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Le frontiere selvagge del divertimento: "Game2: Winter"

Il rapporto vieppiù paradossale che mio fratello intrattiene ormai da anni con le varie forme del divertimento russo lo ha portato a informarmi della prossima realizzazione di un nuovo reality, Game 2: Winter.

In pratica c’è questo magnate, Yevgeny Pyatkovsky, che ha deciso di investire un miliardo di rubli (più di 16 milioni di dollari) per nascondere 2000 telecamere in un’area di 3 chilometri nella più remota taiga siberiana, abbandonarci 30 volontari e costruire uno show che dura nove mesi, durante i quali i concorrenti dovranno sopravvivere per aggiudicarsi (ed eventualmente dividersi) il premio finale di un milione e mezzo di dollari. I ‘giocatori’ devono essere maggiorenni e sani di mente e possono partecipare sborsando 165000 dollari o mediante voto online: per il resto, stando ai roboanti comunicati, non dovrebbero esserci altre regole e “Tutto è consentito. Combattimenti, alcool, omicidio, stupro, fumare, tutto”. Tant’è che si deve firmare un documento di consenso nel quale si ritiene la produzione non responsabile per l’eventuale mutilazione o la morte dei concorrenti.

“Immaginate una foresta: – ci dice Pyatkovsky – i partecipanti arrivano il primo luglio dopo un breve periodo di allenamento. Avranno tre-quattro mesi prima dell’arrivo del freddo invernale per costruirsi un rifugio.” Vivranno in mezzo a lupi, orsi, serpenti, e dovranno raccogliere scorte per sopravvivere ai mesi più duri (le temperature in Siberia possono scendere oltre i -40°C), anche cacciando e pescando da buchi nel ghiaccio.

Se ci si fa male o si vuole abbandonare, si preme un bottone collegato al satellite e arrivano i soccorsi (ci vuole una mezz’ora di elicottero, comunque molto meno di quanto dalle mie parti ci impieghi un’ambulanza).

La produzione, mediante le liberatorie, si è messa al riparo sia dai pericoli della foresta sia dalla minaccia che l’uomo stesso può costituire per il suo simile, incrociando però le dita: da un lato, è obbligata ad avvertire concorrenti e futuri spettatori che “Siamo in territorio russo e obbediamo alle leggi della Federazione Russa”, aggiungendo che, in caso di atti criminali, la polizia raggiungerà il luogo e porterà via il malfattore. Dall’altro, stando ai critici, sembra quasi suggerire ai giocatori che la sopravvivenza è la sopravvivenza e per non essere sopraffatto dalla natura o dal prossimo devi fare cose che normalmente non faresti. E, quindi, tanto vale dare a tutti un coltello da caccia in dotazione e sperare che lo usino nel modo più televisivo possibile.

In genere, il modo in cui si reagisce di fronte all’uso ormai consolidato di spettacolizzare il pericolo e sfidare la morte (e le convenzioni sociali e il politicamente corretto) per fare audience è duplice: 1) l’indignazione, il rifiuto, il “dove andremo a finire”; 2) lo sguardo incuriosito, attento, finanche morboso. Inutile dire che il mio atteggiamento tende verso questa seconda categoria: appartengo alla fetta di popolazione che ammette senza troppi problemi di aspettare il prossimo, mite inverno mediterraneo per prepararsi una cioccolata calda, accendere il pc, i riscaldamenti e la stufetta alogena, accarezzare il cane accucciato ai suoi piedi e collegarsi a Game 2: Winter. Immagino già un siberiano pieno di tatuaggi di affiliazione criminale mentre minaccia un povero vecchio. Il poveretto trema di freddo e paura e l’altro gli punta il coltello da caccia alla gola, perché il vecchio non vuole cedergli la propria razione di coniglio siberiano duro come il legno e cucinato male. Io bevo la cioccolata calda e mi godo lo spettacolo. Ogni tanto accarezzo Kojak, il mio cagnone.

Mentre mi documentavo su questa nuova frontiera del reality mi è tornato in mente un romanzo di M. Covacich del 2005, Fiona: qui un programma simil-Grande fratello, “Habitat”, si trasforma giorno dopo giorno in un inferno di violenza e prevaricazione e nella casa in cui sono rinchiusi i dieci concorrenti verranno compiuti gli abusi psicologici e fisici più terribili. Il programma riceve molti più elogi che critiche e un successo di pubblico unanime. Nonostante tutto, nessuno tra i concorrenti abbandona volontariamente il gioco ma in compenso ognuno di loro rinuncia alla propria umanità e si trasforma nel sé che, al di fuori dello spazio ovattato della casa, si tenta di reprimere. Il prossimo inverno potremmo assistere a una versione ancora più brutale di isolamento, in cui anche le parvenze ‘civili’ della gabbia sono annullate, in favore di una giungla che sembra favorire l’emergere del lato più brutale dell’uomo e incoraggiarlo.

E noi guarderemo eccome, perché questo siamo, tutti noi e non solo gli scrittori, come diceva D. F. Wallace: “una razza di guardoni”. Siamo guardoni, ci piace considerare il nostro vantaggio mentre gli altri sono in difficoltà, ci piace scrutare e parteggiare, alla condizione di poterlo fare stando comodi, al caldo e con la pancia piena. Chi rifiuta lo spettacolo o mente o si mette in posa.

Dunque, grazie al prezioso suggerimento del mio fratellino, posso guardare al futuro sperando che la fantasia russa non si sia fermata a Dnepropetrovsk e che riceverò nuovi spunti per la costante riflessione sull’abbrutimento della razza umana, per me appassionante materia di studio da quando ho memoria. Sentendomi in dovere di ringraziarlo, ho contraccambiato segnalandogli la suggestiva vicenda di Jon Sudano, giovane in carne dedito alla creazione di video nei quali, sulle basi midi più svariate, intona sempre la stessa canzone degli Smash Mouth, All Star.

The world is gonna roll us e chi si ferma è perduto. Soprattutto se siete in Siberia e il vostro compagno ha un coltello.

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