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L’inesauribile esperienza del passaggio: poesia-confine o -infine?

Che la poesia viva attualmente uno stato liminare (di convalescenza? di agonia?) lo comunicano diversi segni – forse soprattutto da un punto di vista antropologico, “epocale” prima che storico. La nostra Età dell’Ansia, per prendere in prestito l’eloquente titolo di un celebre poemetto di Auden[1], alleviata di norma mediante la somministrazione della saporita droga di Narciso, è formalmente apparentabile alla transitorietà apocalittica di un’età ellenistica. Sempre più lontani da noi, credendoci gli attori di un sistema comunicante, affondiamo giorno dopo giorno in un mare di alienazione.

Viene di conseguenza, almeno, da chiedersi

Facciamo, contestualmente, poesia, per tentare di esorcizzare un delirium (un’uscita di sé), di indagare il mondo fuori o di addomesticare, ovvero di rendere meno unheimlich[2], meno perturbante, l’idea che serbiamo di noi stessi?

Con chi stiamo parlando?

In un suo recente studio, Guido Mazzoni ha affrontato la questione del progressivo disintegrarsi del ruolo del poeta, destando curiosità, perplessità[3], pieno accordo. Perché uno spettro di reazioni tanto variegato? Forse perché la questione è incandescente e, oltre che il microcosmo sociale dei poeti e della poesia, riguarda il più esteso cosmo delle interazioni socio-storiche? Il loro inarrestabile plasmarsi e rovesciarsi nel loro contrario?

L’articolo disegna una storia della poesia italiana contemporanea da un punto di vista sociologico e parte da tre date simboliche: il 1971, il 1975 e il 1979.

Il 1971 vede la pubblicazione di alcuni libri di poesia che annunciano in modo diverso l’avvio di una nuova stagione poetica: Satura di Montale, Trasumanar e organizzar di Pasolini, Viaggio d’inverno di Bertolucci, Invettive e licenze di Bellezza; nel 1975 esce l’antologia Il pubblico della poesia di Berardinelli e Cordelli, che dà prova palese della disgregazione del campo letterario; nel 1979 si tiene il Festival di Castelporziano, allegoria pittoresca di una trasformazione culturale in atto… per i dettagli e il loro complesso e argomentativo armonizzarsi si rimanda direttamente al saggio, rintracciabile su «Le parole e le cose»[4] o sulla rivista «Ticontre». Qui non si intende proporne un sunto, piuttosto riallacciarsi ad alcuni dei suoi nervi per avere l’occasione di interrogarsi ancora.

Mazzoni fa nomi la cui menzione è sintomo di coraggio, non solo sfiora ma preme tasti dolenti: la perdita del mandato sociale del poeta, il rapporto tra poesia e verità, la disgregazione del campo letterario, gli imperativi etici ed estetici un tempo garanzia di un’omogenea discussione sulla letteratura, il loro lacerarsi, il loro bruciante ridursi a buchi neri tra voci monadiche, rantoli ingoiati dal silenzio. Si parla di pubblico, di poesia, del pubblico della poesia, del suo clamore, dell’osmosi tra i due poli, da intendere come i termini di una relazione commutativa.

Come in un cortocircuito viene in mente quella famosa scena di Ecce Bombo[5] capace di innescare un sorriso pirandellianamente umoristico – lo spontaneo sincronizzarsi al suo humour è immediatamente seguito da una certa percezione del suo tragico:

“Vogliamo parlare del ruolo del poeta nell’oltretomba?

O del ruolo dell’oltretomba nella poesia?

Oppure, del ruolo della letteratura nella gastronomia?”

Che quella scena della pellicola di Nanni Moretti sia in qualche misura profetica? Che dica, se attualizzata oggi, di un’effettiva deriva verso un’iper-ermeneutica, un’iper-autoreferenzialità, un “iper-iper” che non comporta altro che un’implosione della poesia dentro se stessa, la morte in fieri del ruolo del poeta, a convalidare la tesi di Mazzoni? O, piuttosto, che stia a dire di una deriva formalmente degenerativa che, per la maggiore, sta risultando oggi solo formalmente impressa alla chiglia dell’imbarcazione-Poesia?

Sia per buona fede nell’imprevedibilità del fenomeno-arte sia per una recondita convinzione che, nel caso specifico della poesia, sussista un motore inestinguibile (la verità dell’io, di un io plurale nel mondo), propendo per l’ultima ipotesi. Credo nelle potenzialità delle transizioni e che questa epoca, per la poesia ma non solo, possieda in germe uno pneuma, un soffio vitale latente e per adesso generalmente inespresso, ma sporadicamente alimentato da iniziative autentiche e condotte magistralmente all’insegna della condivisione e della partecipazione. È quest’ultimo il caso di un festival recentemente conclusosi dal nome PIM-fest, festival di Poesia in Movimento (a cui ho avuto privilegio e fortuna di prendere parte), ideato e organizzato da Andrea Sirotti e Serena Botti, accomunati da una potente iniziativa, grande originalità e una forte sensibilità allo scenario della poesia contemporanea. Nell’ultimo appuntamento del festival, tenutosi il 10 giugno scorso in una magnifica cornice immersa nel verde delle colline Rignanesi, hanno avuto luogo due tavole rotonde incentrate rispettivamente sul rapporto tra poesia e ricerca e su quello tra poesia e tradizione. In mezzo al flusso stimolante degli spunti diversi che sono emersi e delle nuove conoscenze in carne e ossa di significative personalità poetiche (tra cui Marco Giovenale, Matteo Marchesini, Valerio Nardoni, Franca Mancinelli, Paolo Maccari, Marco Simonelli), a contrastare la sterilità dell’accumulo di pseudo-amicizie virtuali, per quanto mi riguarda mi è sembrato che pulsasse un cuore chiaramente distinguibile: si è discusso di poesia, lo si è fatto autenticamente e perché lo si voleva fare, cercando di acquisire coscienza del tragitto alle spalle e tuttora imprescindibile (poesia-tradizione), immaginando quello che sarà da percorrere d’ora in avanti (poesia-ricerca) – preoccupandosi con amore della vita (passata, presente, futura) della poesia come di una creatura propria. Questo per me equivale a dire poesia come confine, come finalità, infinito.

[1] Wystan Hugh Auden, The Age of Anxiety, 1948.

[2] Termine freudiano per cui Cfr. S. Freud, Il perturbante, in Saggi sull’arte, la letteratura e il linguaggio, Torino, Bollati Boringhieri, 1991.

[3] Cfr. Italo Testa, L’altra verità della poesia contemporanea, «Le parole e le cose», 20 dicembre 2017.

[4] Guido Mazzoni, Sulla storia sociale della poesia contemporanea in Italia, «Le parole e le cose», 11 dicembre 2017.

[5] Professoressa: Allora, l’esame può avere inizio. Mi pare che il candidato abbia portato una tesina su un poeta…
Studente: Sì, le poesie di Alvaro Rissa.
Presidente di Commissione: Alvaro Rissa?
Altro professore: Ma si tratta di un poeta… contemporaneo?
Presidente di Commissione: Contemporaneo del terzo mondo?
Studente: No, no. Contemporaneo vivente.
[arriva un ragazzo coi capelli lunghi, che si porta una sedia e si siede vicino all’esaminando]
Alvaro Rissa: Alvaro Rissa. Sono io il poeta. A disposizione. Vogliamo parlare del ruolo del poeta nell’oltretomba? O del ruolo dell’oltretomba nella poesia? Oppure, del ruolo della letteratura nella gastronomia?

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