesia contemporanea, e serate open mic e/o slam organizzate dal collettivo ZooPalco. Entrambi i contesti si rivolgono soprattutto ai giovani; ebbene, le persone che li frequentano assiduamente entrambi non sono più d’un paio. Una nuova chiusura settoriale di cui non si sentiva affatto bisogno in uno scenario già dominato dalle divisioni feudali, dall’incomunicabilità, dall’incommensurabilità delle diverse poetiche.

Va detto che nel giro degli slam s’incontrano spesso una tempra umana, una simpatia e un entusiasmo molto superiori a quella d’altri ambienti letterari: nonostante la sfrenata competitività, o forse proprio per questo. Infatti, l’esibizionismo e l’agonismo tipici di moltissimi poeti nello slam sono istituzionalizzati, esplicitati, e trovano così uno sfogo costruttivo o liberatorio, comunque di carattere giocoso; nel poeta sdegnosamente ‘alto’ o ‘sperimentale’, e quindi rigorosamente scritto, esibizionismo e agonismo covano spesso in quantità non minore, ma compressi, repressi, ed emergono sovente in modi sgradevoli. Non fatico quindi a riconoscere che il presunto carrozzone circense dello slam, pur con tutte le sue miserie, le sue fame usurpate, le sue illusioni e le sue rivalità, sia un mondo umanamente più stimolante e invitante in cui mettersi alla prova, rispetto a circoli dove dinamiche non meno meschine non sono neppure risarcite dal fascino dello spettacolo e della competizione diretta.

Non intendo entrare, invece, nelle discussioni più o meno storicistiche sull’attualità di una poesia orale-performativa: tanto chi esalta ideologicamente e ingenuamente (magari grazie al pessimo parallelo coi cantautori) la ritrovata dimensione ‘sonora’ e ‘pubblica’ della prassi poetica, quanto chi giudica tramontata per sempre (prima con gli aedi e poi coi trovatori) la possibilità di una letteratura orale, poiché il linguaggio stesso si farebbe sempre più medium esclusivamente scritto, pecca a mio avviso di pericoloso determinismo. Pericoloso per il prescrittivismo che tende a conseguirne (“oggi si può/si deve fare così, e non cosà”), pericoloso per il suo carattere semplificatorio. Meglio limitarsi a considerare il dato storico della diffusione di questo fenomeno e interrogarsi, casomai, sulle conseguenze che ha avuto e potrà avere tanto per la sociologia dell’universo letterario quanto per la concreta prassi compositiva.

In realtà, senza bisogno di scomodare la questione omerica (basti dire che fra gli specialisti il dibattito sul ruolo della scrittura nella genesi dei capolavori dell’epos antico è ancora acceso e le conclusioni tutt’altro che scontate: esiste anche la tesi che l’alfabeto sia stato introdotto in Grecia proprio per mettere per iscritto i poemi omerici, e Martin L. West era convinto che l’autore dell’Iliade lavorasse con l’ausilio della scrittura), da millenni la dimensione scritta coesiste intimamente con quella orale e sarebbe pericoloso volerle scindere. D’altronde l’esperienza insegna che una buona poesia ‘nata scritta’ funziona, se interpretata a dovere, anche su un palco davanti a un microfono (fuori, beninteso, dalle limitazioni dello slam), laddove testi ‘nati orali’ molto spesso deludono se riversati su pagina scritta: è sufficiente sfogliare l’antologia contenuta nella Guida liquida. Dimostrazione empirica (non priva di felici smentite, ma tendenzialmente vera) delle problematicità di una separazione dei due àmbiti.

Queste ultime due osservazioni sono state offerte da chi scrive al convegno spezzino del 25-26 febbraio 2017 organizzato dal gruppo Mitilanti, durante la tavola rotonda dedicata alla poesia orale-performativa. L’appassionata reazione polemica (anche se a mio avviso abbastanza fuori fuoco) di Lello Voce e gl’interventi successivi dimostrano quanto il tema sia delicato e sentito. Nonostante questi stati generali della poesia italiana abbiano visto una nutrita partecipazione di esponenti della corrente performativa (sottorappresentate apparivano semmai altre componenti), mi è parso che la maggioranza dei presenti concordasse sul fatto che la creazione di false dicotomie non è la soluzione. Più in generale, l’incontro spezzino ha rappresentato un momento di confronto e presa di coscienza che sarà fecondo a condizione di non restare isolato: anche sul tema dell’oralità versus scrittura, quindi, l’importante è continuare a discutere più collettivamente e trasversalmente possibile. Che anche i “filologi del cazzo” (cit.) facciano sentire la propria voce, dunque.

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