L’assedio del mare

Il termine ossessione deriva dal latino obsessio e significa assedio, occupazione. Secondo l’enciclopedia Treccani, l’ossessione è un’idea persistente, un incubo, una preoccupazione assillante.

Tra le tante ossessioni di Ingmar Bergman, la più sottaciuta ma luminosamente evidente è quella per il mare.

Cos’è quel mare infecondo che un Ulisse piangente scruta fuori dalla grotta? In greco il termine mare può avere diversi significati. E’ una distesa di sale, è un semplice elemento da attraversare, può indicare l’immensità, l’abisso.

Per il maestro svedese non è altro che lo specchio dell’abisso presente nella sua mente, di quell’intreccio di enigmi irrisolvibili; tanto da risultare onnipresente nella fotografia delle sue pellicole.

In “Monica e il desiderio” (1953), film del primo periodo, non privo di pessimismo ma sicuramente dalle atmosfere meno cupe, racconta lo sgretolarsi della passione tra due giovani che, come spesso accade nelle sue trame, decidono di passare l’estate in un’isola. E’ degna di nota una sequenza contraddistinta dalla profusione di affetto; mentre la giovane si spoglia restando completamente nuda prima di entrare in acqua, il compagno la accarezza dolcemente; sullo sfondo le onde si infrangono sugli scogli.

Ne “Il settimo sigillo” (1957) è celeberrima l’immagine del cavaliere crociato Antonius Blok che sfida la morte in una partita a scacchi per cercare di allontanare il momento del congedo dalla vita. La partita si svolge in spiaggia con un mare scuro e inquieto alle spalle; è il protagonista assoluto di questo capolavoro.

Pur essendo marginale, anche ne “Il posto delle fragole” (1957) il mare viene intrappolato nella cinepresa. Con la costiera alle spalle, sono a tavola a pranzo il vecchio Isak e i due giovani trovati lungo il viaggio; i due sono su posizioni opposte: uno è medico e l’altro è un teologo. Ne nasce uno sterile dibattito tra razionalismo e fede dal quale il saggio Isak decide di defilarsi, rimanendo in quella situazione di stallo tipica dell’uomo moderno.

Nella pellicola “Come in uno specchio” (1961), il mare è ancora una volta il protagonista assoluto che accompagna i deliri della giovane ragazza uscita dall’ospedale psichiatrico. Magnifico il fermoimmagine sulla finestra che da sull’infinita distesa d’acqua, quando il padre cerca di consolare il figlio associando alla figura di Dio quella dell’amore, declinato in tutte le sue forme.

“Persona” (1966), film tra i più sperimentali del regista, è quasi interamente ambientato in prossimità del mare; racconta il singolare rapporto tra la giovane donna devota al silenzio e la sua infermiera. Epico il discorso dell’ infermiera sull’angoscia e la solitudine che contraddistinguono il genere umano; le onde, evidentemente, continuano a infrangersi sugli scogli.

Per terminare questa breve rassegna, “La vergona” (1968) è una storia sui devastanti effetti della guerra. Una coppia scappa in un’isola per trovare la pace, ma sul finale, i due rientrando in barca, trovano un mare gravido di soldati rimasti vittime della guerra.

Il mare è l’elemento irrinunciabile nella vita di Bergman tanto che ha passato gli ultimi anni della sua esistenza nell’isola di Faro (presente in numerosissime pellicole); con le onde scandisce la sua poetica, sviscera i temi cruciali della sua vita che altro non sono che i temi cruciali di ogni essere umano.

Insomma si tratta di un mare che attrae fatalmente, un richiamo eterno che però fa continuamente sentire il peso della sua immensità asfissiante. Prendendo in prestito le parole degli Afterhours, “il mare, sembra ti culli ma poi ti vuole ingoiare”.

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