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L’ORA PIÙ BUIA – Questioni di schizofrenia #3

«È come se, guardando un film, non lo si vedesse come una sequenza

di immagini in movimento, ma spezzettato in una serie di fotogrammi statici.»

H.F. Searles, Scritti sulla schizofrenia, Torino 1974, p. 294.

«Che diritto ha la mia testa di chiamarsi me?»

Polański, da L’inquilino del terzo piano.

Ambivalenza e normalità dei meccanismi schizofrenici

La schizofrenia non è una malattia qualitativa ma quantitativa. Ovvero non è la qualità dei sintomi a fare la differenza tra sano e malato, ma la quantità. Ciò significa che ognuno di noi ha una mente che segue gli stessi meccanismi schizofrenici nel piccolo. Studi dimostrano che la totale salute (ammesso che essa esista) non permetterebbe a uno psichiatra di ravvisare i sintomi nei pazienti. C’è sempre bisogno che qualcosa risuoni in lui quando si trovi di fronte a una dissociazione. Occorre dire dunque che frammenti di indistinzione e di frammentazione, coi relativi corollari che vi abbiamo tessuto intorno, sono in ognuno di noi. In base ai settori psichici non perfettamente integrati o non perfettamente differenziati siamo in grado di comprendere le parti scarsamente differenziate o integrate negli altri, generando “empatia”.

Ebbene il sentimento di perdita ci accomuna ai pazienti schizofrenici come altre cose. Se nel malato esso è angoscioso, orribile e da battere i denti, nell’uomo sano è flebile, meno vistoso, meno psicotico. Il paziente schizofrenico ha effettivamente la possibilità di regredire a fasi bambine, o ancora più indietro lungo la linea filogenetica, fino allo stato di essere inanimato. Non si ha, immagino, difficoltà a credere alla reticenza dei guariti a parlare di metafisica, divinità e quant’altro sfugga alla nostra comprensione. Nell’individuo sano non c’è questa possibilità, perché i settori psichici integrati e differenziati in modo adeguato (stato che noi chiamiamo maturità) tessono una rete tra loro che non può collassare senza episodi traumatici. Ma la paura è simile.

Quando si tratta di temi squisitamente umani, è difficile che un singolo individuo ne sia esente. La paura dell’«universo che si squaderna»” in Dante, dell’«infinito» di Leopardi davanti al quale la nostra mente arranca e teme di perdersi nell’infinito mare delle cose indistinte, e si arrampica allora cercando di creare categorie, intrecciare concetti come zattere per non affogare.

Le fasi della schizofrenia pongono agli occhi dell’individuo sano delle fasi di cui egli ha profondamente terrore. Essa è un vaso di pandora da cui viene fuori di tutto, un tema quasi precategoriale, fatto di materiale ancestrale, pericoloso quanto luminoso. Nel ricapitolare all’indietro nella linea evolutiva ci pone tutte le domande a ritroso, come i bambini: ci pone davanti al terrore puro di fronte all’identificabile, al disastro del non sapere dov’è la madre sebbene essa sia nell’altra stanza. C’è la mamma se è in un’altra stanza? Cos’è che genera tutto ciò? Questa malattia ci pone di fronte tutti gli stati del mondo umano e non umano, così che abbiamo la panoramica di tutti essi come quella dell’acqua, del ghiaccio e del vapore.

Sentimento di chiusura

La reazione di fronte a tale mondo, per uno schizofrenico, è paradossale. Egli, per sfuggire alla frammentarietà o indistinzione del mondo, si chiude nella propria. Si auto censura potremmo dire, e in questa porzione di mondo che gli è rimasta, costruisce la propria dimora. E tanto più diventa forte la sua convinzione che il mondo sia pericoloso, tanto più diventa largo lo spessore dei muri nei quali si è recluso. Lì, in quel mondo avulso dal sistema reale, senza più connessione, è il regno dell’assolutezza e dei colori. Nessun uomo può aver contemplato un colore puro quanto quello che questi individui hanno apprezzato, o una tale sofferenza. Ogni cosa, infatti, lasciata singola, diventa pura e gigantesca. Non solo i concetti, ma anche le sensazioni, le emozioni, i ruoli in cui l’Io concepisce se stesso. Esso è provvisto di costellazioni prive di nomi, di linee di giuntura e senza forma. Ma è proprio tra quei muri che si consuma il dolore. Poiché ogni cosa, sciolta, non ha riferimenti di grandezza, non ha appigli ai quali fermarsi per muoversi da essa. Anche la sofferenza si fa senza limite. Il confine delle cose è perduto, tranne quello tra sé e il mondo, che si ispessisce sempre più (o si sbriciola, buttando l’uomo nel nulla del tutto). Senza cure, la porta si chiude, e le personalità, le gioie, gli affetti, girano nella stanza riempiti di colori sempre più lucenti e simili a Dio per mancanza di confini, ma sempre gli stessi.

Ripetitività della malattia

Lo stato di cose, se non entra in contatto con l’esterno tende a non cambiare se non per deteriorarsi. I mostri, le emozioni le stesse, nell’aria che per la porta chiusa viene a mancare marciscono. Le zone del cervello sollecitate sono quelle relative alle dissociazioni, alle rimozioni, e non cambiano, ma diventano sempre più grandi. Vale qui l’adagio “La lingua batte dove il dente duole”, come in un disco rotto. La malattia è ripetitiva. In questo stato l’unica prospettiva possibile è la morte. I concetti marciscono, l’ombra delle cose e la polvere diventa sempre più spessa, e marcia. Non di rado questo aspetto così teorico e romanzato gli schizofrenici lo sentono sul proprio corpo. Sentono marcire parti di sé, il proprio cervello, le interiora. I casi più gravi interagiscono col terapeuta fianco a fianco senza parole, ma coi mugolii del proprio stomaco, nella convinzione di una reale comunicazione (l’unica per loro possibile). Nella propria percezione la pelle diventa della consistenza della plastica, dell’asfalto, il cranio il contenitore di frutta andata a male.

 

Il grande comunicatore

Ciò rende indubitabilmente chi è in questa condizione l’essere più solo che si possa conoscere. Eppure, “l’uomo più chiuso” che esista si è rivelato un grande comunicatore. Ciò che abbiamo illustrato dei suoi meccanismi di comunicazione, la serrata simbiosi che egli instaura col reparto, con il terapeuta, la teatralità esagerata (sia nel rumore che nel silenzio) sempre riferita a qualcosa, a qualcuno, sottolinea quanto egli cerchi di comunicare. Quanto gli manchi. Strano è come egli cerchi di pervenirvi, all’amore con atti di violenza, alla violenza con atti d’amore. Talora sono i sogni ad essere forieri di avvenimenti di grossa portata. Sono documentati vari casi di persone che sognavano di cadere in pezzi, di rompersi come un vetro, e pochi mesi dopo subivano shock psicotici e successiva ospedalizzazione. Talora invece è la psicosi la via per la guarigione, ovvero l’esplodere della malattia. Essa può essere considerata come un segno che l’individuo invia alla propria famiglia, agli amici, o al reparto se è già ospedalizzato. Qualcosa porta spesso l’individuo dalla condizione schizoide a quella psicotica, e spesso è proprio la volontà inconsapevole di guarigione. Cosa certa è che per leggere questi codici frammentati, lacunosi, perversi, bisogna servirsi di tutti i sensi, del terzo occhio, e del cuore (non è una frase romantica, ma la verità di questi ambienti). Così ciò che è incomprensibile diventa pian piano comprensibile e rispondente a elementi semplici agli occhi dello psichiatra. Come la voglia di stare in mezzo alle persone e di avere rapporti sani col sé e con l’altro.

Altre catene

Noi abbiamo lasciato alle nostre spalle l’indistinzione, ma non per morire di altre censure e catene. Né tantomeno quelle che ci inducono a non tollerare le fondamenta contraddittorie del mondo. Ho anzi elaborato questa ricerca per mostrare quale tipo di alterità venga fuori dal rapporto di questa malattia col mondo e col terapeuta.

 

Visione di una nuova alterità

Posto che ci siano vari tipi di alterità vanno descritti:

– aristotelica (soggetto-oggetto). Parlando di aristotelismo è il concetto di causa-effetto che va analizzato. Esso ha portato a una gerarchizzazione del nesso, a una connotazione particolare e cronologica: ovvero viene prima il soggetto, e l’oggetto di conseguenza. Ciò è andato bene nella fisica classica, nell’antichità. Ma le scoperte della relatività, delle tribù africane non alfabetizzate, e le conquiste teoretiche del ‘900 ne hanno distrutto le fondamenta[1]. Vedi Deleuze col suo Logica del senso, il Trattato dell’argomentazione di Perelman-Tyteca, di Lukasiewicz. Da ultimo ha agito la    schizofrenia, per cui questo modo di vedere le cose risulta poco adeguato. Nella simbiosi, che è un rapporto di scambio prettamente biunivoco, la gerarchia cade.

– kantiana. La Critica della ragion pura insegna che l’alterità può stare tutta nell’intelletto, che come un buco nero assorbe e restituisce categorizzata e analizzata.

– Cattolica. Il concetto di Rivelazione ci ha istruiti a un concetto di io ricevente, e nient’altro. Per definizione.

Il tipo di alterità che viene fuori da questo studio è un tipo di alterità che esiste, fisica o mentale che sia, senza che più si ponga il problema di chi venga prima, entrambi valgono uguale, sia essa un’alterità intrinseca o estrinseca. Per trovarla bisogna travalicare i limiti di determinismo, morale, religione, psicologia e piombare nella contemplazione dell’assoluto senza paraocchi. Dopodiché, solo dopo, si dovrà ritirare in mezzo tutto questo materiale, rivisto in maniera nuova. La schizofrenia impone il distruggimento di ogni tabù, l’abolizione della psicologia stessa per lo studio delle cose e dei loro nessi. Nel sistema reale non ci sono nessi, procedimenti causa-effetto, determinismi, punteggiature. La realtà non conosce nulla di tutto ciò. Non la si può guardare aprioristicamente con alcuna lente, bisogna solo attestare i fatti, da quelli positivi a quelli raccapriccianti.

 

L’ora più buia

Ciò significa venire a contatto con materiale deforme, orribile, perverso, buio, e doverci passare a mezzo senza pregiudizi. Con mentalità a-storica, a-filosofica, con la mente salda nel voler solo accertare un fatto. Non facendolo se ne ottiene solo un giudizio morale sul paziente, ma niente di significativo ai fini della sua cura. Se il paziente censura, lo psichiatra deve recuperare. L’azione di recupero è tra le più nere che ci possano essere, ed è bene che il terapeuta sappia di aver di fronte una persona. Perché il male esiste, e non c’è bisogno che ce lo venga a dire Brodskij o Platone o uno psichiatra qualunque.

Cito Tarkovskij per questo, e i suoi numerosi film, fatti per pari misura di ritratti, volti, persone, e natura, laghi, acque stagnanti, vento, metalli. Questi testi ci mostrano un’alterità pura ed esistente, mai parziale, completa e degna di valore e di cura. Il fatto è qualcosa cui va portato rispetto.

Mi ha sempre colpito la battaglia di Teutoburgo. Quando i Romani ebbero la loro occasione di andare oltre il Reno, e i barbari al di là ebbero l’occasione di diventare una delle opulente civiltà post-romane, come l’Egitto, la Spagna, L’Italia. E invece l’Impero più grande si fermò davanti a un massacro perpetrato dai barbari nel bosco. Cherusci, Bructeri, Catti, Marsi, popolazioni germaniche, erano state lì lì sul punto di una grande civilizzazione, e invece 1000 anni dopo erano ancora lì a mangiare gli animali mezzi vivi. Di chi è la sfortuna? Quando si indagano cause di questo genere il rischio è ricorrere alla religione, alla psicologia, alla morale, per trovare un segno in fondo perbenistico, e giustificare la storia o quant’altro. Ma queste sono tutte categorie troppo addentro alla storia per farne parte, di gente che ha visto prima la morale, e poi i fatti. I fatti non hanno nulla a che vedere con le categorie, con la storia, hanno una vita propria e noi dobbiamo portare rispetto per questa vita naturale. Tutti hanno guardato la storia, la religione, le aspettative, i punti di vista. Nessuno ha guardato al macello. Nessuno ha guardato le persone. Lasciamo che la metafisica venga dopo. Non dimentichiamola, ma non dimentichiamo la fisica.

“Ho visto più individui sani nei manicomi che tra coloro che hanno votato Hitler”.

Fromm, Anatomia della distruttività umana, Milano 1987

 

Appendice

È da notare, infine, come tutti i fenomeni sopra discussi siano ascrivibili solo a determinati contesti e periodo storici. Ad esempio, gli studi di Carothers[2] riguardo le tribù africane, hanno rivelato quanto in Africa l’individuo sia totalmente estraneo a questi modelli di percezione, al punto che un un film sia percepito diversamente rispetto a come ciò avviene in Europa o in zone alfabetizzate[3]. In tali contesti il discorso su malattie come la schizofrenia, basate su mancanze nei sistemi integrativo-differenzianti, cessa di porsi[4]. Il sistema alfabetico, secondo McLuhan, avrebbe cambiato i nostri schemi percettivi e le nostre facoltà di capire il mondo, spostando la nostra percezione dalla prevalenza dell’uditivo a quella del visivo, di fatto cambiando completamente il nostro modo di percepire la realtà. Quanto è stato descritto è dunque il risultato di un paradigma storico molto preciso e non diversamente applicabile se non a quello.

[1]          Cf. anche Matte Blanco 1981.

[2]                Cf. Carothers 1959, 308.

[3]                Cf. Wilson 1961.

[4]                Cf. McLuhan 1959, dove si delinea l’idea che l’alfabetizzazione sia alla base dei paradigmi conoscitivi della cultura occidentale ed odierna.

Fausto Paolo Filograna

Fausto Paolo Filograna nasce in provincia di Lecce nel 1992. Si laurea all’Università di Bologna in Lettere antiche nel 2014 e in Filologia classica nel 2017, con tesi sul teatro antico. Studia drammaturgia, regia teatrale e pianoforte in conservatorio. Nel 2016 va in scena come regista e drammaturgo con “Le Baccanti, ovvero Il processo”, riscrittura a due delle Baccanti di Euripide. Nel 2017 esce “Persona”, sua opera poetica d’esordio con Giuliano Ladolfi Editore, già finalista come silloge nel premio Poiè – Le parole sono importanti. Collabora da anni col Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna e come editor per Ladolfi Editore. Suoi contributi sono apparsi su Poetarum Silva, Poesia Ultracontemporanea, Il Pickwick, QuidCulturae. È in via di pubblicazione un suo saggio scientifico sulla schizofrenia.

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