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L'arte che piace alle masse: Keith Haring in mostra a Milano

C’è stato un momento nel XX secolo in cui l’arte capì con indiscutibile chiarezza quale fosse il suo posto e la sua missione. In quel momento – complice la Storia – l’arte scese dal piedistallo su cui cercavano continuamente di assestarla e si scelse da sola il suo pubblico. Senza andare troppo per il sottile l’arte pescò nel mucchio delle masse, cercando di intercettare quanti più consensi poteva. È chiaro che per farlo doveva utilizzare gli strumenti adatti e selezionare i canali giusti.
Il muro diroccato di un quartiere malfamato sarebbe andato bene, così pure la confezione di un detersivo, anche se si rivolgeva a tutt’altro pubblico.
Tutti avrebbero dovuto capirla l’arte, e a tutti si sarebbe rivolta. Perché? Perché l’arte può dire un sacco di cose, ci puoi fare una battaglia idealistica e spedire il tuo messaggio lontanissimo. La pop-art dagli anni sessanta in poi fece dell’attivismo il suo personale linguaggio, e delle battaglie sociali la sua ragion d’essere.

Keith Haring nella metro di New York

Keith Haring, artista americano, omosessuale, malato di AIDS, figlio di un grafico pubblicitario, seppe dare alla sua arte tutte le forme possibili perché i messaggi di cui la investiva arrivassero più lontano possibile: dalle tematiche antirazziali, all’omosessualità che all’epoca era ancora un taboo, dall’alienazione e l’incomunicabilità cui ci spingono i media moderni, all’auspicata apertura alla diversità; e poi la piaga dell’Aids, e quella delle droghe; ma anche l’amore come energia che irradia da ogni essere vivente, la gioia di vivere e l’ottimismo nei confronti dell’umanità. Messaggi forti che emergono con immediatezza dalle fitte trame di segni e simboli che portano racchiusa dentro quei contorni netti la sua riconoscibile firma.
Le figure semplici e naif di Haring rapiscono, ma non incantano gli occhi di chi le guarda, anche quando le linee di contorno si confondono, diventando esse stesse contenuto, in un labirinto di segni che copre tutta la superficie disponibile.
Era proprio questo il senso: attirare l’attenzione delle masse su un tema culturale, ideologico o politico scegliendo un canale insolito. Applicare le regole del marketing all’arte, con la complicità e l’immediatezza di uno stile fumettistico, pensato perché fosse chiaro persino ai bambini. Far parlare un dipinto di una questione seria e farlo a tinte vivide di bianco, rosso puro, nero, blu elettrico, giallo e arancio accesi.
Figure dai contorni netti, non disegnate sulle pagine di un periodico a tiratura limitata, ma dipinte abusivamente su un cartellone pubblicitario all’incrocio di una trafficata diramazione dell’autostrada, o sulla calce di un muro eretto per dividere in due una città.

Keith Haring Untitled

Lo stile di Haring si compone di pochi elementi semplici: le sue visioni si popolano di omini senza volto, talvolta alati, snodati e contorsionisti, e una fauna bidimensionale di cani-coccodrillo, serpenti e scimmie. L’amore rappresentato da cuori, la morte da “x”, e piccoli raggi per rendere l’energia vitale che muove ogni cosa e fa vibrare le forme più di quanto non facciano da soli i colori. Linee che si dispiegano con assoluta semplicità o si aggrovigliano in un allucinante horror vacui. Attraverso una grammatica fatta di pochi segni, ma efficaci, Keith Haring elevò l’arte di strada all’attenzione prima delle masse, poi del marketing, infine delle gallerie.

Le opere di Keith Haring non conoscevano misura, né supporti che fossero più appropriati di altri.
Il “radiant boy” stava a suo agio sui pochi centimetri quadrati di una t-shirt, come su un cartellone pubblicitario. Tremolante ma fiero si estende su centodieci metri del muro di Berlino, o su un cartellone nel quartiere afro di Harlem, o tra decine di insegne pubblicitarie in Time Square; nelle gallerie sotterranee della metro di New York, o in superficie, nelle gallerie d’arte, dove entra naturale la luce sole.
Fedele al suo stile, grave nel contenuto e leggero nella forma, Haring si premurò che la sua arte fosse virale, contagiosa, estesa, come la malattia di cui fu vittima e di cui fece portavoce le sue opere.
La “Popular art” di Keith Haring doveva essere per tutti. Dissacrante, spigolosa, ammonitrice, e al tempo stesso accattivante, immediata, colorata, ottimista. E doveva essere semplice, nella convinzione che più conoscesse diffusione, più lontano sarebbero arrivati i messaggi di cui la caricava. Ecco perché non stonava trovare un suo graffito in un quartiere malfamato di New York, e contemporaneamente in una prestigiosa galleria d’arte, e sulle t-shirt e le spillette e le tazzine da caffé che vendeva nel suo pop shop.

Tutto è coerente nella produzione di Haring, anche quando non sembra.
I suoi dipinti restituivano il messaggio di cui l’artista li caricava con la stessa immediatezza di uno slogan urlato da una piazza. Non nascevano da bozzetti o tavole preparatorie, ma dalla gestualità immediata e quasi meccanica con cui muoveva il pennello sul mezzo che lo avrebbe accolto; muro, tela, stoffa, metallo o carta. Il suo linguaggio non arriva a maturazione, nasce perfetto sin dalla sua prima concezione e resta immutato fino alla fine, perfettamente riconoscibile anche oggi.
Dentro le composizioni tremolanti di Haring c’è un mondo di riferimenti: la sua opera è simbolica come l’arte preistorica (dai graffiti del paleolitico alle geometrie maya), dissacrante come la pop art, invasiva come la street art, furba come la grafica pubblicitaria, immediata come l’action painting, gotica nella tensione di riempire tutti gli spazi, classica nel tentativo di mettere l’uomo al centro.

keith Haring

Proprio questo il concept della retrospettiva che Milano dedica all’artista americano; titolo della mostra – in corso fino al prossimo 18 giugno a Palazzo Reale – è “About Art”, e attraverso le 110 opere proposte, evidenzia la quantità di rimandi culturali riscontrabili dentro quello stile all’apparenza così semplice e immediato. Una concezione dell’arte capace di rivolgersi a tutti non poteva avere nella semplicità, necessariamente, l’unico aspetto capace di garantirne l’universalità.
Ci voleva un pensiero più grande, dietro. Spontaneo, innato, ma denso e carico di contenuti.

non finito. keith haring

Chiara Stella Mauriello

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