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Tra letteratura e vita: I mille volti di Woyzeck

La subalternità della donna come pretesto a farne capro espiatorio di una psicosi maschile collettiva, carne sacrificata che sola sa placare l’incomunicabilità tra i due sessi, è tanto un tragico leitmotiv della nostra epoca quanto un tema variamente trattato dalla letteratura di sempre. Negli exempla più fortunati ma anche più sporadici e purtroppo limitati all’universo finzionale dell’arte, la donna riesce a sottrarsi alla trappola persecutoria tesa dall’uomo ora mutando forma come fece Dafne, ora elaborando stratagemmi liberatori degni di una Clitemnestra e del suo stesso nome, etimologicamente, “tessitrice d’inganni” – penso a Barbablù di Charles Perrault e, molti secoli prima, alla poetica vicenda della bella Shahrazad di Le mille e una notte, opere che contemplano la chiusura ad anello della burrascosa dialettica tra bene e male: la giustizia alla fine si compie, anche alla donna è concessa una via di fuga, il diritto ad una controparte vendicativa. Ma nella stragrande maggioranza dei casi letterari di femminicidio, l’esito è fatale e quasi sempre la fame dell’assassino sgorga da una variabile fissa: la gelosia. L’uomo-padrone in questione crede di essere innamorato della donna, mentre lo è dell’idea di amare o di essere amato. Guarda alla donna come a un’espansione narcisistica del proprio io e, quando questa dà segni di eccessiva emancipazione rispetto al piano di vita che per lei ha già predisposto l’uomo nei minimi dettagli, saltano i primi bulloni. Lo scrive Freud ne L’introduzione al narcisismo – la donna, più che costola d’Adamo, diviene piedistallo: deve star ferma e zitta, un piedistallo non può mica vibrare, altrimenti la statua crolla.

In uno dei capolavori di Werner Herzog, “Woyzeck”, si assiste ad una fenomenologia del femminicidio nei suoi connotati più classici. La pellicola, del 1979, è tratta dall’omonimo dramma teatrale di Georg Büchner, a sua volta ispirato ad un episodio di cronaca nera: Franz Woyzeck (interpretato da un magistrale Klaus Kinski), uomo qualunque di un’anonima fosca cittadina tedesca, dalla salute mentale già instabile e per di più vittima di alcuni esperimenti cui lo sottopone un medico del posto, si perde presto in un labirinto allucinatorio. Non più in grado di distinguere il piano reale da un’irresistibile mania di persecuzione, quando un giorno sorprende la moglie dedita ad un ballo avvinto al corpo di un piacente soldato di passaggio, diventa cieco d’un colpo. La gelosia alimenta il fuoco della vendetta, la vendetta pregustata inasprisce la gelosia, fino all’esecuzione del piano: con una scusa Woyzeck conduce la moglie in un campo deserto presso un fiume e la pugnala. Poi torna in città, tenta di dimenticare, si ubriaca, parla da solo, è fuori di sé, finché non nota di avere le mani sporche di sangue. Allora in piena notte torna presso il fiume, ma prima di scivolarci dentro e di annegare, prima che subentri la polizia a fare i sopralluoghi, prima della fine del film, Woyzeck si sfrega i palmi delle mani nell’acqua. Vuole lavarsi via il peccato, ripulirsi la coscienza compromessa. Il rimando al quinto atto del Macbeth shakespeariano è immediato.

Facendo qualche passo indietro, la trama di “Woyzeck” non pare affatto dissimile da quella di uno dei romanzi più brevi di Tolstoj: “La sonata a Kreutzer”. Dell’opera tolstojana, acuta enucleazione delle tappe propedeutiche al femminicidio ma soprattutto riflessione sul matrimonio, tema che allora inquietava l’autore russo anche come momento della sua vita privata, colpisce l’assertività di Pozdnyšev. Il protagonista, mentre viaggia in treno, sollecitato dai discorsi di alcuni passeggeri della sua carrozza sulle prerogative della donna nella società attuale, confessa ad un tratto di aver ucciso sua moglie, destando lo stupore e l’imbarazzo degli astanti. Successivamente racconta l’intera storia alla voce narrante, un ragazzo che siede al suo fianco di cui non è specificato il nome. Il racconto di Pozdnyšev è sorretto da una serie di convinzioni irremovibili tipiche del femminicida; tra queste, quella che il male del mondo derivi dal dominio delle donne:

 

“- Sì, sapete, – egli cominciò, riponendo il tè e lo zucchero nella sacca, – è per la dominazione delle donne che il mondo soffre; tutto deriva da quello.

– Come la dominazione delle donne? – dissi io.

– I diritti, la prevalenza dei diritti, l’hanno gli uomini.

– Sì, sì, è questo, è proprio questo,- egli fece, interrompendomi. – è proprio questo che voglio dirvi, è questo appunto che spiega lo straordinario fenomeno per cui da un lato è verissimo che la donna è ridotta al grado di umiliazione più basso, mentre dall’altro lato domina. Proprio come gli ebrei. Come essi con la loro potenza pecunaria si vendicano della propria oppressione, così fanno anche le donne.”

 

Anche Pozdnyšev pugnala sua moglie accecato dalla gelosia – la trama di sospetti che lo assillano dopo che nella loro casa si è introdotto il violinista Truchačevskij, col quale lei suonerà la celebre sonata di Beethoven davanti ad una platea di invitati, finisce per dipingere nella sua mente una presunta vita parallela della donna, quella di femme fatale alle sue spalle fedifraga, troppo libera, perversa, crudele:

 

“Tutto quello a cui pensavo aveva un legame con lui. Soffrivo orribilmente. La sofferenza principale consisteva nell’ignoranza, nei dubbi, nello sdoppiamento, nell’incertezza se era proprio lei che bisognava amare o odiare.”

 

Il sospetto-macigno è troppo grave da sopportare. La soluzione non ammette alternative – per sradicarlo bisogna che la donna sia fatta fuori:

 

“Ricordo come mi venne il desiderio di agire, e ogni considerazione, tranne quelle che erano necessarie per l’azione, mi uscì dal capo: ero entrato nello stato d’animo della belva e dell’uomo che è sotto l’influsso dell’eccitazione fisica, sotto l’influsso del pericolo, quando l’uomo agisce con esattezza, senza fretta, ma anche senza perdere un minuto, e sempre unicamente a quel determinato fine.”

 

Il problema è che la “donna selvatica”, ossia libera dal guinzaglio a cui l’homo dominus vorrebbe tenerla sempre legata come propaggine della propria identità dittatoriale, non pare una categoria tollerabile. È il confine tra l’immagine rincuorante del cane fedele e quella demonizzata, quasi da un tribunale d’Inquisizione interno all’uomo, della cagna, della strega con poteri magici inafferrabili.

Quando la donna si rivela troppo capace di muoversi sulle proprie gambe, deve essere ridimensionata e, se possibile, brutalmente punita per quell’inaccettabile atto di hubris – come accade in un altro bel film degli anni ’90 di Ferreri, “La carne”, dove il femminicida Paolo finisce per divorare il corpo della vittima Francesca e per conservarne i pezzi restanti nel frigorifero.

Non esiste efferatezza più nera del sentirsi in potere di disporre della vita dell’altro, specialmente quando è un altro impotente, palesemente più debole del suo carnefice. Né tranquillizzano i casi di cronaca in cui il femminicida, alla fine, si toglie lui stesso la vita – la giustizia si misura su una bilancia che pende comunque vertiginosamente da un lato: i giorni di quella donna, di quella giovane con tutto il futuro davanti, non saranno resuscitati.

 

I giorni di Silvia Tabacchi non torneranno. Silvia è stata uccisa con due colpi in testa dall’ex Francesco Marigliani, dopo la fine di una relazione decennale – no, non consola il fatto che poi si sia ucciso anche lui.  Apprendo della morte della ragazza mentre festeggio la mia laurea magistrale. Era compagna di master della mia migliore amica, che riceve una chiamata telefonica durante i miei festeggiamenti. Tra le risate rumorose e i balli, tra i complimenti per un traguardo che oggi finalmente spetta di diritto a molte donne meritevoli e in gamba, giunge notizia dell’omicidio di una donna altrettanto giovane, altrettanto meritevole, altrettanto in gamba. Per sempre estirpata, senza ragione fatta microbi e sangue.

 

Che chi si ama lo faccia lucidamente, con la dedizione che merita una creatura amata. Che la storia di Silvia resti traccia vivida nelle coscienze insieme ai nomi di tutte le donne incisi nel suo, marchiati per sempre sulla pietra della sua lapide.

 

 

 

 

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