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Meglio avere un cane amico che un amico cane – Sul Dogman di Garrone

“Da piccolo, quando ero a casa mia, e pioveva sopra le lamiere, chiudevo gli occhi e mi sembrava di sentire gli applausi, invece adesso li riapro e quegli applausi siete voi…”. Così un emozionatissimo Marcello Fonte, il protagonista del bellissimo Dogman di Matteo Garrone, al momento di ritirare il premio come miglior interprete maschile a Cannes. Bassino, con una voce da cartone animato, il cinema per lui è spontaneità, praticamente destino: dalla casa-baracca in un paesino della Calabria al palco del Festival del cinema più famoso al mondo, come in un film.

In Dogman – pellicola molto liberamente ispirata ad una vicenda di cronaca nerissima di 30 anni fa, quella legata al cosiddetto “canaro” della Magliana – Fonte non ha dovuto fare fatica perché ama davvero, e si vede benissimo, gli animali. Quest’uomo che vive con e per i cani (a proposito, al cast canino il Festival ha conferito il “Palm dog”) gestisce un negozio di toelettatura: lava, asciuga, massaggia e lima le unghie dei quadrupedi con dedizione e cura eccezionali. Si divide tra questo lavoro e l’affetto per la figlia piccola, Alida, in una quotidianità in cui però l’abbrutimento e la tentazione del male sono sempre possibili.

 

Se ne L’imbalsamatore ad esser plagiato era il giovane della storia, qui è il giovane – un bravo Edoardo Pesce, nei panni di Simoncino, un ex pugile cocainomane e violento – a manipolare un uomo più agé. In un mondo (i cui contorni spazio-temporali sono imprecisati) senza musica – la colonna sonora è assente, un aspetto che si nota soprattutto se si è visto poco prima Loro di Paolo Sorrentino – e dai colori grigi – strepitosa la fotografia – anche il più nobile dei propositi, come quello della solidarietà tra simili, può intrappolarsi in un vicolo cieco.

E allora verrebbe da dire, recitando un vecchio e popolare adagio, “meglio avere un cane amico che un amico cane”. Perché il cane è sì il miglior amico dell’uomo, ma è anche – e allo stesso tempo, suo malgrado – uno dei simboli più comuni del randagismo (come nella storia dell’omu cani dog man, appunto – di Mazara del Vallo, un barbone vissuto nella città siciliana tra gli anni ’40 e ’70 del Novecento) e del “bastardismo”, con tutte le sfumature negative che conosciamo. Ma appunto la più umana delle bestie, il cane premuroso, si rivela certo migliore del più bestiale degli umani, cioè l’amico bastardo.

Garrone firma un gioiello di matura compostezza, una fiaba nera che dà nuovo lustro al cinema italiano, un film che sa di classico nel senso più alto del termine. In Dogman non mancano momenti di dolce comicità, sketch genuini di cui il “moderno Buster Keaton” (definizione del regista stesso)-Marcello Fonte è naturale mattatore. E non mancano la violenza, le scazzottate e il sangue. Insomma, se non l’avete già visto, andatelo a vedere: ce n’è per tanti gusti.

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