• Home
  • /
  • Arte
  • /
  • LOST+FOUND: perdersi nelle visioni oniriche di David La Chapelle.

LOST+FOUND: perdersi nelle visioni oniriche di David La Chapelle.

E’ tempo di grandi mostre a Venezia, prima scenario delle ostentazioni kitsch di Damien Hirst e ora anche delle esagerate visioni di David La Chapelle, protagonista della grande mostra monografica “LOST+FOUND” in corso a Casa dei tre Oci, fino al prossimo 10 settembre.

La mostra, organizzata secondo un ordine cronologico, ripercorre la trentennale carriera dell’artista americano dagli inizi in bianco e nero ai primi ingaggi come fotografo di moda; dall’incontro con Andy Wharol, all’esplosione del colore negli anni novanta e duemila, quando le sue visioni si popolano di un pantheon di nuove divinità, per lo più provenienti dal panorama musicale: Courtney Love, Bjork, Eminem, Michael Jackson, Madonna… spesso consacrati dall’obiettivo di La Chapelle come moderni “santini” più che come icone della cultura pop contemporanea. Del resto, dietro le ambientazioni studiate, le pose plastiche, i colori acidi e ipersaturati, si cela il tentativo di ritrarre la persona, oltre che la star capace di vendere decine di milioni di dischi.
E così Michael Jackson o Courtney Love, nel teatrino orchestrato da La Chapelle diventano come martiri che l’artista riscatta attraverso la sua opera, che è anche il suo giudizio, la sua visione delle cose; innescando un arbitrario processo di beatitudine, reso possibile solo dall’arte.

Il mondo della musica non ha prestato negli anni soltanto volti e corpi all’artista, perché li eternasse a suo modo, ma anche la concezione che il potere di un’immagine possa essere simile a quello della musica, capace di insinuarsi nei pensieri, di essere persistente nella memoria – insieme con l’emozione che suscita – e d’essere fatta propria da chi ne fa esperienza. Come certi pezzi indimenticabili e immortali oppure un motivetto insistente, di quelli che ti rimangono in testa, che ti piaccia o non ti piaccia.

Michael Jackson by David La Chapelle

La mostra prosegue di visione in visione, tenendo il passo dell’evoluzione artistica di La Chapelle anche conosciuto come “il Fellini della fotografia”. Si arriva così al punto di svolta – Roma, anno domini 2006 – quando davanti al Giudizio Universale di Michelangelo, nella Cappella Sistine, gli giunge la folgorazione che porterà ad un livello successivo le allucinazioni del giovane David. Una vera e propria conversione estetica che trasformerà il fotografo delle star nell’artista David La Chapelle (nomen omen?).
Restano i colori ipersaturati, così come restano pure le esagerazioni kitsch, ma i temi si fanno universali, le composizioni più vaste – come in un fotocollage pittorialista dell’ottocento – il nudo è eroico, la luce ricorda la stessa degli affreschi di Michelangelo.
Di questo periodo sono – oltre ai santini di cui sopra – la serie “the Deluge”, il diluvio universale, e “After the Deluge”, ovvero quello che resta del mondo: la bellezza prodotta dall’uomo appena intaccata dal disastro, e buste di patatine e snack a galleggiare pacate sull’acqua, che invade le ormai silenziose sale di un museo. E poi ancora l’ultima cena, “The last supper”, e l’apocalisse che si consuma al centro commerciale e ritorna ciclica ad ogni black friday, una nuova Natività tribale e quasi aliena, e svariati paradisi terresti più o meno incontaminati.

This slideshow requires JavaScript.

Dopo la conversione estetica, le immagini di La Chapelle continuano a caricarsi di messaggi forti che l’artista indirizza all’umanità intera, mascherandoli dietro visioni esagerate, iperboliche, piacevolmente colorate e con un’allegra patinatura da rivista di moda che rende ogni cosa apparentemente frivola e leggera.
Così grossi boeing collidono in un cielo di zucchero filato come fossero aeroplani giocattolo nella serie “Aristocracy”, mentre in “Land scape” e “Gas” sconfinate centrali elettriche o non meglio specificate fabbriche da sogno, tingono le acque di rosso o illuminano il cielo a giorno producendo chissà cosa mentre dalle ciminiere liberano fumi e fiamme.
Che colori però, che spettacolo di luci da far impallidire i cieli sullo sfondo, e che nomi da sogno hanno: Emerald city, Luna park, Green fields, Pacific Sunset…
Tuttavia niente è come sembra: gli infiniti stabilimenti di La Chapelle e i suoi distributori di benzina non sono che modellini fatti di plastica, bigodini, palline da ping pong e viti. E non sono neanche foto scattate in studio, no. Ma insignificanti giocattoli, apparentemente mastodontici, inseriti in paesaggi reali, quel genere di scenari adatti a farci sentire piccoli: il deserto del Nevada, la foresta pluviale di Maui, la costa californiana.

This slideshow requires JavaScript.

Per finire, si arriva poi agli ultimi lavori di La Chapelle.
“Make love not walls” è parte di una serie di scatti realizzati per l’ultima campagna pubblicitaria della Diesel. Ma è “New World” la serie più attesa, costituita da 11 scatti realizzati nel corso degli ultimi quattro anni, presentati a Venezia in anteprima mondiale.
Riprendendo le fila del discorso ideologico iniziato a partire dal 2006, La Chapelle arriva ad una conclusione perfetta: l’unico finale che ci si poteva aspettare dopo un lungo viaggio negli inferi nelle ossessioni contemporanee.
Il diluvio universale ha cancellato tutto il peggio: niente più consumismo, né idolatria verso le icone dello star sytem elevate a martiri della solitudine e dell’incomprensione. Vana ogni ossessione per le apparenze, nessuna alienazione, dimenticato il cibo spazzatura e il lusso sfrenato. La natura ha vinto contro il progresso indiscriminato.
“New World” è un ritorno alle origini. É l’età d’oro della storia dell’umanità: se l’ultima cena era la vigilia di un tradimento, la prima non è che una madre che allatta il figlio, è bionda; ma non è Madonna e nemmeno Courtney Love. Non ci sono più falsi miti da idolatrare: e Gesù e Buddha, piuttosto che affannarsi in atti di proselitismo, preferiscono conversare amabilmente sotto un albero.

New World by David La Chapelle

La Chapelle riscrive così la sua personalissima Storia dell’umanità scegliendo un finale aperto, che lascia sperare in un sequel migliore.
Intanto però, vale la pena perdersi nella sfrenata immaginazione kitsch di uno dei più acclamati e controversi tra i fotografi contemporanei; uno che da grande, avrebbe tanto voluto fare il pittore.

Leave a Reply

%d bloggers like this: