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L’ORA PIÙ BUIA – Questioni di schizofrenia #2

 

«È come se, guardando un film, non lo si vedesse come una sequenza

di immagini in movimento, ma spezzettato in una serie di fotogrammi statici.»

H.F. Searles, Scritti sulla schizofrenia, Torino 1974, p. 294.

«Che diritto ha la mia testa di chiamarsi me?»

Polański, da L’inquilino del terzo piano

 

Come si è detto nel precedente capitolo, questa sezione affronterà i capisaldi della guarigione della schizofrenia: reparto e terapeuta.

Il reparto

Il reparto ha una funzione preminente nella guarigione e nel peggioramento dei pazienti. Se infatti tra i membri del personale sono presenti dissensi riguardo il trattamento del paziente, quello peggiora. Si è rilevato, tuttavia, che è in buona misura il paziente stesso, a causa della sua personalità frammentata, a creare tali dissensi nel suo ambiente[1], avendo in questo un ruolo anzi centrale. Egli orchestra, modifica, imbocca alle persone ciò che possiede di più specifico, imbastendo un processo di plasmazione del reale che manifesta la sua frammentarietà. Questa situazione sociale va considerata un processo per mezzo del quale la differenziazione e successivamente l’integrazione dei diversi frammenti dell’Io debbono avvenire in larga misura all’esterno del paziente stesso, nelle persone che lo circondano, prima che possa avvenire dentro di lui[2]. Può essere considerato una sorta di simbiosi di gruppo, come quella che si istituisce tra la madre e il lattante, ma che coinvolge in questo caso un gruppo di persone, comprendente il paziente, i vari membri del personale e gli altri pazienti[3].

È un legame reciproco, sentito e caratterizzato da ambivalenza, nel quale l’altro è percepito come qualcosa di indispensabile per la propria esistenza. I confini dell’Io sono indistinti e, con l’aumentare dell’angoscia che la situazione di gruppo provoca, i partecipanti funzionano più come una sorta di organismo psicologico unitario che come individui coinvolti in un processo autenticamente interpersonale.

In queste situazioni il reparto appare dunque estremamente instabile, mentre in realtà si è costituita una sorta di «simbiosi sociale» capace di soddisfare i bisogni nevrotici e psicotici dei vari partecipanti. Ciascuna delle figure partecipanti a questo organismo, considerata dal punto di vista del paziente, rappresenta un frammento esteriorizzato del suo Io, il quale, pur erroneamente oggettivato, pone le basi per una futura integrazione. Il fatto, ad esempio, che un paziente percepisca un assistente come se fosse una figura composita, deriva da diverse aree della sua vita presente e passata e rappresenta un fenomeno di recupero; ciò indica lo sforzo del paziente di diventare una persona intera. Il paziente esteriorizza perché non è ancora in grado di affrontare la propria frammentazione. Egli alimenta inconsciamente, tra il personale del reparto, diverse e conflittuali immagini di se stesso, in qualche modo le organizza[4].

Un secondo fatto importante, all’interno del reparto è questa volta dal punto di vista del personale. I contrasti emergenti dai pazienti, infatti, danno l’occasione ai vari membri di esplicitare risentimenti nascosti che erano nati tra loro e che erano rimasti sopiti. In tal caso è offerto loro di esplicitare con autenticità questi sentimenti proprio a causa dell’ambiente protetto in cui sono inseriti, proiettando sui pazienti emozioni inconsce o inconsce immagini di sé. Questo processo è molto importante ai fini della guarigione perché tende a eludere il senso di colpa. Il senso di colpa ostacola l’instaurarsi di questi processi, facendo sì che si dissoci ulteriormente la loro personalità.

Il terapeuta

Analizzando infine la simbiosi col terapeuta, essa offre una definizione ancora maggiore del rapporto simbiotico che si va delineando. Il rapporto ambivalente e traslativo che si crea coi membri del personale, è in questo caso di molto più intenso e assume il ruolo decisivo nel processo di miglioramento. Riguardo il fattore specchio il terapeuta è lo specchio “migliore”. Egli infatti rileva cambiamenti nei pazienti, li suscita col proprio comportamento, molto prima che diventino consci ai pazienti stessi. Essi vivono e sopravvivono di questa simbiosi, per cui, tramite il terapeuta, sviluppano all’esterno una realtà che in seguito riconosceranno tramite il suo verificarsi in lui. Cito un caso accaduto a Searles nella clinica di Chestnut Lodge «Ad un certo punto […], dice, mi resi conto d’improvviso che la paziente era un’unica persona la cui personalità comprendeva entrambi quegli aspetti così nettamente diversi[5]». Il cambiamento in questo caso è avvenuto in primis all’esterno, e in seguito comunicato alla paziente stessa, prima non verbalmente e poi verbalmente, come avviene in questi casi.

La miglioria avviene solo quando il rapporto tra interno ed esterno comincia a rendersi più coerente e osmotico, e in qualche modo consensuale. Ciò che non è consensualmente stabilito tende infatti sempre a essere dissociato dalla nostra coscienza. In questo modo, per usare le parole di Buber, il terapeuta tende a «rendere l’altro presente[6]» e finisce per personificare nella sua interezza l’Io esteriorizzato del paziente[7]. Per far ciò deve dare fondo a un’onestà pressoché totale con se stesso e con il paziente, poiché le componenti non integrate, per perdere estraneità, devono assumere il significato di un complesso di comunicazioni molto personali[8] e profonde.

L’ambivalenza di questo rapporto fa sì che chiunque ne sia coinvolto ne esca migliorato in termini di integrazione, differenziazione e in generale in coscienza di sé[9], oltre che in termini di rispetto profondo per gli esseri umani[10].

Sentimento di perdita

Durante questo percorso, sia il terapeuta che il paziente devono superare una resistenza inevitabile. L’integrazione di frammenti della personalità fino a quel momento dissociati finisce inevitabilmente per modificarli: nel venire a contatto, quasi contaminandosi, con altri settori della personalità, essi perdono la loro qualità originaria di purezza assoluta.

Il rapporto terapeuta-paziente mette in gioco centinaia di variabili. Un paziente che si creda composto di quindici personalità, espone il terapeuta a quindici tipi di risposte emotive diverse, quasi che in lui si sollecitassero altrettante personalità in risposta a quelle del paziente. Così quando il paziente fa il bambino bisognoso di cure, nel terapeuta sarà suscitato “il padre desideroso di curare”, laddove il paziente faccia l’ubriacone, il terapeuta farà il buttafuori del bar, e così via. Tutto ciò, una volta integrato, dev’essersi considerato perduto assieme a tutte le sensazioni che suscitava. «È come se un’intera galleria di ritratti, alcuni bellissimi, altri orrendi, tutti però liberi da qualunque elemento spurio che ne diminuisca l’assoluta perfezione, sia stata sacrificata alla costruzione di un unico ritratto, tanto più complesso e sfaccettato, alla creazione della persona relativamente bene integrata che esiste ora[11]».

L’analisi di Kris, Hartmann e Loewenstein descrive il fenomeno riconducendolo all’angoscia, cui il paziente schizofrenico si esporrebbe, che tale perdita lo riporti alla fase di indistinzione dell’età neonatale.[12] Comunque vadano le cose, l’angoscia del paziente è del tutto fondata[13]. Qualcosa infatti, nel processo di integrazione, viene distrutto, e deve esserlo.

L’estremismo delle sensazioni schizofreniche, piacevole o spiacevole che sia a seconda dei casi, lascia il posto a sentimenti di maggiore continuità e moderazione, ma soprattutto di maggiore complessità. Il paziente assume una ricchezza sul piano emotivo e relazionale di cui era chiaramente incapace prima del lavoro di integrazione. Rinunciando al senso di pienezza assoluta, onnipotenza, e di adorazione tipiche della relazione simbiotica, il paziente giunge a delineare il suo Io[14].

 

Note:

[1]                Cf. Stanton-Schwartz 1954 e Searles 1974, 315.

[2]                Cf. Searles 1974, 315.

[3]                Cf. Searles 1974, 316 e 38-66.

[4]                Non a caso i pazienti meno gravi sentono a livello conscio l’esigenza che i loro amici siano anche amici tra loro. Cf. Searles 1974, 317.

[5]                Cf. Searles 1974, 294.

[6]                Cf. Friedman 1955.

[7]                Cf. Searles 1974, 395. Sui processi identificativi nel rapporto paziente-terapeuta si veda anche Wexler 1952.

[8]                Cf. Searles 1974, 331.

[9]                Cf. Whitaker-Malone 1953.

[10]              Cf. Searles 1974, 331.

[11]              Cf. Searles 1974, 334.

[12]              Cf. Hartmann-Kris-Loewenstein 1946.

[13]              Cf. Searles 1974, 334.

[14]              Cf. ibidem.

Fausto Paolo Filograna

Fausto Paolo Filograna nasce in provincia di Lecce nel 1992. Si laurea all’Università di Bologna in Lettere antiche nel 2014 e in Filologia classica nel 2017, con tesi sul teatro antico. Studia drammaturgia, regia teatrale e pianoforte in conservatorio. Nel 2016 va in scena come regista e drammaturgo con “Le Baccanti, ovvero Il processo”, riscrittura a due delle Baccanti di Euripide. Nel 2017 esce “Persona”, sua opera poetica d’esordio con Giuliano Ladolfi Editore, già finalista come silloge nel premio Poiè – Le parole sono importanti. Collabora da anni col Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna e come editor per Ladolfi Editore. Suoi contributi sono apparsi su Poetarum Silva, Poesia Ultracontemporanea, Il Pickwick, QuidCulturae. È in via di pubblicazione un suo saggio scientifico sulla schizofrenia.

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