Le storie dimenticabili di Instagram

Da alcuni mesi, Instagram si è evoluto in una nuova funzione: La tua storia. Oltre alle funzioni classiche, nella home, in alto, appaiono dei cerchietti colorati che stanno a indicare chi fra le persone che segui ha pubblicato un nuovo tassello della sua storia. Ma cosa significa?

Premendo il dito (ormai diventato un puntatore off-line di carne) sull’icona circolare, possiamo visualizzare foto, brevissimi video, o delle animazioni fatte con dei fotogrammi (boomerang) che si autoeliminano dopo 24h dalla loro pubblicazione.

Questo porta a una contraddizione profonda da una parte e una rivelazione inquietante dall’altra. La contraddizione sta nella matrice stessa della logica dei social (e in questo caso particolare di Instagram). Immortaliamo momenti della nostra vita, li abbelliamo (filtri su filtri), li colleghiamo al mondo (hashtag su hashtag) e aspettiamo che vengano apprezzati (cuoricini su cuoricini). Ma ciò che c’è di fondamentale è che per “immortalare” appunto intendiamo “rendere immortali”, “perpetuare nella memoria degli uomini”, non intendiamo “oblio programmato”.

Chi di noi durante qualche notte insonne, o durante un buco della giornata (Sartre scrisse: le 15:00 è l’ora più stramba del pomeriggio perché è troppo tardi o troppo presto per qualsiasi cosa) non ha guardato il proprio profilo Instagram e scorrendo le foto non ha avuto la soddisfazione di poter ricordare tutto della propria vita (o almeno della propria vita da quando si è iscritto sul social)?

Che significato ha ricordare quando ci pensa Instagram a farlo per noi? A parte tutto l’isterismo e le patologie nate attorno ai like, alle visualizzazioni e al bisogno inconscio di omologazione e accettazione sociale, Instagram è la nostra memoria.

Ma che fine fa la nostra memoria-social con questa nuova funzione che sta spopolando? La tua storia dura solo 24h, nessun cuoricino-like, nessun commento. Quello che rimane sono solo le ore in cui il nostro ricordo “immortalato” rimarrà sulla rete e le visualizzazioni raccolte.

Perché in un social fatto di immagini e video che tende al ricordo, si inserisce una funzione che tende alla dimenticanza? Questa è la contraddizione insita, affidare a La tua storia momenti della nostra vita che si autodistruggeranno: Instagram ricorda ma ha deciso anche di dimenticare.

Se da una parte c’è questa contraddizione interna però, dall’altra una rivelazione sulla nostra natura. In questo modo, Instagram si umanizza, perché si avvale del potere di dimenticare, simula il nostro andamento mentale, il nostro modo di vivere.

Della nostra storia off-line (quindi affidata esclusivamente alle nostre labili menti) solo pochi momenti vengono ricordati (e la funzione dei social, con la loro immediatezza, database illimitato e facilità d’uso, dovrebbe essere soprattutto questa, aiutarci a conservarne il più possibile). Invece adesso, produciamo dei ricordi che non sono più tali perché sono destinati al breve termine, e anzi, con una sorta di grottesco masochismo, siamo proprio noi a volerlo.

Ci accorgiamo di certe cose solo se esse vengono catalizzate, elevate alla potenza dei social, Instagram ci rivela questo: tu dimentichi, questo frammento che hai appena condiviso, sparirà. Pavese scrisse: A che serve passare dei giorni se non si ricordano?. Le nostre storie su Instagram non restano (inquietante e crudelmente ironico quindi chiamare la funzione proprio La tua storia) anche se noi ci convinciamo di affaticarci così tanto per il contrario.

Ma a quanto pare, contro la logica dei social perdiamo in ogni caso: per noi vale comunque la pena di fermare momentaneamente in uno scatto, in un video la nostra storia; perché anche se non trasformassimo la vita in un’informazione binaria da condividere, è vero, verrebbe comunque dimenticata.

Ma forse è meglio lasciare l’ingrata violenza dell’oblio a Instagram che di certo non ne soffre, e assistere al fenomeno dall’esterno, come se non ci appartenesse, come se non fossimo noi, in fondo, gli artefici.

Classe '88 Sindrome di Peter Pan. Ansiogena e spensierata. Cinema e letteratura. "Non è cane, non è lupo, sa soltanto quello che non è."

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