L’IMPORTANZA DI ESSERE BELLI. SCONSIDERAZIONI SULLA NAZIONALE

Ho realizzato che seguire le partite della Nazionale, con tutto ciò che ne consegue, ossia impiegare due ore della propria vita, spendere energie emozionali in aspettative, ecc., più che uno spreco di tempo costituisce sempre più una pratica insensata, soprattutto da quando il mio conterraneo Antonio Conte ha deciso di andare ad allenare nel miglior campionato al mondo; poi venne il tempo terribile di Ventura, e le morte stagioni, ma è un altro discorso. La nuova Nazionale di Mancini non riuscirà mai a far qualcosa di degno, non dico della storia dell’Italia, ma del gioco del calcio. O quasi, come cercherò di dimostrare.

Non sono d’accordo con chi associa il calcio all’epica, con chi ne fa una questione di sangue e appartenenze etniche, di onori e rispetti. Il calcio è essenzialmente uno spettacolo che si compone di gesti, e il gesto dà godimento allo spettatore in quanto atto estetico gratuito. Acclamare un calciatore per un brutto gol è venire a compromessi con la storia, dimenticare il proprio diritto all’estasi per la questione materialistica del punteggio. Se poi viene a mancare anche l’esito favorevole del punteggio, che senso ha tutto ciò? Intendo dire: che senso ha bloccare un campionato nel suo svolgersi, quindi chiudere il Ronaldo Stadium, per offrire in cambio la sagra del dilettantismo?

Per questo io propongo innanzitutto il congelamento della Nazionale. È chiaro che per qualche anno sarà meglio evitare di partecipare a queste competizioni. Abbiamo già dato tanto con quella squadra che solo a considerare gli attaccanti varrebbe oggi dodici fantastiliardi di trilioni di anni luce. Di poeti ne nascono solo tre o quattro per secolo, diceva Moravia; considerando cotanta nostra abbondanza novecentesca, è inutile dannarci per il fatto d’esser rimasti senza poeti né fuoriclasse, né ci faremo sorprendere dalle narrazioni che vogliono addolcire una tale perdita, che è inconsolabile. Si ricercano degli eroi che non esistono (ecco la fine dell’epica), decantati da quei piffe-Rai dei telecronisti, galvanizzati dall’ingresso di un Belotti o dalla nota “positiva” della serata – hanno proprio detto così -, ossia i voli tragicissimi, fantozziani, del nostro portiere. Mancano anche i narratori, non soltanto i poeti, se ci hanno fatto credere che il moro Balotelli potesse risollevare le sorti della Patria; troppo vittimista, questo figlio della generazione ansia-disagio, per essere il criminale di cui abbiamo bisogno – difatti basta un’inquadratura di un millesimo di secondo su Maradona per farlo sparire -, incapace a esultare perché, dice, si tratta solo del suo lavoro. Pazzesco. Un insulto a chi ha ricevuto lezioni di godimento da parte di Inzaghi ogni volta che l’ha messo dentro. (Commenti tecnici al bar: forse non gli bastano i trentacinque euro versatigli ogni giorno dallo Stato italiano. Leva obbligatoria subito).

Bisognerebbe accettare che quando la tragedia sfocia nell’irreparabile non resta che aggrapparsi alla vanità. Per questo dico che non bisogna attribuire colpe a Mancini se gli altri, questa generazione di calciatori tutta Instagram e X-Box, non possono comprenderlo. «Non riusciamo a fare gol», annuncia a fine partita, racchiundendo la tragedia dell’esistere, dell’esistenza che non trova mai compimento. Chissà se queste teste ingellate impareranno che la cosa più importante, nella disfatta colossale, è ricordarsi di essere belli. Riguardino il film della partita e puntino gli occhi sul loro allenatore a bordo campo, preoccupato solo dei suoi argentei capelli, nella reiterazione del gesto sgarbiano che distende la ciocca anarchica sul capo; è quello il momento che riavvolge la storia di un popolo fino agli antichi splendori, una storia di gesti vani e per questo eroici, cioè inconcludenti e sconsiderati, come dovrebbe essere tutta l’arte, quindi anche il calcio.

Alessio Paiano

Alessio Paiano è nato a Pavia nel 1992 ma ha vissuto sempre in provincia di Lecce, dove si è laureato in Lettere Moderne svolgendo attività di ricerca principalmente su Carmelo Bene. È stato redattore del Centro di Ricerca PENS (Poesia contemporeanea e nuove scritture) presso l’Università del Salento. Scrive articoli di genere indefinito per Midnight Magazine. Fa parte del direttivo del Centro Studi Carmelo Bene. Dirige per «Satisfiction» la rubrica «Il Grammofono», concepita come laboratorio di critica letteraria su poesia e prosa contemporanea, edita e inedita (quest’ultima, preferibilmente). È in via di pubblicazione la sua prima opera in versi, «L’Estate di Gaia», già candidata al Premio Nobel per la Letteratura 2020.

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