L’avventura della dimenticanza – parte prima

Battaglio con tutte le orchesse
che in forme sottili si invischiano
nel pensiero ed è il silenzio a lavare
le strisce di tutte le lumache
le orme inutili del camminatore
è il silenzio che incendia le capigliature
e più dentro mette il seme e il seme.
È il silenzio la lezione più grande.

Mariangela Gualtieri, da Bestia di gioia

 

Dai versi della poetessa cesenate Mariangela Gualtieri, prendo le mosse per una breve e disordinata riflessione inaugurale – che per comodità e soprattutto per pigrizia ho intenzione di suddividere in due parti – in merito all’identità e al fine del mio Progetto Escursionistico “Sentiero degli Dei”, fulcro tematico di questa rubrica.

Il Progetto Escursionistico “Sentiero degli Dei” (da ora e per sempre abbreviato in Progetto SdD) nasce formalmente il 24 gennaio 2011, con la creazione di un gruppo Facebook ad uso prettamente logistico – ancor oggi esistente e cuore operativo della faccenda – tramite cui coordinare l’organizzazione di un viaggio a piedi da Bologna a Firenze sull’antica Via degli Dei, per la primavera successiva. L’idea, covata sviluppata condivisa e concretizzata dal sottoscritto in seguito alla lettura del libro di Wu Ming 2 intitolato Il Sentiero degli Dei, è cresciuta negli anni, trasformando quel piccolo ma seminale viaggio inaugurale da un lato all’altro dell’Appennino Tosco-Emiliano non solo in un percorso esistenziale, sociale, sentimentale complesso che si è articolato in decine e decine e decine di escursioni lunghe e brevi negli anni successivi (e di cui magari racconterò dettagliatamente la storia più avanti), ma soprattutto in un percorso epico, narrativo, multimediale: in tre parole, in una vera e propria opera d’arte, quella più centrale, sfaccettata, avventurosa e ambiziosa di tutta la mia vita.

Per sgomberare immediatamente il campo da qualsiasi manina alzata a sollevare dubbi sulla legittimità di quanto da me appena scritto, lo ripeto: il cammino è arte, e si badi bene che non lo dico io; il camminare si configura come pratica cognitivo-estetica dagli albori della Preistoria alle più recenti esperienze d’avanguardia come Dada, il Surrealismo e il Situazionismo, come metodo privilegiato di relazione fra il soggetto e l’ambiente geografico che lo circonda, in un reciproco processo di svelamento. Richard Long, land-artist britannico, realizza nel 1967 l’opera A Line Made by Walking, opera estrema che radicalizza il concetto di cui sopra, poiché l’atto artistico consiste qui nell’attraversamento puro e semplice del manto erboso, spogliandolo di ogni altra implicazione: niente più provocazione (Dada), ricerca inconscia (Surrealismo) o psicogeografica (Situazionismo), ma solo la potente dichiarazione che il camminare, il calpestare, l’attraversare, il contaminare con la propria (ir)reversibile presenza transitoria sia arte al pari della letteratura, della musica, della scultura, del cinema e via discorrendo. Un altro britannico, Hamish Fulton, rilancia: “La mia forma d’arte è il viaggio fatto a piedi nel paesaggio (…) La sola cosa che dobbiamo prendere da un paesaggio sono delle fotografie. La sola cosa che ci dobbiamo lasciare sono dei passi”. A chi volesse approfondire la questione, consiglio il bellissimo libro di Francesco Careri, intitolato Walkscapes. Camminare come pratica estetica, che ha il merito di riportare all’attenzione una forma d’arte spesso rimossa – eppure tanto potente ed espressiva – qual è l’andare a piedi.

Il Progetto SdD è dunque la mia visione personale del cammino, che definisco qui avventura della dimenticanza: un’unica, discontinua e dilatata performance che verte sull’andare a piedi e sul coinvolgimento di compagni di viaggio per la costruzione di un microcosmo narrativo composto di esperienze soggettive e condivisione, fotografie, video, racconti, senza che nessuno di questi elementi esaurisca però in sé la portata estetica del Progetto, poiché il cuore ineffabile resta proprio quell’andare, quel fugace attraversamento di spazio che ne costituisce il fuoco centrale. Il camminatore va, lascia le sue orme (le orme inutili, riprendendo la Gualtieri), che in poco tempo sono spazzate via, e il mondo si richiude come una ferita ansiosa dietro le sue spalle, pronto a un nuovo attraversamento. Il mondo perdura oltre il nostro passo, oltre il nostro personalissimo svelamento, intatto agli occhi e ai piedi di chi ci seguirà; I luoghi non si prestano a una vita quasi perfetta: stanno dove sono sempre stati, e là staranno ancora quando chi li ricorda se n’è già andato, scrive Eugenio Baroncelli in Falene. Così, la geografia (intesa come entità ambientale e umana) dimentica il camminatore, rendendo di fatto la sua attività un’azione dalle connotazioni tragiche, e conseguentemente eroiche.

Per fare un esempio, il cammino è assimilabile ai mandala tibetani, i diagrammi circolari composti da diverse figure geometriche costruiti con sabbia colorata, che simboleggiano il processo mediante cui il cosmo si è formato a partire dal suo centro; per il monaco, la rappresentazione di questo processo è occasione di viaggio interiore e conseguente scoperta di sé, dunque percorso iniziatico. Il mandala viene disperso al vento dopo qualche tempo, a ricordare la caducità di tutte le cose e la rinascita sotto nuove forme. Così è il cammino, pratica estetica che implica crescita e confronto, destinata a esaurirsi e ricrearsi al passaggio del viaggiatore. La dimenticanza diventa elemento centrale dell’andare a piedi, così come nell’iniziazione del mandala è decisiva la dispersione della forma che tanto faticosamente si ha tracciato; camminare per dare una forma e poi lasciare che la forma si dissolva, una volta spenti i passi al termine del percorso. Quello che cova nell’ombra alla fine di ogni viaggio a piedi è la consapevolezza di avere dato tutto per l’attraversamento lungo una traccia già scomparsa, riassorbita, il cui accenno sopravvive sempre più fragile nella nostra memoria, e di cui la documentazione, per quanto serrata, non riesce a rendere conto. Ogni fotografia, video, racconto, ricordo è frammento di un tentativo disperato di tradurre e testimoniare che da qualche parte, a una certa ora di un certo giorno, qualcosa è successo, senza ombra di dubbio, e che oggi quel qualcosa è perduto e che il senso sta proprio qui e non altrove. Camminiamo tanto solo perché tutto questo venga presto o tardi dimenticato.

Vengono in mente le parole con cui Pupi Avati chiude magistralmente il capolavoro Una gita scolastica (ambientato proprio sui sentieri della Via degli Dei), in cui un’anziana signora di nome Laura ripercorre poco prima di morire un antico viaggio da lei affrontato a piedi con i compagni di scuola all’inizio del novecento, e che meglio di me riesce a spiegare la bellezza tragica, sublime, necessaria e addirittura pacificatoria del cammino inteso come dimenticanza:

Laura fu l’ultima a partire, una mattina dell’estate dell’altranno. Fu l’ultima a partire, e attraversò boschi e risalì sentieri, prima di raggiungere gli altri. Poi, finalmente, furono tutti nuovamente assieme, e seppero che non mancava nessuno. Nessuno era rimasto indietro a ricordare. Così quella loro gita poteva essere dimenticata per sempre.  

 

Elia Tazzari

Elia Tazzari è nato a Ravenna nel 1990.
Nel 2007 ha pubblicato per le Edizioni Senza Speranza di Ravenna “Circo”, la sua prima raccolta di poesie.
Per la Società Editrice «Il Ponte Vecchio» di Cesena, sono uscite le raccolte “Lato B” (2008), “La chiave obliqua” (2010) e “Per amica silentia nivis” (2010).
Ha scritto assieme a Iacopo Gardelli e a Gianfranco Tondini il monologo “L’ultimo primitivo”, pubblicato nel 2014 in un volumetto curato dai grafici ravennati Lemon and Dust.
Nel 2016 ha curato per l’etichetta Musica Cruda il cd “The essential” del collettivo musicale romagnolo Beautiful Voice & The Revolution Band.
Fondatore del Progetto Escursionistico “Sentiero degli Dei”, nel 2017 ha camminato da Londra a Gerusalemme.
Vive a Savio di Ravenna.

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