L’arte oltre il simbolo

Un commento al film “Manifesto” di Julian Rosefeldt (2015)

In Italia ci sono troppi monumenti ed essi corrono il rischio di sfocarsi, nel proprio significato (storico e culturale), vista la loro abbondanza. La “foresta dei simboli” (Charles Baudelaire) può essere un luogo fascinoso, intimorente e stimolante oppure nebuloso: l’impressione di noi viaggianti, infatti, dipende non soltanto della nostra disposizione o acume culturale o conoscenza storica ma anche dall’”intensità” oppure dalla “chiarezza” degli input che la foresta ci fornisce. E quando la foresta – l’universo simbolico – è caotica o troppo densa, i simboli diventano “ambigui” poiché poco leggibili, confusi… Ad Ancona, dove vivo, il monumento più noto, più nitido ed “attraente” (per tradizione, per abitudini sociali di frequentazione ma anche – senz’altro – per la sua geniale ubicazione urbanistica e per la sua forza compositiva ed iconica), è un monumento voluto da Benito Mussolini (inaugurato nel 1930). Si tratta del “Monumento ai caduti di tutte le guerre” del Passetto. Esso guarda ad est, collocandosi lungo una chiara direttrice – fisica ed ideale – che da Piazza Cavour prosegue lungo il Viale della Vittoria, ed è un polo magnetico che intercetta ad amplifica lo sguardo in quella stessa direzione (all’Adriatico – mare d’Oriente – e, oltre, ai Balcani). Uno sguardo che da due millenni, e pure nella visione fascista, trova un compimento “politico” nell’idea europea dell’oriente come luogo della (ri)conquista epica o almeno del dominio su un’”alterità” minacciosa. Ecco l’”ambiguità” del simbolo: il monumento ai caduti può, in qualche modo, essere una metafora di un’altra idea, di un’idea diversa, complementare (l’idea della forza, della conquista, della dominanza). Il simbolo (simbolo: dal lat. symbŏlu(m), e questo dal gr. sýmbolon, propr. ‘segno di riconoscimento’. Trad. oggetto, individuo o altra cosa concreta che può sintetizzare ed evocare una realtà più vasta o un’entità astratta) è per sua natura “ambiguo” e la nostra interazione con esso ne rileva il messaggio multi-livello e, a volte, paradossale. Alla sommità del monumento del Passetto, poi, lungo le linee verticali delle colonne doriche disposte a formare un tempio circolare, ci sono in rilievo altri simboli: i fasci littori. Scolpiti nella stessa pietra bianca con cui è realizzato il monumento, essi si notano solo alzando lo sguardo e solo di giorno. Sembrerebbe che quei simboli siano “rimasti”, abbiano tenuto al tempo e alla storia (che altrimenti li avrebbe cancellati), perché essi sono stati resi meno evocativi dalla loro stessa posizione e dalla nostra non curanza, dalla nostra disattenzione. Anche in questo caso il simbolo è “ambiguo” poiché la nostra mancata interazione con esso ne nasconde il messaggio e, per certi aspetti, ne storicizza (o “normalizza”) il valore – la “realtà più vasta” -, rendendolo innocuo e accettabile. Anche le parole possono essere simboli e ancora di più lo sono quelle politiche. Il film “Manifesto” di Julian Rosefeldt (2015), visto recentemente in Italia, ci pone la domanda sull’autenticità e sul valore storico delle parole simboliche (e politiche) dei “manifesti” programmatici delle ideologie e dei movimenti artistici del XIX secolo e ci interroga, tramite la loro rappresentazione paradossale oppure drammatica, sulla loro tenuta al tempo e sul loro senso attuale. Questo film “complesso” pone in discussione la “durabilità” delle parole-simbolo della politica e dell’arte: dentro le contraddizioni della contemporaneità, dentro il tempo attuale e nella Storia, le parole simbolo dei “manifesti” diventano “ambigue” poiché confuse, oppure ingannevoli se non, semplicemente, svuotate. Cate Blanchett (Melbourne, Australia – 1969), protagonista e quasi unico personaggio dell’opera, è impegnata con un’altissima specificità artistica e interpretativa in un’esperienza che è stata anche fisicamente intensa, se si considera il ristrettissimo tempo delle riprese (12 giorni). Con lucida intensità e precisione, Rosefeldt mette in scena, tramite Blanchett, tredici personaggi che sono gli interpreti di altrettanti “manifesti”. Tutti i personaggi sono delineati con gesti unici, omogenei, che rendono gli stralci di vita dentro cui i “manifesti” si proiettano, diversi ma compatti. Tutto ruota attorno alla figura trasformista di Blanchett, che interpreta, in 94 minuti, tredici personaggi differenti per aspetto, atteggiamento, condizione sociale, punto di vista. Ciascuno dei testi è trasposto in un’ambientazione “ambigua”, o meglio contraddittoria, surreale, paradossale: una senza tetto che declama il Manifesto del Partito comunista, una vedova che a un funerale recita i motti dadaisti criticando chi è in lutto con le parole di Tristan Tzara, una rocker punk che declama i principi alla base dello stridentismo, un’insegnante che spiega Dogma 95 di Lars von Trier e Thomas Vinterberg  ai suoi giovanissimi alunni. C’è la madre operaia e c’è la coreografa russa, la giornalista e l’inviata, la burattinaia e la donna devota. Ognuna di queste donne, inserita nel proprio contesto, quello più “naturale”, non parla di sé o di ciò che la circonda. Bensì pronuncia i “manifesti”. Non a qualcuno, non in un dialogo, ma sempre e solo in forma di monologo, spesso inascoltato. Disatteso. Rosefeldt rilegge quindi un gran numero di “manifesti” (si va da Marx a Lars Von Trier passando per Marinetti, Kandinsky, Apollinaire, Fontana, Breton, Éluard e altri) per verificarne la consistenza “utilitaria”, in primis, e sondare il rapporto tra la teorizzazione dell’arte/mondo che essi rappresentano con le forme della vita e la vita stessa. Non già per considerare la validità dei “manifesti” come norme morali o regole etiche/estetiche – non lo sono mai stati; né mai così furono concepiti – quanto per saggiarne la validità, qui ed ora, proprio in termini politici. E storici. Col tramite del meccanismo umoristico dello straniamento (si pone un contenuto in un contenitore scenico incoerente) lungo il film si ride molto: questo comportamento naturale/istintivo è la resa più autentica della prova a cui i “manifesti” sono sottoposti, ossia quella dell’ironia che (quasi) sempre li sorprende iperbolici, retorici, ridicoli. Essi, se ci pensiamo, nascono per essere storicizzati ma così s’espongono a divenire retorici e anacronistici. E infatti si indeboliscono, fino ad essere inservibili, quando messi dinnanzi alla durezza della quotidianità di vite sciatte, isolate, sole o solitarie, come sono le nostre vite. Però il film fornisce anche un’indicazione confortante. L’arte esiste a prescindere dai “manifesti”, dalle volontà teoretiche, insomma, e dogmatiche circa la loro collocazione nella Storia. L’arte sopravvive – simbolo e non soltanto, ma anche forma e sentimento e senso – oltre le proprie stesse teorizzazioni. Essa può fare a meno dei “manifesti” che vorrebbero introdurla nella storia perché l’arte ignora il tempo e la politica. E trascorre e risulta vera, e mai ridicola o inappropriata o secondaria, proprio perché anti-storica, contingente (nelle intenzioni), urgente. I “manifesti” sono gli eventi del narcisismo politico che dentro il novecento, tramite le ideologie comunicative e simboliche, trova il suo compimento; l’arte, che di questi “manifesti” dovrebbe essere la concreta rappresentazione, non è (solo) un simbolo e per questo durerà e (r)esisterà.

 

 

Lascia un commento

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: