Le donne di Żuławski

Zulawki è un nome ricorrente nelle conversazioni con gli amici, ma fino a qualche anno fa non avevo ancora avuto l’occasione di vedere un suo film: quand’ecco che, quasi per caso, ne vidi uno. Da quel momento iniziai ad avere la bramosia di vederli tutti. Scoprii ben presto molte cose su di lui: regista, sceneggiatore cinematografico e scrittore polacco, nato a Lwów (Ucraina) il 22 novembre 1940. Il suo esordio nel cinema, visionario e violento, gli procurò censure che lo portarono a stabilirsi in Francia. Fu ospite e vincitore di numerosi festival (Presidente delle giurie dei filmfestival di Locarno nel 1981 e di Mosca nel 2006; vincitore dei premi per la miglior regia a Cannes nel 1981 e a Locarno nel 2015). Divise la critica senza passare mai inosservato. Morì il 17 febbraio 2016 a Warsaw in Polonia.

Dacché vidi il primo film di Zulawski mi dissi che un giorno avrei voluto essere vista da qualcuno con il suo sguardo. Infantile nei tratti, se vogliamo innocente, ma con dentro una carica, una forza da smuovere le coscienze, cambiare i destini. In ogni film troviamo una donna diversa ma è pur sempre la stessa donna, attrice, bella e all’apparenza ingenua.

Ognuna di loro si somiglia:

Sophie Marceau che in “L’amour braque” con la sua faccetta da quindicenne sperduta interpreta Marie costretta a prostituirsi dal suo amante Mark ma che riesce a scappare con l’uomo che veramente ama Leon, una passione folle scoppiata dopo alcuni sguardi. Una grande forza, che dimostra con disperazione nella sua rappresentazione de “il Gabbiano”. Disperazione e fatalismo. Marie compie gesti di affermazione contraddetti da una rassegnazione e leggerezza che la porterà a essere rapita e poi a morire.
Isabelle Adjani, Ann in “Possession”, madre di famiglia con un conflitto che la contraddistingue dalle prime scene del film, soffre ma il suo “destino” la porta lontano da quella realtà, fugge, soffre, sputa sangue. Ciò che la spinge lontano da questa sua vita è aver partorito un mostro per cui ha un amore incestuoso. La dualità, la divisione tra fragilità e forza, tra bene e male qui è portata agli estremi tanto che Ann ha un doppio: Elen, incarnante il suo specchio distorto.
Romy Schneider, magnifica in “L’important c’est d’aimer”, forte ma con continue cadute: per la carriera d’attrice, per suo marito, si costringe ad interpretare parti umilianti, a prostituirsi, fisicamente ed intellettualmente. Travolta da un destino che disdegna ma che poi la conduce a provare l’unica cosa che non si sarebbe mai aspettata.
Victória Guerra, sua ultima attrice per il film “Cosmos”, interpreta una ragazza “smarrita”, travolta dall’ambizione di essere una grande attrice e perduta in piccole crisi personali. Stravagante, ambiziosa. Una bambina che gioca con i sentimenti, la carta, il sesso e la morte.

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Guardando questi film è possibile davvero farsi un’idea di cosa significasse la femminilità per Zulawski. Di quanto le donne e le attrici (quasi tutte interpretano le parti di attrici che non riescono ad emergere) siano continuamente sospese in questa dualità di forza e fragilità. Donarsi al fato senza opporsi ma a volte con sgomento. Giochi di sguardi, sorrisi sforzati, urla, lacrime che nascondono ad alta voce mondi diversi. Finzione? Il mondo del cinema e del teatro. La sensualità e la dolcezza. La maturità e l’infantilismo. In questi film, in queste donne, i confini si fanno sempre più labili, quasi scompaiono e i due mondi si fondono.
Le lacrime di Romy sono la cosa più forte: in un momento di sottomissione, di costrizione tra le lacrime chiede “basta”. Una ribellione silenziosa che si fa di occhi e di sussurri. Una ribellione che scuote lo spettatore senza scampo.

Qualche fotogramma e un grande pugno nello stomaco.



Filmografia parziale:

L’important c’est d’aimer – 12 Febbraio 1975 (Francia)
Possession – 27 Maggio 1981 (Francia)
Amour braque – Amore balordo – 27 Febbraio 1985 (Francia)
Sul globo d’argento – 10 Febbraio 1989 (Polonia)
Le mie notti sono più belle dei vostri giorni – 19 Aprile 1989 (Francia)
Cosmos – 3 Dicembre 2015 (Portogallo)

 

Valeria Botto

Valeria Botto: attrice da tredici anni, cinefila da sempre.

Nasce nel 1992 da una famiglia openminded e la sua breve parentesi di trasgressione perbenista fu determinante perché abbracciasse la filosofia familiare.

Vedendola interpretare la scena di “Sedatavo” (Frankenstein Junior – Mel Brooks, 1974) davanti ad un pubblico di bambini basiti, la madre la ritenne pronta per qualcosa di più forte: le fece vedere, tra gli altri, film di Werner Herzog e di Carl Theodor Dreyer prima del sesto compleanno.

A dodici anni V. aveva terminato di vedere la filmografia di Stanley Kubrick.

È ricordata per il dono dell’ubiquità manifestatosi nelle 9 sale cinematografiche del festival del film di Locarno, festival al quale ha anche partecipato in veste di giurata giovanile nelle edizioni 66° e 67°.

Attualmente si sta laureando in Logopedia, è programmatrice per il cinema cittadino di Millesimo (SV) e insegna teatro ai bambini.

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