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Memento ne oblivisci: Ishiguro tra letteratura e memoria

Nel gesto con cui rifiuta da Teuth il dono della scrittura, il re Thamus compie un atto di ribellione nei confronti della divinità offrente una nuova modalità di interpretare il reale. La motivazione secondo la quale il re declina il pharmakon della memoria è insita nell’essere, la scrittura, vox media, indicante sia l’antidoto alla dimenticanza che il male che rode la memoria. Quello di cui si fa esperienza, secondo Thamus, nel passaggio alla scrittura non viene consegnato ad una nuova plasticità esperienziale, ma sostituito da un simulacro della sua verità che nel concederlo lo nega. A questo rischio Thamus non vuole esporsi; la sua idea di scrittura (intesa come eversione dalla trappola della rappresentazione) è ben distante da quella che indica la memoria come madre della poesia e della letteratura. L’intreccio che lega questa all’istanza rappresentativa è però tutt’altro che sconfessato dalla tradizione poetica: a partire almeno da Petrarca, l’oggetto desiderato e perso (Laura) è stato spesso confuso con il simulacro della sua perdita (la poesia), coagulando nell’attestazione dell’assenza un tentativo di evaderla. Si cede, in questa maniera, ad uno sguardo che fa della letteratura una capziosa elegia, un modo di riportare in vita quel che non esiste più, pretendendo di sciogliere il passato dalla sua condizione di passato e di sublimarlo in un regno ideale che ha sede in un presente eterno.

La tentazione di fare del testo scritto il memoriale risuscitativo, il documento-lapide del reale scomparso, è rintracciabile anche nelle recenti teorie di Francesco Orlando esposte nei volumi Per una teoria freudiana della letteratura e Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura. Secondo il critico, la letteratura è la sede inconscia di tutto ciò che la società (capitalistica o meno che sia) tende a rimuovere da sé perché o troppo esposta ai rischi di un erotismo e di un irrazionalismo dannoso alla stabilità del suo statuto o perché ormai fuori da una utilizzazione pratica possibile, escluso dal circuito del mercato. Semplificando, la letteratura sarebbe l’enorme magazzino degli oggetti non vendibili, delle reliquie del tempo andato che, proprio perché catalogate – seppure al negativo – hanno il diritto di tacere, di non interferire col presente. Per una ridefinizione di questo giudizio, che tende a definire come storiografico uno degli statuti primari della letteratura, ossia il raccontare storie, è utile approfondire anche solo esteriormente la figura di Kazuo Ishiguro, fresco vincitore del premio Nobel per la letteratura “per aver rivelato l’abisso al di sotto del nostro senso illusorio di connessione col mondo”.

La triade di opere da cui parte questo approfondimento è infatti dominata dal tema della memoria, dal suo rapporto con il presente e dall’utilità di ricordare o meno. Quel che resta del giorno (del 1989) è un romanzo-diario di un maggiordomo che, in quella che sembra essere la sua prima settimana di ferie, ripercorre, mettendola in discussione, la sua vita di irreprensibile e quasi ascetico servizio presso Darlington Hall. Non lasciarmi (del 2005) è lo straziante e fatalistico diario di Kathy H., un clone creato appositamente al fine di donare i propri organi agli esseri umani, in cui si ripercorrono gli anni della formazione scolastica (Kathy è in una particolare scuola che seleziona periodicamente le opere artistiche al fine di dimostrare l’umanità dei cloni stessi) fino a quelli del presente immediato. Dopo questo romanzo acronico (secondo lo stesso Ishiguro ambientato in un “presente alternativo”; ma alternativo fino a che punto?) il romanziere britannico di origine giapponese vira al fantasy con Il gigante sepolto (2015), racconto che intreccia, in una Britannia post-arturiana, la storia di due anziani coniugi, Axl e Beatrice, alla ricerca del proprio figlio, con quella del guerriero Wistan e del mitico Galvano, il primo antagonista, il secondo protettore, del drago Querig; il fiato di questo essere ha infatti creato un’amnesia generale, una collettiva perdita di memoria che, oltre a creare le condizioni di una pace fino a quel momento impensabile, farà interrogare tutti i personaggi sulla bontà o meno di questo effetto.

La domanda che questi romanzi ci pongono è, in sostanza, questa: che rapporto ha la memoria con il presente? Se ne aggiungono altre sulla scorta delle riflessioni sopra esposte: se la letteratura è sede del rimosso –  e dunque di un passato – che rapporto ha con la diretta esperienza del mondo? La memoria (e, con essa, sua figlia letteratura) è confinata nella dimensione del passato o ha a che fare con l’attimo in cui la lettura si apre ad un presente sempre nuovo? Questi romanzi sono, effettivamente, la sede di un rimosso: Quel che resta del giorno è il diario di un reduce da una stagione storica che ormai è finita (il maggiordomo resta una figura rara dopo la Seconda Guerra Mondiale), redatto in un momento totalmente “antifunzionale” (le vacanze, per definizione anti-produttive) che rivela al protagonista il lato umano di se stesso da sempre coperto da un funzionalismo ai limiti dello strumentalismo (la devozione di Mr. Stevens al suo lavoro lo rende quasi un automa); Non lasciarmi è anch’esso un diario redatto da un relitto della società, da un corpo reso funzionale dai suoi organi che, al momento della donazione, privano il loro contenitore di una qualsiasi utilità (l’“oggetto desueto” è, in questo romanzo, il clone umano dopo le donazioni); Il gigante sepolto è ambientato invece in un mondo in cui vige un eterno presente senza passato, rimosso dal fiato del drago. Si ha quindi la situazione di un passato che divora il presente nel primo romanzo (situazione di elegia), di presente che divora il passato nel terzo (situazione di non consapevolezza), e di futuro che divora passato e presente nel secondo (situazione di consapevolezza estrema e rassegnata). Questi tre romanzi, specie Non lasciarmi, sembrano tutti ripetere l’importanza della traccia lasciata dal passato, cantano in coro lo stesso motivo che dà il titolo al romanzo del 2005: Never let me go. Il rimosso non è chiuso tacitamente in un magazzino; da lì urla. E fa rumore.

Il passato non può restare confinato nella dimensione del ricordo elegiaco; “quel che resta del giorno” non è decadenza, ma vita che ancora può essere vissuta. Non può nemmeno scomparire, perché priverebbe di un terreno imprescindibile l’uomo, sorpreso magari ad amare qualcuno senza sapere perché, per abitudine, o a dimenticare gli orrori della storia. Deve perciò restare vivo nella memoria, deve gridare la sua presenza nell’assenza, il suo non dimenticarmi, per non piegarsi all’oblio della Storia che è anche oblio dell’uomo. È una richiesta creaturale quella dei ricordi, e quello della letteratura un servizio verso di loro, forse l’unico servizio ancora umano che resta all’uomo (l’arte – l’antifunzionale per antonomasia –  è, in Non lasciarmi, l’unico modo di dimostrare che anche gli automi hanno un’anima). E, forse, vedere la letteratura come farmaco (e non pharmakon) della memoria in fondo non è così sgarbato nei suoi confronti; forse essa può davvero riaprire nelle sue pagine, più che chiudere, quell’abisso dentro il nostro presente e ridonarsi come incontro, come mano tesa, come abbraccio.

 

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