• Home
  • /
  • Arte
  • /
  • Love is all you need. Un tour romantico nell'arte contemporanea.

Love is all you need. Un tour romantico nell'arte contemporanea.

Vengano signore e signori a vivere tante, struggenti e appassionate storie d’amore! Lasciatevi dolcemente traghettare sulle ali di un fantastico fenicottero rosa. Inizia lo spettacolo dell’arte e della vita! (Le cascate di cuoricini e le nuvolette di zucchero filato servono solo a fare scena. Lo stesso vale per il fenicottero nel quale siete seduti).
Sono il peggior imbonitore che un luna park possa avere; quando al colloquio mi domandarono dei miei pregi e i miei difetti, alla prima risposi: “la sincerità”, alla seconda “che sono un sognatore”.
E’ finita che mi hanno preso, non so per quale delle due.
Dunque, ora che siete dentro, mi preme informarvi che alla fine del giro nessun lieto fine è scontato, e che le idilliche idealizzazioni sull’amore riguarderanno principalmente la prima parte del tunnel, poi… un po’ meno. In compenso se il giro vi piace il secondo è offerto. Quindi, cominciamo.

Robert Doisneau - Le baiser de l'hôtel de ville

Don’t be shy, Robert.
Doisneau invece, un po’ timido lo era, la macchina fotografica per lui era un filtro, col quale vivere la realtà da spettatore, più che da protagonista. Un vojeur, ammettiamolo, ma parecchio romantico. Un sognatore ad occhi aperti, spettatore della vita che gli passava davanti, mentre lui la aspettava seduto ai caffè di Parigi.
«Il mondo che cercavo di far vedere era un mondo dove stavo bene, dove la gente era gentile e dove trovavo la tenerezza di cui avevo bisogno.»
Le più iconiche fotografie di Doisneau saranno in mostra ad Aosta fino al prossimo 1° Maggio.

Chagall. Amanti

Da un sogno in bianco e nero, ad uno a colori: Chagall.
Il fenicottero continua inarrestabile il suo volo, anche se ogni tanto si inceppa sui binari, interrompendo la magia. L’importante è non smettere di crederci: siamo ancora a Parigi, ma lasciamo le strade affollate, i passanti frettolosi e i caffè affollati. Ci libriamo una spanna sopra la torre Eiffel, del caos non restano che le luci e i colori: è Chagall che ci tiene per mano. Ci racconta l’amore come quella sensazione strana che fa sentire leggeri, vela gli occhi e stampa un sorriso ebete sulla faccia. E’ quella cosa per cui distorci la realtà e non credi più a niente se non al cuore. Il cervello è completamente fritto; testardi come bambini ci si butta in un sogno in cui non valgono i principi della fisica, la prospettiva non serve a nulla, e l’anatomia umana è solo un’opinione. La vita si colora di toni pastello e le caprette ci fanno ciao, ma è tutto assolutamente normale. E’ quello che succede a lasciare carta bianca al cuore.

me, you and everyone we know. Miranda July
Innamorarsi a Parigi è troppo facile, quando hai la testa di un artista dai modi naif. Proviamo ad azzerare tutto allora, scegliendo come prossima tappa il nulla anonimo di una periferia americana qualsiasi. Qui vive Christine, artista nelle intenzioni, tassista per anziani nella vita. Li accompagna a fare la spesa, aspetta fuori dalla posta mentre ritirano la pensione… cose così.
Lui invece, si chiama Richard, ed è addetto alle vendite nel reparto calzature in un piccolo centro commerciale.
Lei gira indisturbata per il negozio, indossando calzini sulle orecchie, lui le domanda come può esserle d’aiuto, è la prima volta che si vedono.
Non importa che questa invece sia appena la seconda, per immaginare un’intera vita insieme, prendendo un marciapiede per unità di misura del tempo.

Love. Tracey Moffat
Dal cinema si passa alla video art. L’innamoramento ci ha resto prima timidi, poi spensierati come bambini, subito dopo abbiamo avuto il coraggio di fare la prima mossa… nell’ordine naturale delle cose arriva il momento dei baci. Sulle note di Love Story (where do I begin), alcuni dei più famosi baci cinematografici del cinema americano si susseguono senza sosta, mentre Shirley Bassey si domanda da dove è meglio cominciare il racconto della più grande delle storie d’amore; e quanto durerà e se si può misurare l’amore col tempo e… niente. Meno di due minuti. Un minuti e cinquantatre secondi, per l’esattezza. Se siete curiosi di conoscere come prosegue la storia – l’imbonitore sincero vi informa che siamo a metà del percorso – continuate la visione del video fino alla fine, è il caso di dire. Si arriverà alle mani, i piatti rotti, i pianti, le tragedie. E dopo? Torna la musica, il ritmo cambia, si fa più… come dire, beat?

Artist should avoid falling in love with another artist. Marina Abramovic.
E’ il mantra che si ripete Marina Abramovic, proprio lei, che fa della sua relazione con il performer Ulay la sua personalissima opera d’arte e di vita, in un susseguirsi di intime e memorabili performances. Basterebbe lei da sola a coprire l’intera durata di questo tour, dall’inizio alla fine.

Rest with energy

La loro storia d’amore è appassionata, intensa, tormentata e le produzioni che ne scaturiscono ne sono il riflesso perfetto. All’inizio i due sembrano indissolubilmente legati in un sodalizio che tracima oltre ogni campo e dimensione.

Relation in time

Artist should avoid falling in love with another artist.
Artist should avoid falling in love with another artist.
Artist should avoid falling in love with another artist.
Ogni storia ha un inizio e una fine, del resto vi avevo avvisato che l’happy end non era garantito. Tuttavia, Marina e Ulay sanno come rendere poetica anche la fine di una storia, e di certo non sono tipi da affidarsi ad una e-mail. Preferiscono la muraglia cinese: cominciano il cammino dalle due estremità opposte, ad un certo punto inevitabilmente si incontrano, come nella vita. Quello è il momento di dirsi addio, in un altra dimensione un incontro può essere l’inizio di tutto, ma non lì; il cammino è a senso unico, bisogna andare avanti, ognuno per la propria strada.
Dodici anni dopo si incontreranno ancora. Così:

Maledetta Marina che mi fai piangere ogni volta.
Romanticismo a parte, il continuo della vicenda è un banalissimo divorzio artistico, con annesse beghe finanziarie. Chi se ne importa, è l’arte che conta, non l’artista.

“Please don’t leave me” Bas Jan Ader
Ader invece è uno che gli addii non li gradisce.
Lui è senza dubbio il più romantico degli artisti concettuali. Come Marina, un altro artista che ha fatto della sua vita (e anche della sua stessa morte) un opera d’arte: dato per disperso dal 1975, mentre metteva in atto una folle, mistica e romantica traversata in solitaria nell’oceano Atlantico, che sarebbe diventata inevitabilmente la sua ultima performance: “In search of miraculous”; sostanzialmente un’opera incompiuta.

Please don't leave me

“Take care of you”. Sophie Calle.
Sophie prova ad essere più forte. Quando il suo compagno (che non doveva essere propriamente un artista, come Ulay) la informa della fine della loro relazione attraverso una e-mail, sulle prime prevale la sorpresa paralizzante, poi reagisce inoltrando quella lettera a decine e decine di donne, ciascuna professionista in un determinato campo.
E’ così che una paginetta di addio diventa lo spunto per l’invenzione di un cruciverba, documento su cui imbastire un’orazione giudiziaria, referto medico, quadro psicologico; la maestra ne fa la traccia di un tema, l’allieva lo svolge: «Sembra che lui l’ami. Se l’ama non capisco perché la lascia. È una storia triste». Per la campionessa di tiro con la carabina diventa un bersaglio, per la psicanalista una ricetta medica che non consente la somministrazione di alcun antidepressivo… Sophie Calle condivide un piccolo dramma personale con decine di donne, ciascuna di loro lo personalizza, e al tempo stesso lo trasforma. L’esposizione di un episodio privato così, diventa di tutti. Finendo per diventare ricordo lontano per la stessa Sophie. Una storia finita? Quale, di chi? Quello che resta è una toccante opera d’arte.

take care of you

“Love is what you need” Tracey Amin.
Non importa quanto male faccia, dell’amore si ha sempre bisogno.
Marina ha provato ad ammonirci, Ader l’ha presa proprio male, Sophie ha provato subito a rialzarsi, e quando arrivi al punto in cui nascondi le ferite e con superiorità canticchi “me cago en el amor” (me ne frego dell’amore) ti si accende una spia luminosa, non un discreto led, no; proprio un’insegna al neon. Del resto i segnali a questo servono: ritrovare la strada. Quelli di Tracey Amin suggeriscono un’evidenza che stavi cercando di ignorare, oppure sono esattamente quello che stavi pensando, o quello che avresti voluto dire e non hai detto. Cercano di ristabilire una connessione tra cuore e cervello, che volutamente avevi disattivato.

Love is what you need

Questa, ed molte altre opere, saranno oggetto della mostra “Love. L’arte contemporanea incontra l’amore” prorogata al Chiostro del Bramante (Roma) fino al prossimo 26 febbraio.

Abandoned love. Peyton Fulford
E se è l’amore quello che serve, allora bisogna andare avanti, senza dimenticarsi di quello che è stato. Peyton Fulford, giovane fotografa americana, realizza striscioni che espone sulle facciate di vecchi edifici abbandonati, porte sbarrate, finestre cieche. Non scrive “congratulation!” o “Happy Birthday” come ci si aspetterebbe, ma stralci di messaggi, diari, conversazioni.
Quello che di solito rileghiamo al privato, lei lo spiattella sulle pareti di edifici dentro cui nessuno entra più da anni. E’ un progetto partecipativo, e anche le vostre parole potrebbero diventare uno di quei festoni, come in una canzone di Jovanotti o in un film di Jeunet.

Abandoned love

E siamo alla fine, che poi è un altro inizio.
Pronti a cascarci di nuovo, sognatori e testardi, come Chagall ci ha insegnato.
Altro giro, altra corsa! Ve lo avevo garantito.

Paloma wool

Leave a Reply

%d bloggers like this: