Mamma li musulmani

La coscienza malata dell’Occidente, la distorsione dell’islam monolitico, i molteplici interessi in gioco: l’integrazione tra difficoltà e necessità

 

Il vocabolario della Treccani alla voce “islamista” dà come primo significato “studioso dell’islam” e come secondo “fondamentalista islamico”: questo stridore di sensi rende bene l’idea della confusione che regna in merito. C’hanno messo il carico la teoria dello “scontro di civiltà”[1] dell’influente politologo statunitense Samuel P. Huntington e i libri di Oriana Fallaci[2].

Ciò che si tende generalmente ad ignorare è che l’islam non è un monolite. Inoltre, la religione di Maometto sta da qualche tempo vivendo una fase di violentissime lotte intestine. La distanza che separa il salafismo (corrente estremista che giustifica il jihad) dal sufismo (corrente mistica e ascetica), per intenderci, è enorme.[3]

In un pezzo dell’Independent dell’ottobre 2016 leggiamo di rifugiati siriani che una volta in Germania trovano comunità islamiche più conservatrici di quelle in patria.[4] Le moschee, in cui i musulmani più moderati vengono emarginati, ricevono non a caso finanziamenti da Turchia, Arabia Saudita e monarchie del Golfo, Paesi che adottano un’interpretazione molto restrittiva dei fondamenti religiosi.

L’ipocrisia occidentale che giudica alleati e partner proprio questi Paesi mentre straparla di “democrazia” e di “guerra al terrorismo” islamista è lampante (ne abbiamo avuto riprova con la caduta del Kurdistan siriano nelle mani di Erdogan di fronte al silenzio e all’assenso di Ue e Usa).

Peraltro l’Isis stesso si rivela una sorta di brand in franchising, che fa marketing dell’apocalisse[5] e che aggiorna secondo schemi occidentali e modernissimi contenuti medievali e radicali dell’islam.

Tuttavia, la coscienza malata dell’Occidente, per quanto malata, segue una logica. Il cosiddetto “Muslim ban” di Trump mirava a colpire nazioni – ad esempio l’Iran – che in qualche modo erano di intralcio agli interessi economici e geopolitici americani. Come è stato giustamente osservato, «prendersela con chi concretamente sponsorizza il radicalismo e il terrorismo implica un concreto riassetto delle alleanze e delle pratiche politiche, e magari anche qualche costo».[6]

Dietro tutto ciò si nasconde un malinteso, quello che fa “trasformare una religione in etnia”[7], per dirla con Lucio Caracciolo. Il primo numero di Limes del 2018 è intitolato Musulmani ed europei e dedica molto spazio alla questione dell’integrazione. I due modelli principali, “polarmente opposti”, sono il “multiculturalismo britannico” e l’“assimilazione in stile francese”. «L’applicazione urbanistica e geopolitica del multiculturalismo – spiega Caracciolo – è il ghetto metropolitano, in cui il musulmano stigmatizzato compie il suo poco invidiabile ciclo di vita, rendendosi “invisibile” o coltivando vittimizzazione e senso di rivalsa verso la maggioranza inglese, spesso in competizione con altre minoranze similmente separate»[8].

Stando a Dario Fabbri, assimilano i Paesi con età media bassa, quelle nazioni che cercano di imporre il proprio dominio a danno di altre, quegli Stati che «si pensano in lotta per la sopravvivenza». Ne sono esempi Usa (gli Stati Uniti sono nazione multietnica, ma non multiculturale come erroneamente si dice), Cina, Russia, Turchia e Iran. Dall’altra parte troviamo invece Paesi con età media alta, come Italia e Germania per intenderci, che possono al massimo puntare su una buona, e comunque non semplice, integrazione. «Assoluto è il discrimine» che connota assimilazione e integrazione, «lo stesso che divide coloro che vivono dentro o fuori la storia: la violenza»[9].

La Francia ha rinunciato all’assimilazione da tanto tempo e «sta ripiegando su un’integrazione flessibile». Secondo l’orientalista Olivier Roy, famoso per il suo Generazione Isis, «l’integrazione funziona dove c’è lo Stato, fallisce dove latita o si autoesclude»[10]. Se ci spostiamo invece in Germania, la montante islamofobia e la forte ascesa dell’AfD ha reso insistenti «le spinte ad affermare l’imperativo della “civiltà guida” (Leitkultur)», ovvero la necessità «dell’egemonia della lingua, della cultura e dei costumi tedeschi, cui gli immigrati devono conformarsi». Nello stesso partito di Angela Merkel (la Cdu) «si levano chiare e forti le voci di chi vuole regolare per legge il rapporto con gli islamici»[11].

Secondo Massimo Livi Bacci in Europa i musulmani resteranno minoranza. Il demografo afferma che nel 2050 verosimilmente avremo nel Vecchio Continente – per il combinato disposto dei freni all’immigrazione e di una fecondità che è più bassa di quanto si creda – «una popolazione islamica dell’ordine di 50 milioni, pari al 10% della popolazione europea e doppia rispetto a quella attuale»[12]. Numeri comunque importanti, con cui bisognerà fare i conti.

Non che i numeri dicano tutto, anzi. Pensiamo ai casi della Polonia e dell’Ungheria: la percentuale di musulmani presenti in quei Paesi è prossima allo 0, la più bassa d’Europa, mentre la percentuale di persone con percezione negativa nei confronti degli islamici è altissima, la più alta in Europa (dati del Pew Research Center, ripresi dall’ISPI)[13]. Una proporzionalità inversa che ha del clamoroso. E che lascia aperte molte riflessioni.[14]

 

 

[1] S. P. Huntington, The clash of civilisations and the remaking of world order, New York, Simon & Schuster, 1996 [il testo riprende e approfondisce un articolo apparso su Foreign Affairs nel 1993]. Traduzione in italiano: Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale. Il futuro geopolitico del pianeta, Milano, Garzanti, 2000.

[2] O. Fallaci, La rabbia e l’orgoglio, Milano, Rizzoli, 2001 e Id., La forza della ragione, Milano, Rizzoli, 2004.

[3] I sufi sono bersaglio privilegiato dei terroristi. Si veda ad esempio uno degli attentati più feroci, nel 2017 in Pakistan: http://www.repubblica.it/esteri/2017/02/16/news/pakistan_attentato_al_santuario_sufi_media_parlano_di_75_morti-158478772/.

[4] http://www.independent.co.uk/news/world/europe/germany-syrian-refugees-islam-religion-mosques-too-conservative-strict-a7384146.html.

[5] B. Ballardini, ISIS®. Il marketing dell’Apocalisse, Milano, Baldini & Castoldi, 2015.

[6] http://www.linkiesta.it/it/article/2017/05/03/wahabiti-lislam-piu-pericoloso-alla-conquista-delleuropa/34053/. Non ragionano in modo dissimile altre potenze neocoloniali: si veda il caso della Francia di Sarkozy in Libia (http://www.linkiesta.it/it/article/2018/03/21/siamo-tutti-sarkozy-il-leader-perfetto-per-unoccidente-ipocrita-e-colo/37512/).

[7] L. Caracciolo, Aspettando Averroè, in Musulmani ed europei, Limes, 1/2018, p. 17.

[8] Ivi, p. 23.

[9] D. Fabbri, Perché l’Europa non può assimilare, in Musulmani ed europei…, p. 41. Va inoltre segnalato che Fabbri, tra i motivi per cui nessun Paese europeo può adottare l’assimilazione, adduce anche il fatto che gli Stati Uniti – potenza egemone d’Occidente – non lo consentirebbero.

[10] L. Caracciolo, Aspettando Averroè…, p. 25. [cfr. M. Tribalat, In morte dell’assimilazione alla francese nello stesso numero di Limes (pp. 99-104)].

[11] Ivi, p. 26.

[12] M. Livi Bacci, In Europa i musulmani resteranno minoranza, in Musulmani ed europei…, p. 38.

[13] http://www.facebook.com/ISPIonline/posts/1694284907290101.

[14] Merita la lettura questo pezzo di Branko Milanovic (economista con un passato alla Banca Mondiale e tra i massimi esperti di disuguaglianze globali) sulla “democrazia” sui generis in Est Europa e sul netto rifiuto nell’accettare migranti da Asia e Africa soprattutto perché prevalentemente di religione musulmana: http://glineq.blogspot.it/2017/12/democracy-of-convenience-not-of-choice.html.

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