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L’ORA PIÙ BUIA – Questioni di schizofrenia #1

«È come se, guardando un film, non lo si vedesse come una sequenza

di immagini in movimento, ma spezzettato in una serie di fotogrammi statici.»

H.F. Searles, Scritti sulla schizofrenia, Torino 1974, p. 294.

«Che diritto ha la mia testa di chiamarsi me?»

Polański, da L’inquilino del terzo piano.

 

Per chi in poesia parla del soggetto e dell’oggetto, dell’uno e del due, ritengo utile una comprensione sociale dell’uomo contemporaneo evidenziando un tipo di alterità tutto particolare: ovvero quello endemico agli schizofrenici. Questo è un articolo molto tecnico,  dissuado chi non voglia saperne dal leggerlo.

Le difficoltà della nostra società ad accettare l’ambivalenza, la relatività, l’alterità deriva da una grande paura sottesa a quest’argomento. Le domande che ci potremmo fare sono: “com’è possibile che esistano il bene e il male contemporaneamente?” “Com’è possibile che ciò che io penso sia giusto, ma anche quello che pensa lui?” “Com’è possibile che io voglia e disvoglia certe cose?”. Oppure ancora: “Che relazione c’è tra me e gli altri?” “Ce n’è bisogno?”.

L’argomento è sfaccettato. Una delle principali difficoltà che si riscontrano nel trattarlo è di tipo sentimentale: ovvero capire che due cose possano coesistere simultaneamente fa male. È il chaos a fare male, che vogliamo a tutti i costi eliminare dalla nostra vita con soluzioni semplici e sbrigative. Le soluzioni immediate e pacificanti sono due: il monismo e il dualismo. Al monismo ci ha abituati il cristianesimo, tagliando la testa al toro e dichiarando che tutto è riassumibile nell’uno. Lo stesso ha fatto Kant, dicendoci che tutto è riassumibile nell’intelletto. Ne deriva che l’altro esiste in noi, e in fondo non ha così importanza. Al dualismo ci hanno abituati Platone, e molti altri, derivandone che l’altro c’è ma è diviso da noi. Ciò che preme dire in questo secolo nuovo, è che queste sono soluzioni provvisorie, ovvero, storicisticamente parlando, utili in un altro periodo. La chiusura pre- e post-bellica si sta pian piano diradando in altre soluzioni che difficilmente sono pacificabili con uno dei due sistemi. Heidegger e l’esistenzialismo hanno mostrato l’alterità e indietro non si può più tornare. Ora, se questa dualità sia possibile è da dimostrare. Vorrei tentare di esaminare la questione da un punto di vista diverso, che a mio parere è foriero di buoni frutti e qualche novità. Prima di accostarci alle cose proviamo a vedere cosa succede nel cervello, ed esaminiamo le dualità endemiche, ovvero quelle infrapersonali, tanto più evidenti nelle persone schizofreniche, nella cui condizione questi tratti sono marcati e più facilmente analizzabili. L’articolo è diviso in tre parti, due precisamente tecniche e volte a capire i meccanismi, la terza più libera e dimostrativa, relativa alle conclusioni generali e ai corollari, e a ciò che è utile. Durante tutto l’articolo si parlerà di persone e non di pazienti, per riprendere un approccio fenomenologico, e permette di valutare i pazienti nel loro complesso, non solo nella loro accezione clinica[1]. Qualora non succedesse è per capirsi e perchè la condizione di paziente non è disdicevole.

 

Integrazione e differenziazione

 

Da un punto di vista puramente descrittivo, possiamo dire che la schizofrenia consiste nella compromissione dei processi di integrazione e di differenziazione[2], introducendo così due termini che ci saranno utilissimi.

L’integrazione è la capacità di sintesi di funzioni strutturali e funzionali specifiche. Se osserviamo come questa si sviluppi nei pazienti schizofrenici, notiamo come i tre settori strutturali della personalità individuati da Freud[3] siano gravemente fratturati: Es, Io e super-Io sono poco integrati tra loro e restituiscono alla persona una visione frammentaria di sé e delle cose.

La differenziazione è l’altro processo essenziale alla percezione, ovvero la capacità di distinguere ed elaborare oggetti ed esperienze diversi tra loro. Ebbene quando essa è gravemente mancante provoca l’impossibilità di distinguere il sé dal resto del mondo, oppure, in altri modi, i ricordi dalle percezioni presenti e persino il piano astratto da quello concreto[4].

Aver individuato queste due categorie ci permette di comprendere meglio le dinamiche dei pazienti. Bisogna fare però uno step in avanti: essi sono strutturalmente connessi. Cioè: per far sì che le funzioni strutturali della personalità e i contenuti psichici si integrino è necessario che prima essi siano emersi come fenomeni differenziati; e parimenti perché si differenzino, c’è bisogno di una base di funzioni o contenuti più o meno integrati.

C’è dunque una prima forma di interazione tra due polarità, integrazione e differenziazione, ovvero un movimento di avvicinamento e uno di allontanamento, due movimenti, inseparabili e inutilizzabili l’uno senza l’altro

Nel paziente schizofrenico uno dei due processi è momentaneamente più indietro o più avanti rispetto all’altro. Avviene così, al di là della categorizzazione, che la stessa persona possa avere in un determinato momento un maggiore bisogno di integrazione, e in un altro un maggiore bisogno di differenziazione.  I pazienti sono dunque classificati come “prevalentemente non integrato” o “prevalentemente non differenziato”[5].

Chi ha deficit nell’integrazione assume caratteristiche di persone diverse, come risulta noto da film e letteratura, di fronte ai vari membri del personale del loro reparto. Il suo comportamento, nei casi più estremi, fa sorgere profondi dissensi tra i membri del personale, in quanto ognuno di loro corrisponde, nella sua testa, a un frammento diverso del suo Io. La persona malata ha modo così di manifestare ciò che prima era solo un carattere potenziale. Succede in questi casi che ciascun membro del personale, ritenendo che l’Io che il paziente gli mostra personalmente, sia il suo Io nella sua totalità, il suo “vero” Io. Questo allora è spinto a interagire con lui nell’unico modo che gli pare giusto, irritandosi con gli altri membri del personale, altrettanto convinti di conoscere anche loro il “vero” paziente. Durante le sedute, il comportamento di questo tipo di schizofrenico passa improvvisamente da un estremo all’altro. (Un paziente di questo tipo può interrompersi nel bel mezzo di una scenata paranoide per chiedere in tono amichevole un bicchiere d’acqua, o interpretare simultaneamente due ruoli, come la giovane ebefrenica seduta sulle ginocchia del terapeuta può essere al tempo stesso una donna sensuale e una bambina patetica.) Ciò non affiora minimamente alla coscienza del paziente, il quale è troppo debole per tollerare una tale frammentarietà nel proprio Io. La gran parte dei sentimenti vengono dunque dissociati o rimossi, e proiettati sul mondo esterno, il quale di riflesso si carica di un’aura di mutevolezza e caoticità. Questo è il suo modo di evitare di vivere come caotici e mutevoli i sentimenti che ha dentro di sé[6]. I membri del reparto si dipingono dunque di caratteristiche sue.

I pazienti scarsamente differenziati, invece, hanno un rapporto statico con i membri del personale. In questo caso il personale non si trova mai in disaccordo sull’identità del paziente, anzi, le opinioni tendono a coincidere anche troppo esattamente[7]. Queste persone considerano il mondo antistante a loro come qualcosa di omogeneo e unito. Il terapeuta viene percepito come una tra le infinite teste di una massa informe che include tutte le altre persone[8], la famiglia, l’ospedale, come qualcosa di unitario, e così il paziente stesso, talora può sentirsi parte di un edificio, di un oggetto, di una persona o del letto stesso. Questo stato può essere concepito allo stesso modo del precedente, come una difesa dell’Io contro un’angoscia insostenibile[9] e come un modo di “buttare fuori”, rendere concreto e simbolico l’apparato reale. In questo caso non c’è differenza tra i membri del reaparto, il terapeuta e il reparto stesso come struttura architettonica.

 

Eziologia

 

Questi fenomeni possono trovare origine nell’infanzia, quando l’Io  non è completamente differenziato dalla personalità di quanti lo circondano o dagli oggetti che gli sono attorno (oltre che da fattori genetici, anche se l’eziologia non è ancora chiara ai medici). Il bambino nella fase neonatale è, nella propria percezione, il mondo intero: i suoi giocattoli le prosecuzioni delle sue mani, i suoi capelli delle misteriose estroflessioni con cui giocare. I processi di integrazione e differenziazione si innescano mediante il rapporto simbiotico con la madre[10], che è il primo reale rapporto con il mondo esterno. Durante questa fase il lattante si identifica con la differenziazione della madre e ne acquisisce in qualche modo un modello utile. Se questo non avviene egli non ha categorie e viene travolto dalla variopinta frammentarietà del mondo, incapace di differenziarlo così come di integrarlo.

Lo stesso avviene se il processo simbiotico si stabilisce con una madre o un ambiente familiare fortemente dissociato e frammentato, ad esempio quando c’è discordanza tra le figure genitoriali, o la famiglia cambia spesso residenza. La dissociazione in tal caso è ricavata dalla difficoltà del bambino di incorporare un ambiente poco integrato, che non permette dunque lo sviluppo corretto delle sue facoltà. Inoltre, i conflitti che esistono  all’interno della famiglia, vengono, per una sorta di tacito patto reciproco, negati nell’ambito della famiglia stessa, presentando all’esterno una faccia molto compatta, sebbene apparente, e quindi in qualche modo anche indifferenziata. Due in uno, insomma. In questo caso il bambino non si trova di fronte ad individui reali con i quali identificarsi. Cresce così con la certezza che sarebbe sleale differenziarsi dalla famiglia e dai suoi membri, rendendo così impossibile una reale interazione a due che qualunque bambino che cresce ha bisogno di stabilire con gli altri membri della famiglia. Anche questo infatti equivarrebbe a un atto di slealtà verso “la famiglia” da parte di chi di nascosto crea un sottogurppo[11]. Il bambino dunque, per evitare l’angoscia del sentimento di perdita dei membri della famiglia, continua a reiterare una percezione delle cose, ora come indifferenziate, ora come frammentarie, a seconda di come conviene la situazione, o a sovrapporre o  a dissociare nella stessa persona i ruoli in modo inadeguato. (Le persone che non hanno stabilito questo rapporto di simbiosi con la madre, o che ne hanno stabilito uno di questi tipi, risultano essere le più gravemente malate[12]) Ricordiamo che il senso di colpa è uno dei più grandi motori della malattia, sia essa a livello schizoide (lo stato sano) che schizofrenico (lo stato psicotico)[13].

 

La comunicazione schizofrenica

 

La mancanza di comunicazione non verbale con la madre nell’infanzia, si riverbera in “errori” di comunicazione anche in età adulta. Ovvero tutto il mondo schizofrenico potrebbe essere inteso come un’ “incapacità di comunicazione” o diffrazione della comunicazione.

La comunicazione degli individui sani è attendibile, sia verbalmente che non verbalmente. Essi infatti posseggono strumenti di comunicazione, cosa nient’affatto scontata. La persona schizofrenica non ne possiede di adeguati, e ciò produce delle distorsioni rispetto alla comunicazione sana, che nel paziente divengono delle vere e proprie strategie di comunicazione all’interno del “pattern insano”.

Una delle strategie (o meccanismi di comunicazione) più frequenti è la condensazione[14]. Ovvero quando si esprime in forma condensata idee e sentimenti che non si sono ancora differenziati a livello inconscio[15], solitamente di contenuti opposti e simultanei. Cito il caso «di un ebefrenico che era solito agitare la mano in segno di saluto in modo ripetitivo diverse volte nel corso della seduta, perlopiù silenziosa. Quando il terapeuta si sentì abbastanza sicuro della propria posizione nei confronti del paziente da chiedergli: “Cos’è questo, Bill: un ciao o un addio?”, il paziente rispose: “Tutte e due le cose, tesoro, due in uno[16]»

Uno schizofrenico non comunica mai in maniera scontata. Ad esempio la comunicazione può risultare indiretta, autocontraddittoria, scissa tra contenuto e tono emotivo (come una paziente che urla con ferocia «che tesoro che è lei[17]»), scissa tra espressione verbale e non verbale (come la paziente che esclama: «Lei sa che desidero più di ogni altra cosa al mondo andarmene lontana da qui, vero?» andando poco dopo a sbarrare con le braccia la soglia dello studio), contraddittoria a livello esclusivamente non verbale (come la paziente parla distaccatamente dei suoi tentativi di suicidio mentre piange e sorride con sadismo al pensiero di quanto dolore ha arrecato ai propri parenti[18]).

Tutti i casi sopra esposti rivelano una compresenza di sentimenti e conoscenze non integrati tra loro, fattori percepiti come contraddittori che formano uno schema illogico, per tollerare e giustificare il quale, il paziente si cala nel sistema illogico e distorto della malattia.

L’inadeguatezza dei meccanismi comunicativi rispetto a un modello consueto e sano non fa altro che affossare la persona all’interno della propria personalità, totalizzando il suo interesse e le sue energie psichiche. Tale meccanismo è relativo sia alla comunicazione intesa come espressione di sé, distorcendo ciò che esce, che come percezione del resto, distorcendo ciò che entra, umano o non umano che sia[19].

Qualora le vie di scambio che mettono in comunicazione le parti dell’Io e l’Io col mondo esterno non vengano sbloccate si giunge alle forme acute della malattia. Come una stanza di cui non si apre mai la porta: l’aria si vizia, e ciò che è dentro marcisce.

 

Terapia

 

La terapia prende le mosse dall’eziologia. Ovvero il processo simbiotico con la madre, che che fa da modello per il crearsi della facoltà integrativo-differenziante, dev’essere ristabilito quando si presenta la malattia. Come il bimbo proietta il suo sentimento di frammentarietà o indistinzione, così ne introietta il modello da fuori a dentro. Il paziente funziona in qualche modo come uno specchio[20] dalla cui qualità riflettente dipende la riuscita della sua terapia.

La tipologia di rapporto che si ha solitamente con la madre deve essere ripristinata su due livelli: uno con il mondo esterno in senso lato, e nel nostro caso, trattandosi di persone in ricovero, col reparto, l’altro con il terapeuta. Nel prossimo capitolo analizzeremo che funzione hanno questi due elementi fondamentali.

Note:

[1]          Cf. Laing 1969.

[2]             Cf. Searles 1974, 291.

[3]                 Cf. Freud 2010, 375-390.

[4]              Molto spesso nei pazienti cui si riferisce qualcosa di molto astratto si riscontra come essi lo pensino in senso letterale e strettamente relativo al momento, e viceversa. Ad esempio il cibo o molte cose della realtà quotidiana appaiono loro con forti valenze simboliche e di valore decisivo sul piano astratto. Cf. Searles 1974, 293.

[5]              Cf. Searles 1974, 292.

[6]              Cf. Searles 1974, 293-298.

[7]              Cf. Searles 1974, 298.

[8]              Cf. ibidem.

[9]              Cf. Searle 1974, 303.

[10]            Cf. Benedeck 1952 e Mahler 1952.

[11]            Cf. Searles 1974, 311.

[12]            Cf. Searles 1974, 308.

[13]        Cf. Laing 1969.

[14]            Sull’utilizzo del meccanismo di condensazione da parte di individui sani si veda anche Matte Blanco 1981, 475-477.

[15]               Cf. Freeman-Cameron-McGhie 1972. Cf. anche Searles 1974, 381.

[16]            Cf. Searles 1974, 380 s.

[17]            Cf. Searles 1974, 390.

[18]            Tutti questi casi relativi alla comunicazione sono esposti in Comunicazione schizofrenica in Searles 1974, 367-413.

[19]        Cf. Searles 2004.

[20]            Cf. i lavori di Sullivan (1961) e Cooley (1909), entrambi tesi a descrivere l’individuo come un «insieme di valutazioni riflesse» o come specchio.

Fausto Paolo Filograna

Fausto Paolo Filograna nasce in provincia di Lecce nel 1992. Si laurea all’Università di Bologna in Lettere antiche nel 2014 e in Filologia classica nel 2017, con tesi sul teatro antico. Studia drammaturgia, regia teatrale e pianoforte in conservatorio. Nel 2016 va in scena come regista e drammaturgo con “Le Baccanti, ovvero Il processo”, riscrittura a due delle Baccanti di Euripide. Nel 2017 esce “Persona”, sua opera poetica d’esordio con Giuliano Ladolfi Editore, già finalista come silloge nel premio Poiè – Le parole sono importanti. Collabora da anni col Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna e come editor per Ladolfi Editore. Suoi contributi sono apparsi su Poetarum Silva, Poesia Ultracontemporanea, Il Pickwick, QuidCulturae. È in via di pubblicazione un suo saggio scientifico sulla schizofrenia.

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