Gli spazi mobili della poesia / 1 – Carta d'identità

Gli spazi mobili della poesia è il sottotitolo che ha accompagnato l’evento Mitilanza #1 svoltosi a La Spezia nello scorso weekend. Una due giorni interamente dedicata alla poesia italiana e alle sue sfide, sotto la cura del collettivo i Mitilanti, capitanato da Francesco Terzago, che ha tentato una mappatura e una discussione critica circa le strade future della poesia, partendo dalla sottolineatura di problemi tutti presenti. La portata dell’evento è stata felicemente ampia e ciò è stato chiaro a partire dal numero di partecipanti, tutti addetti ai lavori, tra relatori delle tavole rotonde, altresì chiamate inneschi, e più di 50 poeti convocati, tutti appartenenti alla fascia d’età compresa tra i 25 e i 35 anni, che hanno detto la loro su temi urgenti e condivisi, nonostante le più svariate poetiche, generando una dialettica efficace e genuina.

Noi di MidnightMagazine abbiamo deciso di proseguire la discussione avviatasi il 25-26 Febbraio ospitando le voci di alcuni dei partecipanti e di coloro che si vorranno aggiungere, scegliendo di mantenere Gli spazi mobili della poesia come titolo per questi interventi proprio per indicare lo spirito dell’iniziativa: una mappatura geografica aggiornata che possieda allo stesso tempo la possibilità di avere una visione d’insieme e di approfondire i problemi e le forme di risoluzione messe in campo, sviluppando un discorso mobile perché aperto all’ascolto.

Questo dibattito prosegue e proseguirà in veste ufficiale sul blog di Mitilanza #1 attraverso la presentazione di ulteriori materiali prodotti dai partecipanti. Vi invitiamo a seguire il tutto su https://mitilanza.blogspot.it/

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Credo di non sbagliare dicendo che due sono stati i fuochi attraverso cui si sono impostati i maggiori punti di riflessione: il rapporto con i modelli e il problema delle forme, problematiche tra loro per nulla distanti.

Il rapporto con i modelli affonda nelle annose discussioni intorno alla dialettica tra generazioni, al rapporto padri/figli e ai lasciti (sarebbe meglio dire alle aporie) che la generazione precedente ha consegnato in termini di poetica e temi. Personalmente ritengo questo tipo di dialogo oramai isterilito dal momento che affronta la questione da un versante a mio avviso poco efficace. Se guardiamo alla carta infatti i padri ci sono, eccome: gli autori di questo tanto aggredito “canone” i Cucchi, i De Angelis, i Conte, ma anche i Magrelli, i Balestrini (pure invitato all’evento) etc non possono essere negati nella loro statura poetica. Ciò che risulta poco efficace è probabilmente il fatto che le loro voci, per quanto autorevoli siano tutte relegate ad un conflitto tra poetiche inerente un passato del tutto inattuale, gli anni ’60, a partire da quella dialettica tra parola meccanica e parola piena. Il conflitto che gli allora giovani hanno vissuto è sfociato in una vittoria di Pirro dal momento che, e questo dà conto agli avversatori del genere, per sostituirsi a un’avanguardia depauperante si è ripescato un senso sacrale della parola che affonda le radici in un simbolismo pre-ermetico, quasi “arcaico”, inabile però a rifondare una poetica modello per il futuro. E perciò ecco la generazione successiva (ché di generazione si parla e non si venga ancora a dire il contrario secondo una sorta di inutile politicamente corretto) la quale, raccolto il testimone, non vi trova null’altro che le ceneri posteriori a una battaglia.

Lo sforzo antagonistico degli esordienti nel decennio dei ’70 affonda infatti nel conflitto del tempo precedente, che vede grossolanamente due posizioni, quella sanguinetiana e neoavanguardista da un lato e l’alone solitario di Pasolini dall’altro (posizione davvero minoritaria perché neppure ripresa dai suoi successori de facto – mitomodernisti etc). Cambia la lingua, cambia la società e più in generale la poesia di quelli che ancora (e perché mai loro sì e gli altri no?) erano considerati maestri (Sereni, Caproni, Luzi) si va lentamente a debilitare (l’ultimo Sereni è del ’65) lasciando spazio ai giovani dirompenti: il 1956 di Laborintus e il ’60 di Pagliarani. Sappiamo bene quale operazione poetica porta avanti questa corrente (che poi, a ben vedere andrebbe meglio definita dal momento che in linea con tale poetica si trovano figure esterne al movimento – Rosselli – e altre interne prenderanno direzioni meno efficaci o poeticamente distanti – l’ultimo Pagliarani, Porta) e non stupisce il tentativo dei giovani successivi di opporvisi: il recupero del mistero denso della parola, di una dimensione sacrale dell’atto e una sua verticalizzazione è ciò che spinge quell’insieme di poeti, che per comodità associamo agli esordienti dell’antologia del ’78, a poetare in antagonismo alla parola depauperata, che sia quella neoavanguardista o quella di una linea lombarda in decomposizione, in nome di un “orfismo” sempre abbozzato e mai sistematizzato (nonostante i tentativi di “manifesto” – vedasi ancora Conte, Kemeny, Copioli etc). Ed ecco il punto e il contraddittorio.

In questo conflitto tra poetiche la Storia ha dato ragione a loro, ai giovani, nella loro necessità oppositiva all’accondiscendenza al vuoto pneumatico, riprendendo in chiave minore le ansie e i proclami pasoliniani. Tuttavia, ed è vero, il loro sforzo di opporsi a quanto vi era di precedente non è collimato mai in una duratura rifondazione poetica. Insomma, sul lungo percorso, hanno fallito i padri e hanno fallito i figli, lasciando a noi “nipoti” solo una gran confusione, in perfetto accordo con (perdonatemi l’uso di una definizione abusata) la liquidità baumaniana del mondo post-moderno. In tale confusione, però, ritengo centrale riflettere proprio su quest’ultimo termine di post-modernità e post-umanesimo. Non dobbiamo dimenticare mai, noi poeti, che la letteratura (e la poesia è letteratura, checché se ne dica) è sempre un prodotto sociale ancor prima che politico. Basta questo per renderci manifesto il nodo della questione: nessuno dei “padri” né dei “nonni” è adeguato né nelle forme né nei temi ad essere considerato modello a causa del salto storico che separa noi da loro.

Nella forma iperbolica del progresso umano e tecnologico registriamo infatti momenti di incertezza letteraria proprio nelle intersezioni storiche maggiori: la seconda metà dell’800 in Europa, gli anni ’60 in Italia e l’era digitale nel mondo. È l’effettivo passaggio da mondiale a globale e tutto ciò che ne è causa e conseguenza a non essere mai stato detto né registrato in poesia dal momento che coloro che ci precedono hanno avuto il loro fulcro di scontro in un passato ormai invecchiato e inattuale. Con ciò, si badi, non voglio dire che la schiera dei nominati in precedenza risulti marcescente o polverosa, ma è senz’altro inadatta ad esprimere in poesia i cambiamenti storici che interessano i più giovani. Il “salto mediale”, com’è stato chiamato, è effettivamente enorme rispetto a quello degli anni del boom: il tempo dell’uomo e il tempo della tecnologia non vanno più di pari passo e il secondo sta iniziando a superare il primo in un antagonismo che pone delle forti problematiche sociali, tutte confluenti nel tema del post-umano, la macchina che supera l’uomo (si veda a tale proposito il saggio Storia e destino di Aldo Schiavone). Così una poesia del noi, del “sentimento del tempo”, spaesata, non trova efficaci, se non solamente in determinati luoghi, ma solamente a tratti (penso a figure come Neri o Majorino), le voci autorevoli dei padri vivi né quelle dei nonni defunti dal momento che ciò con cui si sono confrontati era uno sconvolgimento oramai assimilato alla normalità per noi.

Alla luce di ciò mi paiono chiare due riflessioni: la prima è che il termine genealogia proposto durante le tavole rotonde in sostituzione al lemma “generazione” possa essere efficace, la seconda, strettamente legata alla prima, è la capacità testuale da impegnare prima di quella formale. Mi spiego meglio, utilizzare il termine genealogia per sottolineare la possibilità di interconnessioni con autori del passato trascendendo il conflitto generazionale diventa corretta (ma, comunque, è un aspetto sempre esistito del fare letteratura) solo nel momento in cui quest’elezione di padri putativi è tale in ossequio ad un progetto che sia sintomatico della coincidenza vettoriale di spazio e tempo. E si badi che ciò è in parte quello che fecero proprio i padri, che fece Pasolini: l’andare a recuperare elementi di un passato tradizionale, penetrarvi dentro oltre l’assunzione di un senso e di un segno per piegarli alle proprie esigenze referenziali. Tale processo, come detto, ha trovato finora la sua funzione solo nella capacità antagonistica riducendosi ad un impaludamento nelle ramificazioni della lirica, sebbene alcune più o meno felici. Quello che dunque dovremmo chiederci noi, in questa rete genealogica è: cosa recuperare per dare senso alla poesia del nostro presente? Come dire e come dirci, quali elementi definire come necessari e quali scartare? Ma questo problema di “nocciolo” non è l’unica questione, resta il come farlo e l’a chi.

Dopo la lirica è il titolo dell’antologia curata da Enrico Testa per Einaudi, ma a guardare la maggioranza della poesia giovane e giovanissima oggi (e parlo anche di vincitori di premi più o meno noti) verrebbe da dire ancora la lirica. Non si sta perorando un’aggressione al genere, sia chiaro, ma alle modalità con cui esso viene proposto: si parla tanto di abbandonare la forma ombelicale della poesia, ma questa impera ancora (nonostante certo, sacche di resistenza o lirici di spessore, ma pur sempre in minoranza). E questo è, si ponga attenzione, lo stesso motivo per cui lo spaesamento generazionale sommato alla regressione individuale (rappresentata dal genere lirico) hanno prodotto la proliferazione di forme alternative al testo tradizionale (poesia orale, poesia di strada etcetc) nel tentativo di sopperire con le forme alla mancanza di un’idea centrale caratterizzata come sopra e di raggiungere un pubblico maggiore che, ovviamente, non ha intenzione di leggere le nobilitazioni egoiche di un io su carta. Il risultato, però, è attualmente deludente: l’attenzione alle forme ha sottratto validità ai testi e basta vederlo nelle installazioni, negli slam poetry e in tutte queste forme in cui il fulcro si sposta dalla parola (che deve essere una buona parola, in nome di una dimenticata eulogia) a tutto ciò che di essa è accessorio sia esso un megafono, una posa da attore, un elemento sonoro o un birillo.

Da dimenticare è infatti l’equazione per la quale l’apertura ad un pubblico più vasto debba andare di pari passo con un’eccentricità delle forme e un abbassamento del valore testuale altrimenti credo risulti evidente un fallimento da principio delle intenzioni. La concentrazione eccessiva sulle forme (a volte più “semplici” rispetto alla costruzione e la riflessione su un testo vero e proprio) devia dal fuoco centrale della questione che poniamo in chiaro: quale poesia per l’oggi? Non quale forma. Poiché anche le forme migliori, e questo lo sa chi ha masticato un minimo di letteratura o arte, non riescono a supplire ad una mancanza di senso e soprattutto perché, se l’obbiettivo è aprire un contenuto ad un pubblico maggiore attraverso le forme, esso deve tener conto di quel contenuto, altrimenti finirà con il propinare qualcosa di ben distante dalla poesia e potenzialmente dannoso per la stessa, allontanando quegli stessi spettatori o lettori che cerca di arraffare. Si può fare poesia orale o visiva solo nel momento in cui la cura del testo con le sue difficoltà e le sue intenzioni viene posta al centro della riflessione, altrimenti è necessario (e nessuno lo vieta) togliere l’etichetta di “poeti” e definirsi “artisti” o “cabarettisti” a seconda di ciò che si preferisce e a quel punto nessuno avrebbe qualcosa da obiettare.

Quello che dunque si chiede, e che credo non abbia avuto il tempo di essere sufficientemente approfondito nei due giorni spezzini, è un abbandono della problematica generazionale in favore del recupero consapevole e condiviso di un senso poetico del presente, non ridotto al “guardare fuori dalla finestra”, ma basato su conoscenze e riflessioni, che risulti efficace prima delle forme attraverso cui si estrinseca per uscire dall’impasse autoreferenziale della lirica e tentare un modello nuovo in accordo con la Storia.

Alessandro Mantovani

Alessandro Mantovani (Genova, 1991) si laurea con Alberto Bertoni all'Università di Bologna, su studi di permanenza del classico nella poesia contemporanea. Inizia l'attività critica a Genova attraverso l'esperienza di cultura militante Fischi di Carta terminata nel 2017. A Bologna, oltre ad un periodo nella redazione cittadina de La Repubblica, collabora all'organizzazione delle attività promosse dal Centro di Poesia Contemporanea dell'Università. Ha scritto per svariate testate online ed è parte della redazione della rivista La Balena Bianca. Inoltre, è stato caporedattore della testata divulgativa Midnight Magazine. Come poeta ha pubblicato nel 2015 per L'arcolaio la sua opera prima, Poesie dopo la festa. Altri suoi inediti sono usciti su riviste come Atelier, QuidCulturae, Mosaik, Poetarum Silva, Interno Poesia. Vive a Bologna dove insegna Lettere in un Liceo Scientifico.

3 commenti

  • Davide Galipò

    01/03/2017 at 11:19

    Non capisco come mai la neoavanguardia avrebbe dovuto -in che termini, poi?- fondare una “tradizione poetica altrettanto duratura”. Sarebbe come dire che le rivoluzioni cambiano le cose solo in peggio. È colpa dei neoavanguardisti o dei poeti contemporanei se quella scuola -quella forma- non è stata ripresa? Ci hanno provato nel gruppo 93 e sono stati tacciati, come ha ripetuto Voce, di epigonismo. Manca inoltre nella ricostruzione il punto di partenza: l’ideologia è presente o ci facciamo portatori della caduta di tutte le ideologie? Siamo per una poesia post-umana o per una poesia rivoluzionaria?
    La differenza nella qualità del dialogo che instaureremo sarà ancorata alla nostra capacità di intuire ciò che ci sarà e non partire da ciò che già è.

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  • Gabriele Stera

    01/03/2017 at 12:02

    Quindi lo “spaesamento generazionale” e la “regressione individuale (rappresentata dal genere lirico)” sono la causa diretta della proliferazione delle ricerche mediali e performative? Non voglio dire che sia interamente falso, perché in alcuni casi è pure così, però da qui a farne uno statement ce ne vuole.
    Quanto allo stagnare di pensieri e reticenze proto-novecentesche nell’intero articolo non mi pronuncerò se non per dire che forse il problema non è più l’Io, né la mauvaise lyre, ma l’incapacità di pensare al di là di essi.

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