Millimetri, Milo De Angelis

Millimetro: parola composta da milli– e metro, sul modello del francese millimètre. In metrologia, millimetro di mercurio è l’unità pratica di misura della pressione, usato specialmente per le bassissime pressioni che s’incontrano nelle tecniche del vuoto.

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Classe ’51, Milo De Angelis, dopo l’esordio con Somiglianze nel 1976, nel 1983 dopo una gestazione di trentadue anni dà vita alla raccolta di ventinove poesie: Millimetri. Dal titolo della raccolta, il poeta tesse il fil rouge dell’opera: la distanza necessaria ad un riconoscimento del reale che procede dalle viscere del mondo oggettuale ad un universo esterno in cui il poeta stesso è partecipe.

Millimetri: una sotto-unità di misura che equivale allo spessore di un’«unghia» che funge da simulacro («carta velina») che De Angelis stesso riveste, in un arrocco, o, in senso traslato, una μεταβάλλεσθαι (metaballesthai, dall’Oreste euripideo, è una battuta di Elettra, che invita il fratello, fisicamente spossato dagli assalti delle Erinni, a trovare sollievo cambiando posizione). Come in un àpeiron, tutto sta ammassato e poeta e simulacra («In noi giungerà l’universo,/ quel silenzio frontale dove eravamo/ già stati.») tra loro detengono un rapporto biettivo di scambio, che, per il fuso orario tra le due diverse materie, «giungerà» a termine – imperativo futuro di una fede – in una certezza, in una nascita, ma a tempo indeterminato («I camion, in punta di secolo,/ con un chilometro/della loro stessa radice/stanno per essere certi»). Il poeta mappa la parola nel suo processo metamorfico di incarnazione, che viene eternato nell’istante dell’attesa montaliano – «solo/ presagio vivo in questo nembo, sembra/ che attorno mi si effonda/ un ronzio qual di sfere quando un’ora/ sta per scoccare»[1] – , nella figura ricorrente dell’«uovo» («tutte le uova molli/ giungeranno/ per forza o per disprezzo») che solo alla rottura può svelare un feto o albume e tuorlo. La metamorfosi estetica però non muta il DNA del significato («lo stesso albero/della porta/ che è perenne per chi la scorge/eppure è aria/soltanto aria»), ma descrive la formazione della parola poetica «aria», dal flatus vocis «soltanto aria». Se in Somiglianze il poeta cercava un principio d’identità attraverso i dialoghi con un tu perlopiù femminile, qui il rapporto dialogico viene quasi del tutto taciuto, quattro cinque battute in tutto, che tendono egualmente ad una altezza che s’estende soprattutto sull’asse del terreno («Se la guerra finisse ora,/ saprei ucciderti/ senza un motivo?»).

I versi rimangono anch’essi fedeli alla distanza del millimetro: De Angelis si risolve con un metodo sottrattivo, la “mitologia della sottrazione”. «Ho cercato cioè una rottura della frase che fosse obbligata ma non innalzabile dalla frase stessa né dalla totalità delle frasi» e «accade che dei versi svenino il proprio pensiero fino al punto di non riconoscerlo. Ma questo serrante pensiero deve esserci stato: proprio allora i versi entreranno nella regione che esso non conosce!»[2].

La parola poetica più che mai abbraccia un panismo, riconosce che la poesia sia intrinseca in ogni oggetto fisico e metafisico e trascende l’arbitrarietà tra il significato, l’oggetto e il significante della parola. Millimetri. La rottura sintattica svela «la potenza inaudita del pensiero che si sfigura nell’immagine»[3], sebbene il messaggio sembri incomprensibile quanto criptico a volte, la parabola si concede nel fatto che rappresenti un’opera aperta, con lo stesso intento del Borges di Finzioni, cioè l’edificazione di un mondo-insieme-di-mondi che si compenetrano e si escludono: per ogni millimetro contato hic et nunc, se ne esclude un altro, ma quest’ultimo si avvera in un altro spazio ancora. La fisica aristotelica, per cui ciascun corpo si muove verso il proprio luogo, non è più in vigore («e io parlo della terra ad una candela», oppure «i vestiti entrano nel corpo») perché gli oggetti tendono a sapere ed ampliare i confini della propria ecumene. Il quid è un polmone che abbraccia i diversi campi semantici, comprendendo pure una dimensione verticale, riconosciuta da De Angelis, ma questa esclude dal suo insieme quello dell’uomo («e noi a valle con una pietra in pugno/alzati di scatto, mortali»), in quanto conscio che esso faccia parte della «stirpe dei mortali».

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De Angelis non smania un’ansia per il miracolo. Il poeta vive in uno spazio privato del ricordo delle azioni, ma rimane la memoria dell’ecumene, in cui i sentimenti si sprigionano come nuovi, assumendo una carica elevata, dal momento in cui appaiono come rivissuti, e così si impregnano di un significato ulteriore («In questa gioia fittissima/ chi ritornava?»), come un’idea incarnata che ritorna nel mondo sovrasensibile delle idee per essere partorita di nuovo nel mondo fisico.

Forse il personaggio che più si avvicina al poeta in questa raccolta è Adone/Tammuz .«Nella letteratura religiosa babilonese Tammuz appare come il giovane sposo o amante di Ishtar, la grande dea madre, incarnazione delle energie riproduttive della natura. (…) Durante l’assenza di lei, la passione dell’amore cessò di operare: allo steso modo sia gli uomini che le bestie dimenticarono di riprodurre le loro specie»[4]. De Angelis ci trasporta in questa sospensione, nel punto dove s’annullano forze fisiche opposte, ma che strattonano ugualmente da ambo le parti il corpo nel punto. Solo il «calendario in sangue di cicogne» rafforza una fede verso la promessa nascitura che una koiné di figure femminili può dare alla luce tramite un parto condiviso («Allora/noi donne lo daremo, alla luce.») somigliante ad un rito propiziatorio con dei «bastoni (che) hanno frantumato l’ultimo secchio»; e qui, si entra all’interno della dimensione del kairòs, l’istante cruciale, nel tempo che fatalmente diviene la sua stessa parola, perché riconosce un congiungersi di epoche passate e future in un infinito presente («Chi genera il tempo/ha il volto arato e con pazienza ripete/che noi ubbidiamo») in cui si manifesta l’élan vital.

Se la volontà di De Angelis era di «dire una cosa essenziale, un presente purissimo»[5] – come afferma nell’anno precedente su Poesia e destino – in Millimetri, riesce pienamente, andando a definire questa raccolta come un’opera aperta, caposaldo della poesia contemporanea.

 

Note:

[1] Incontro, E. Montale, Tutte le Poesie, Mondadori

[2] Milo De Angelis, Poesia e destino, Cappelli Editore, 1982

[3] vd. nota 2

[4] James George Frazer, The golden bough, Oxford World’s classic

[5] già citato, vd. Nota 2

 

Michele Maggini

Michele Joshua Maggini è nato a Jesi nel 1996. Studia lettere moderne presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna. Collabora dal 2016 con il Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna e scrive articoli per la testata online Midnight. È stato tra i menzionanti, per la sezione inediti, del premio Elena Violani Landi 2016. Delle sue poesie sono risultate finaliste in altri concorsi come PoverArte. “Esodo” è la sua opera prima, con la quale ha vinto la prima edizione del concorso Poié – le parole sono importanti 2017.

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