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La vittoria del No / 2 LE CONFESSIONI D’UN ITALIANO

Partito Comunista dei lavoratori. E ben due volte.
Queste, a scanso di equivoci, le ultime due preferenze del sottoscritto alle elezioni, espresse, come è facile capire, non per una concreta militanza nel partito (ne conta, in tutto il Paese, 600) e neppure per una concreta simpatia nel progetto (quale progetto?) della compagine di Ferrando.
Lo scrivo perché questo articolo, molto semplicemente, non è un articolo. Lo dico perché sono un giornalista, e questo, come molte altre cose, porta con sé delle responsabilità.

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Lo scrivo, in ultimo, per fare comprendere meglio, all’ “amico” lettore, al “nemico” lettore (per citare, d’un colpo letteratura manzoniana e letteratura antimanzoniana), che questo commento, il commento di un orfano, vuole essere  privo di qualunque intento “leccaculistico” e anzi provare a fare luce su quello strano oggetto che oggi, in questa determinata fase storica, si chiama elettorato.
Di questo fanno parte, con loro buona pace, anche Renzi e Agnese, anche Grillo e la Boschi e Salvini, anche io, purtroppo, e ancora: gli analisti, e i giornalisti, e i pittori, i panettieri, i pescivendoli e i medici.
Tutti, oggi, imbrigliati dentro lo Stato Nazione, o quello che ne resta, abbiamo fatto più o meno la stessa cosa: abbiamo acceso un contenitore di messaggi (PC, smartphone, TV) ci siamo seduti e abbiamo visto il più promettente e solido leader europeista e progressista crollare sulla sua battaglia principale, un referendum costituzionale raffazzonato e monco sul quale, più per impeto che per convinzione, Matteo Renzi ha puntato tutto il suo capitale. Ha perso, se ne è andato nel silenzio dei giornalisti, con il secondo grande mea culpa, commosso, sotto gli occhi della moglie.

Da Sotto poi, dal “palazzo”, dalle stanze dei bottoni si sente già il ringhiare eccitato dei cani che bramano la gola del padrone, D’Alema, Brunetta, Speranza, anche i renziani, forse, tra poco. Più lontano i 5 stelle, belli come lo era Renzi, belli come tutti i giocattoli nuovi.
Due antipolitiche, una, che mi è estranea, della rabbia, della lingua battente, del pestone, che ossessivamente ripete contro se stessa la neolingua, che la esalta, sui giornali, sui titoloni enormi e violenti e un’altra, forse, ancora più dolorosa e pericolosa, perché cosciente: l’astensionismo colto e schifato, aristocratico. Un demone mortale anche questo.

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Del sangue di questa seconda antipolitica, oggi, mi trovo coperte le mani.
«La Superbia fu giudicata il capitale dei peccati capitali. Chi diede questa sentenza conobbe per certo l’umana natura. Ma vi sono castighi che sorpassano in terribilità qualunque gravezza di colpa – diceva l’italiano (quello vero), nelle sue confessioni, e aggiungeva – Eccoci ora fuggiaschi senza sconfitta, come fummo prima vincitori senza trionfo. Ci avevano annunziato una guerra di disperazione e di sterminio; invece un passo dietro l’altro, oggi valicando un fiume domani una montagna, il volere dei capi ci ritrasse a questi alpestri ricavi» .
Ecco il “popolo bambino”, di cui mi scopro parte, un popolo schifato, stanco, che ha sopportato, e qui nasce il paradosso, per vent’anni Berlusconi e che oggi (ed ecco la grande contraddizione) rifiuta, dopo solo due anni, uno dei premier più amati, il suo partito e un sistema politico che, lì davvero senza approvazione popolare, ha ceduto a un’Europa viziata dai difetti la sovranità sufficiente a farla crollare sotto il peso della propria vacuità ideologica.
Se ne va un uomo, fuori dalla conferenza stampa, che aveva iniziato la sua avventura tra la gente, per le strade, e che la chiude (almeno per adesso) portandosi addosso tutta la solitudine dei vinti. Un saluto garbato, il suo (e anche furbo, nessuno lo nega) nella politica dell’urlo e dell’insulto, delle scrofe ferite.

Tra i cocci, chinandosi adesso a terra, si trova forse anche un po’ di noi stessi, dei miei tanti amici del sì. Dei tanti che hanno votato no, a loro va tutta la mia stima e la profonda, profondissima invidia. A loro appartiene una passionalità che, da troppo tempo, non mi appartiene più.
Per quanto riguarda me, quel “me” che il giornalismo, la politica e la poesia segnano a matita blu sul foglio, mi sembro l’uomo nel pozzo, quello di Gramsci, che ubriaco nella notte si incastrava in una pozza e iniziava a chiedere aiuto ai passanti, senza trovarne.
«Così l’uomo rimaneva nel fosso, finché non si guardò intorno, vide con esattezza dove era caduto si divincolò, si inarcò, fece leva con le braccia e le gambe, si rizzò in piedi, e uscì dal fosso con le sole sue forze» .

Giuseppe Nibali

Giuseppe Nibali è nato a Catania nel 1991. È laureato in Lettere Moderne. Giuseppe Nibali è nato a Catania nel 1991. È laureato in Lettere Moderne e in Italianistica presso l’Università degli Studi di Bologna dove è membro del Consiglio Direttivo e del Comitato di Direzione del Centro di Poesia Contemporanea dell’Università con cui collabora dal 2010. Giornalista Pubblicista collabora con “La Sicilia”, “Clandestino” e “Argo”. Dal 2017 è direttore editoriale della rivista online Midnight Magazine. Ha pubblicato i libri di poesia: Come dio su tre croci (Edizioni AE, 2013), Premio Serrapetrona – le stanze del tempo”, Menzione d’onore “InediTO – Premio colline di Torino”, Premio Elena Violani Landi Opera Prima; e La voce di Cassandra – Studi sul corpo di una vergine. Sue poesie appaiono in diverse antologie poetiche e blog. Insegna italiano, storia e filosofia in un Liceo di Milano.

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