Madonna

Non si dice l’età di una signora, ma lei non è una signora. E non vuol essere affatto un insulto o un’affermazione dispregiativa, tutt’altro. Non è una signora semplicemente perché è molto di più, benché non ci sia nulla di diminutivo nell’essere una signora né nulla di male, appunto, nel non esserlo, come ha insegnato al mondo del pop Loredana Bertè. È un’icona (finanche nel nome con cui è diventata celebre, da tanti criticato come un’inutile provocazione – e lei se ne intende, ma l’arte, si sa, se non fa in modo di épater les bourgeois che arte è? Del resto c’è chi ancora si lagna dell’innocuo bacio saffico, ormai risalente più o meno al Pleistocene anteriore, con Britney Spears, per il cui trentaseiesimo compleanno ha nientedimeno che una versione a modo suo di Toxic – quando in realtà non ha nulla di blasfemo, bensì altro non è che il nome della mamma morta trentenne per un cancro al seno). E le icone non hanno tempo. O meglio, del loro tempo si può parlare senza problemi, perché se pure qualcuno desiderasse abolirle o distruggerle – non è facile star loro accanto, di sicuro, ma si può farlo davvero? Sono fatte per la contemplazione e per innalzare esponenzialmente a potenza in ogni istante il proprio ipertrofico ego… – ritenendole un mero retaggio del passato non mancherà certo sempre chi invece, e con ogni evidenza sarà maggioranza, vorrà celebrarle, e si avvarrà, per dimostrarne il pregio e il sempiterno splendore, il loro costante e fortissimo presente, proprio della galanteria che il tempo ha usato nei loro confronti, del loro resistere alle intemperie della vita e delle alterne fortune professionali e/o esistenziali, all’erosione della divinità che tutto fagocita (in primo luogo i propri figli, tanto che il padre di tutti gli dei si salvò solo perché la madre lo nascose, e dette in pasto a Crono un sasso in fasce) ma che in fondo altro non è che, Bergson insegna, estensione e durata, e conta più o meno a seconda di quanto lo vogliamo far contare, perché in lui rispecchiamo le nostre gioie e soprattutto i nostri dolori. Sono dunque sessant’anni portati splendidamente e illuminati dal talento, dall’impegno, dall’intelligenza, dalla scaltrezza, dalla capacità di inventare nuovi bisogni, mode, necessità, tendenze, dall’abilità nell’intercettare sensazioni popolari e nel sostenere istanze necessarie dal punto di vista storico, economico, politico, sociale e culturale, dal faro di una determinazione capace di smuovere le montagne, dal lavoro, dalla filantropia e dal successo quelli che il 16 agosto compie Madonna Louise Veronica Ciccone. In arte Madonna. Amata, odiata, parodiata (uno fra i milioni di esempi che si possono fare: quando Gianni Alemanno non fu riconfermato sindaco di Roma la Sora Cesira realizzò un video dal titolo Don’t cry for me Anagnina che ha ottenuto migliaia di visualizzazioni online), invidiata, idolatrata, pluripremiata (tra cui sette Grammy e due Golden Globe, nel 1997, sconfiggendo Glenn Close, Barbra Streisand, Frances McDormand e Debbie Reynolds per la sua interpretazione della paladina dei descamisados argentini Evita e nel 2012 per Masterpiece – di nome e di fatto -, ossia la miglior canzone originale di quell’anno, tratta dal film da lei diretto W.E. – Edward e Wallis sulla tormentata storia d’amore nella prima metà del Novecento tra la divorziata Wallis Simpson e il re del Regno Unito Edoardo VIII, che per lei abdicò in favore del fratello: ma non mancano nemmeno sette Razzie, tra cui due per l’assoluto scult Travolti dal destino, remake invero piuttosto aberrante, e dunque imperdibile, a firma di Guy Ritchie, allora marito di Madonna, della viceversa riuscitissima pellicola del 1974 di Lina Wertmüller con Mariangela Melato e Giancarlo Giannini; nonostante il carisma della Ciccone e di Adriano Giannini il film infatti raggiunge oggettivamente livelli di bruttezza raramente altrove toccati…), citata (si pensi solo all’esegesi che si fa nella pellicola di Quentin Tarantino Le iene di Like a virgin), più o meno a proposito, copiata, imitata, sempre riconoscibile eppure proteiforme, coerente ma mai meramente uguale a sé medesima, proprio perché in grado di cavalcare l’onda del tempo. Imprenditrice, scrittrice, attrice (L’oggetto del desiderio, Cercasi Susan disperatamente, Who’s that girl?, Dick Tracy di Warren Beatty, con cui ebbe una relazione, A letto con Madonna, Ombre e nebbia di Woody Allen, Occhi di serpente di Abel Ferrara, Girl 6 di Spike Lee, solo per fare qualche titolo), collezionista d’arte, soprattutto di opere di Tamara de Lempicka, che ha contribuito a far nuovamente conoscere (del resto a lei si deve anche il fatto che molte persone sappiano dell’esistenza del Belize, che prima che divenisse celebre La isla bonita era pressoché il nulla commisto al niente), interprete di alcuni tra i più fortunati brani della storia della musica pop (Like a prayer, Love song, Lucky star, Borderline, Holiday, Everybody, Material girl, Angel, Love don’t live here anymore, True blue, Papa don’t preach, Erotica, Fever, Bye bye baby, Deeper and deeper, Where life begins, Bad girl, Rain, Secret, Human nature, Bedtime story, Substitute for love, Ray of light, Frozen, Music, American life, Hollywood, Die another day, Hung up, Sorry, Jump, Forbidden love, Give it 2 me, Girl gone wild, Gang bang, Superstar…), in classifica da decenni. E probabilmente lo sarà ancora per altri. Perché l’età è solo uno stato mentale, e questo non è che l’inizio. Happy birthday!

Gabriele Ottaviani

Gabriele Ottaviani (Roma, 1985), dottore in Studi italiani e in Letteratura e lingua -- Studi italiani ed europei, dottore di ricerca in Italianistica, autore di Frammenti d'amore (Bibliotheka edizioni) e di Tremila giorni insieme (MUP), con cui ha vinto il Premio Malerba per la miglior sceneggiatura.

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