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Le primarie di Renzi e il modello dirigista

Giubbotto di pelle mode on e si va a votare. Matteo Renzi pone fine alla crisi interna apertasi col referendum dopo soli cinque mesi, una pausa che vale poco, stravincendo le primarie del PD: il 70% contro il 20 di Orlando e il 10 scarso di Emiliano. Pur lontani dal gridare al governo fantoccio, grazie anche allo “scudo” Gentiloni non possiamo non constatare che, se esiste, un piano d’attacco renziano sta dando per ora i suoi frutti. Tuttavia credo si possa leggere in questo risultato ben più della filigrana non poi tanto così sottile del disfacimento della sinistra democratica.

«Inizia una storia totalmente nuova, è un foglio bianco quello che sta davanti a noi, non è il secondo tempo della solita partita» dice l’ex premier dal palchetto del Nazareno, ma a sentirlo non sembra proprio che le cose stiano così. Renzi sa di presentarsi come unica opzione di largo consenso all’interno del panorama partitico di centro sinistra, sa di essere una scelta al voto dirimente per il cosiddetto “voto utile”, ma non rinuncia da politico abile al tentativo di aggancio a quella parte di popolazione (ricordiamolo, la metà) che ha votato no, cavalcando pancia e malcontento. Verte sulla presunta mancata comunicazione con la popolazione infatti il centro del discorso renziano: non siamo stati capaci di convincere né di coinvolgere, dobbiamo farlo borgo per borgo (e via con l’idea del paese rurale, dove la necessità è istradare la consapevolezza politica ponendo un’alternativa unica). Come a dire “siamo bravi, ma molti non lo hanno capito”.

L’intenzione che apre il campo alle azioni del vincitore delle primarie appare quindi fondata sulla volontà di una maggiore aderenza da parte del leader alle persone, unica componente, secondo il discorso di Renzi, con la quale si potrà portare avanti una grande coalizione. È evidente che le parole del segretario del PD siano in forte contrasto quindi con la proposta di Pisapia e, più in generale, escludono come possibile (almeno a dichiarazioni) un’apertura in prospettive di associazione.

Alla luce di questo, c’è qualcosa che non riesce a convincere, però, nel discorso di Renzi: una novità e un vento di freschezza che rimangono solo presunti. Renzi non si propone, sebbene vorrebbe, come una forza destabilizzatrice, ma come un qualcosa di già noto, volente o nolente, di già visto. Ed è proprio in base a questo che il 70% dei votanti lo ha preferito agli altri due candidati, francamente mancanti di una forte leadership, non solo perché in lui si è composta l’immagine del leader vincitore, ma proprio perché egli è qualcosa di conosciuto. Il risultato, piuttosto scontato, delle primarie democratiche proprio per questo non è da sottovalutare nel messaggio che dà: Renzi, pur non accorgendosene, non trova più la sua forza nell’essere nuovo, ma nell’essere di nuovo. Qualcosa da preferire perché già conosciuto, perché “forte e sicuro” dicono i alcuni elettori (e bisognerebbe interrogarsi sul perché proprio queste categorie di giudizio vengono tirate in ballo), qualcosa che può imparare dai suoi errori, potrebbero dire altri.

Pare, però, che dalle parole dell’ex premier questo concetto non emerga, ma si comunichi un tutt’altro modello di “capo”. Ricordiamo che Renzi si trova ora alla testa di un PD da cui le minoranze si sono “autoespunte” e ricordiamo anche che, nonostante nel partito il conflitto tra correnti sia sfociato il più delle volte in contrasti insoluti, esso, nell’economia teorica – e un po’ utopica – della politica, nobilita chi ne fa tesoro e chi persegue una linea comune esito di una sintesi. È per questo che Grillo ha tutt’oggi difficoltà ad affermare la propria formazione come dominante ad ogni livello: l’atteggiamento autoritario interno al partito non è condiviso dalla totalità del suo stesso elettorato. La figura del leader “accentratore” e dirigista attorno al quale si snoda l’apparato capillare del partito ottiene sempre tanti favori quanti rigetti e verrebbe da pensare che una parte dei votanti NO al referendum del quattro dicembre abbia voluto rimproverare all’ex premier proprio questo cambio di atteggiamento ossia la volontà di schierarsi sullo stesso piano dei suoi avversari – ancora i grillini – facendo propria scaltramente l’altra faccia della polemica antieuropea nel tentativo – chiaramente in affanno – di recuperare consensi, quando gridava contro Bruxelles, sbattendo i pugni per il riconoscimento dell’impegno italiano nella questione migranti al fine di bilanciare gli sgarri sul piano economico.

L’esperienza milanese di Pisapia, in questi termini, pare invece ben più lungimirante e concretamente efficiente, dal momento che ha dei risultati alla mano da poter dimostrare (ricordiamo che sono proprio le amministrazioni locali i banchi di prova su cui si misura la capacità di un buon politico) e il suo atteggiamento farebbe ben sperare nel superamento di quelle divisioni cancro della sinistra. Ciò che emerge dal discorso renziano di domenica sera è perciò un’istanza non conforme alle sue parole; non pare affatto che si stia presentando una pagina bianca della politica, né che egli abbia compreso in quali modi si sia evoluto il suo ruolo di leader. Il politico che abbiamo davanti dice di voler essere unito ai cittadini, non si fida delle altre forze politiche, non è disposto a coalizzarsi se non con il popolo che, ovviamente, coincide il suo popolo. Questo aspetto pone il segretario del PD sullo stesso piano dei suoi più grandi rivali (oggi Grillo e Salvini), a capo di uno spazio vuoto, senza critica interna e quindi privo del ricambio di idee necessario a dimostrare davvero una novità. Novità che peraltro potrebbe essere perseguita per una volta con ammissioni di colpa (d’altronde caduto, ci è caduto) e intraprendendo, magari con apporti esterni, una via politica veramente chiara originale, anche a costo di mostrarci un altro e nuovo lato del leader Renzi, cosa che ad oggi non è stata fatta (restano in sospeso, dalle parole del segretario, i temi più caldi quali legge elettorale, la data del voto etc). In ciò però risiederebbe il rischio di un nuovo fallimento e a quanto pare l’ex premier non è disposto a correrlo; meglio andare in bocca alla balena, misurandosi con gli avversari sui loro campi, allargando bene le braccia e prendendo ciascuno per sé quanto più possibile, in un enorme panegirico narcisista dove gli avversari tendono ad assomigliarsi sempre di più accusandosi di divergenze a tratti solo reali. Lungi da ogni qualunquismo vorremmo chiudere sostenendo che questa sarebbe per Renzi l’occasione di mostrare efficacemente (anche e soprattutto prima delle elezioni) una via nuova al centro sinistra, che catturi l’attenzione e si ponga come vera (e non rassegnata) alternativa anche nelle sue modalità di relazione con le altre forze politiche. Che Renzi smetta di essere il leader dell’oltranzismo arrogante e cominci ad essere un catalizzatore per mostrare che è possibile conciliare e non solo rompere è solo auspicabile. Anche da lui stesso.

Alessandro Mantovani

Alessandro Mantovani (Genova, 1991) si laurea con Alberto Bertoni all'Università di Bologna, su studi di permanenza del classico nella poesia contemporanea. Inizia l'attività critica a Genova attraverso l'esperienza di cultura militante Fischi di Carta terminata nel 2017. A Bologna, oltre ad un periodo nella redazione cittadina de La Repubblica, collabora all'organizzazione delle attività promosse dal Centro di Poesia Contemporanea dell'Università. Ha scritto per svariate testate online ed è parte della redazione della rivista La Balena Bianca. Inoltre, è stato caporedattore della testata divulgativa Midnight Magazine. Come poeta ha pubblicato nel 2015 per L'arcolaio la sua opera prima, Poesie dopo la festa. Altri suoi inediti sono usciti su riviste come Atelier, QuidCulturae, Mosaik, Poetarum Silva, Interno Poesia. Vive a Bologna dove insegna Lettere in un Liceo Scientifico.

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