Miserie liberali e macerie socialiste

La postdemocrazia e quel che rimane delle ideologie, tra globalizzazione e trionfo della tecnica

Ve li ricordate i no-global[1]? Ve li ricordate il “popolo di Seattle” nel 1999 e il G8 di Genova nel 2001? Ve lo ricordate No logo[2], il libro del 2000 che rese celebre la giornalista e attivista canadese Naomi Klein? Proprio agli inizi di questo millennio e nel bel mezzo di quel clima di contestazione che più o meno tutti ricordiamo bene, Colin Crouch scriveva Post-democracy. Crouch parlava di qualcosa che già all’epoca era un fenomeno piuttosto maturo e preoccupante, figuriamoci cos’è diventato dopo la più grave crisi economico-finanziaria dal secondo dopoguerra (un tracollo che parte almeno dagli anni ’80 e contro cui si attende ancora invano una reale inversione di tendenza).

«Nelle condizioni in cui la postdemocrazia cede sempre maggior potere alle lobby economiche, è scarsa la speranza di dare priorità a forti politiche egualitarie che mirino alla redistribuzione del potere e della ricchezza o che mettano limiti agli interessi più potenti. Inoltre, se la politica sta diventando postdemocratica in questo senso, allora la sinistra e il centro vivranno una trasformazione che sembra rovesciare molte delle conquiste ottenute nel corso del XX secolo.[3]»

A leggere oggi queste righe si rimane a bocca aperta: la democrazia si è svuotata di senso, mentre la sinistra si è smaterializzata. Ci aveva avvertiti Luciano Canfora, filologo classico e storico, che riportava già nel 2002 (l’anno dell’entrata in circolazione dell’euro), in Critica della retorica democratica, un fulgido esempio di postdemocrazia in salsa tecnocratica europea:

«I governi d’Europa – disse nell’agosto ‘98 [il presidente della Bundesbank, Tietmeyer] – hanno finalmente scelto la strada della abdicazione, per quanto attiene a poteri decisionali fondamentali, in favore degli “esperti monetari”. È una strada – soggiunse – che privilegia “il permanente plebiscito dei mercati mondiali”, rispetto al più ovvio, e incompetente, “plebiscito delle urne”.
Con la crudezza e la lucidità di chi non è costretto a produrre propaganda, Tietmeyer metteva, così, a fuoco la questione centrale del nostro tempo. E cioè la radicale modificazione intervenuta, nella seconda metà del XX secolo, nella suddivisione dei poteri ai vertici dei Paesi che contano: il passaggio dell’autorità decisionale agli “esperti monetari”, e dunque ai grandi istituti di credito. Essi non hanno alcuna “legittimazione elettorale” alle spalle. Esercitano il potere: che compete, ormai, al capitale finanziario e secondo strategie stabilite da “esperti”»[4].

Canfora tornerà a parlare di Unione europea nel 2004 con La democrazia. Storia di un’ideologia: «A questo punto entrano in scena i remoti, invisibili, “tecnici” delle istituzioni “europee”. Gli “economisti” in servizio presso tali istituzioni fanno sapere che il Documento di programmazione economica del governo italiano (dunque non certo un governo di sinistra [c’era Berlusconi]) “non corrisponde ai parametri di Maastricht” proprio perché non sufficientemente drastico in materia di politica sociale (pensioni). Una volta costruita la gabbia d’acciaio che sta “altrove”, la battaglia è persa, è solo questione di tempo e di gradualità: il ricatto dei “parametri” è perfetto, e nessuna organizzazione dei lavoratori è in grado di andare a combattere direttamente contro gli appartati e irraggiungibili “sacerdoti” di quei parametri. In un tale quadro il giocattolo elettorale, purché “depurato” e creatore automatico di parlamenti a prevalenza moderata in entrambi gli schieramenti, resta in funzione»[5].

Altri in questi anni hanno evidenziato il “conflitto inevitabile” tra Costituzione italiana e Trattati europei[6]: l’una potremmo dire di impronta sociale se non socialista, gli altri frutto di una corrente liberale dallo spiccato cinismo. La stessa democrazia moderna, del resto, oscilla tra due ideali, la libertà e l’uguaglianza. Liberalismo e socialismo furono i due modelli che dopo la seconda guerra mondiale si contesero il mondo, fino a quando il primo, dopo il crollo del muro di Berlino e il collasso dell’URSS, si impose sul secondo. E “democrazia” divenne – assai discutibilmente, ma altrettanto perentoriamente – sinonimo di “democrazia liberale”.

Scrive infatti Canfora che “democrazia” ebbe «il ruolo di contraltare polemico del “socialismo” (o del “comunismo”) […]. Fu quello un guadagno propagandistico enorme per lo schieramento occidentale: poter acquisire tutta per sé quella parola, mentre invece, di fatto, essi marciavano a grandi passi verso la restaurazione della più incontrollata economia liberista e si giovavano ormai di apparati statali (e anche illegali!) pronti a tutto contro “il comunismo”»[7]. Il problema con la libertà è nella sua ambiguità intrinseca, nella sua natura variamente manipolabile. Torna perciò utile «la diagnosi leopardiana sul nesso indissolubile, ineludibile, tra libertà e schiavitù. […] La schiavitù è, beninteso, geograficamente distribuita e sapientemente dispersa e mediaticamente occultata»[8].

Il nesso tra libertà e schiavitù è al centro di un altro testo, pubblicato nel 2005: Controstoria del liberalismo[9] di Domenico Losurdo, storico della filosofia di impostazione marxista (come anche Canfora). Losurdo ha ripercorso la tradizione del pensiero liberale, notando che la celebrazione della libertà degli individui ha storicamente e paradossalmente la tendenza ad avere come altra faccia della medaglia lo schiavismo e il colonialismo. Altra faccia possibile, diciamo “in potenza”, quindi non sempre concretizzata o formalizzata. Per dirne una, l’apparato ideologico del nazismo, quello della “razza ariana” pura per intenderci, trova il suo precedente nella “white supremacy” anglosassone e in particolare americana, quindi in contesto liberale (i primi presidenti degli Stati Uniti erano spesso proprietari di schiavi; certe idee di Hitler erano già in Theodore Roosevelt).

Esiste una linea, un fil rouge, che va dal liberalismo e dal capitalismo fino all’imperialismo e al colonialismo (un legame peraltro già esplicitato in Marx e Lenin). Per dirla ancora con Losurdo, «la rimozione del colonialismo rende impossibile un’adeguata comprensione del capitalismo»[10]. Come dichiarò Thomas Sankara – uno dei più grandi protagonisti della lotta anticolonialista – nel celebre discorso sul debito del 29 luglio 1987[11], «quelli che vogliono sfruttare l’Africa sono gli stessi che sfruttano l’Europa». Tra la globalizzazione e la postdemocrazia-tecnocrazia emerge l’importanza e l’urgenza, a tutte le latitudini, dell’emancipazione nazionale. Sciaguratamente screditata e osteggiata dai vari epigoni progressisti libertari nascosti dietro il nome di “sinistra”[12], essa è in realtà essenziale premessa di ogni rivendicazione di giustizia sociale e di ogni sincero internazionalismo.

 

 


[1] Su come si è passati dai no-global ai no-borders: http://ilpedante.org/post/noborders-wto-e-c-era-una-volta-seattle.

[2] N. Klein, No logo. Economia globale e nuova contestazione, Milano, Baldini & Castoldi, 2001. Ma il libro meglio riuscito di questa autrice rimane Shock economy. L’ascesa del capitalismo dei disastri, Milano, Rizzoli, 2007.

[3] C. Crouch, Postdemocrazia, Roma-Bari, Laterza, 2003, p. 71.

[4] L. Canfora, Critica della retorica democratica, Roma-Bari, Laterza, 2002, pp. 33-34.

[5] Id., La democrazia. Storia di un’ideologia, Roma-Bari, Laterza, 2004, p. 318.

[6] V. Giacché, Costituzione italiana contro Trattati europei, Reggio Emilia, Imprimatur, 2015.

[7] L. Canfora, La democrazia…, p. 365.

[8] Ibidem.

[9] D. Losurdo, Controstoria del liberalismo, Roma-Bari, Laterza, 2005.

[10] Id., Il marxismo occidentale. Come nacque, come morì, come può rinascere, Roma-Bari, Laterza, 2017, p. 127.

[11] https://www.youtube.com/watch?v=Mt2AlztQpV0.

[12] Cfr. J.-C. Michéa, I misteri della sinistra. Dall’ideale illuminista al trionfo del capitalismo assoluto, Vicenza, Neri Pozza, 2015; A. Barba, M. Pivetti, La scomparsa della sinistra in Europa, Reggio Emilia, Imprimatur, 2016.

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