L’Aquila chiude le ali

Nel Café è un periodo di grande trambusto, un bailamme perenne dovuto alla Liegi imminente, al Giro numero cento, che si apre di lì a poco: si fa la conta di chi c’è, chi non c’è, volano i pronostici, si additano le altimetrie. È tutto un gioco di capitani, gregari, di formazioni. All’improvviso entra un anziano signore con il nipotino al seguito, è un habitué, lo salutano tutti; lui getta un giornale sul bancone, e si siede in silenzio. In un attimo tacciono tutti; ma non si può stare zitti a lungo, il bimbo chiede: cos’è successo? Perché sei triste se prima ridevi? E il nonno, paziente, assieme agli altri clienti, inizia la storia, come sempre, da lontano…

Non inizia dallo schianto che l’ha reso triste, inizia dagli altri: racconta al bimbo delle carriere promettenti di Serse, di Giulio, di cui ricordiamo il cognome perché i fratelli facevano lo stesso mestiere, di Jaques che inseguiva Gastone e viene recuperato in un dirupo, di Tom che cercava la luce con qualche aiuto di troppo, e poi su fino a Fabio e a due ragazzi belgi rimasti per la strada. A Michele, ci arriva piano, con calma, quasi vuole cullare il bimbo per risparmiargli il trauma che ha subito lui pochi istanti prima.

Di Michele disegna la faccia scarna, gli occhi chiari, quel modo di correre sempre all’attacco, sempre in piedi sui pedali, a dimostrare che di grimpeur  veri ne sono rimasti ancora; racconta di quelle imprese straordinarie al fianco di Nibali: quando lo lancia giallissimo sull’Hautacam, anche se è malato, perché ci tiene a essere l’ultimo uomo; ma soprattutto della tappa del Risoul, quando sta in fuga tutto il giorno, e appena lo Squalo decide di mordere lo  aspetta, appoggiato a un paracarro, e scorta il più a lungo possibile proteggendolo dal vento, avvicinandolo moltissimo alla vittoria finale. Tra pochi giorni sarebbe stato il capitano unico al giro…

Vinceva lui? Chiede il nipotino ad occhi sgranati, lo sprezzo dei verbi proprio dei bimbi e un nuovo beniamino, appena nato, che non potrà mai vedere correre. Non lo so…ma aveva vinto sai? E via un’altra storia: il Giro conteso a Contador, chiuso questa volta davanti a un giovane Nibali, suo avversario, e poi l’inciampo del madrileno su quella bistecca poco pulita e la maglia rosa che arriva a Filottrano, mentre il nome viene inciso sul Trofeo senza fine.

Ora sono tutti imbarazzati, hanno contribuito a raccontare una storia splendida, ma sanno che non possono chiosarla con il più tradizionale dei “vissero tutti felici e contenti”. Il barista apre un vecchio stipo, tira fuori due giornali, e li spalanca davanti agli occhietti curiosi: uno dice “Il grande airone ha chiuso le ali” sopra la foto in bianco e nero di un signore imbronciato; sul secondo campeggia l’immagine di un ragazzo pelato con gli occhi tristi, anche lì si parla di ali chiuse, l’animale è molto più strano però: il Pantadattilo. Senza lasciargli il tempo di chiedere cosa sia, il barista copre il titolo del giornale del nonno, e dice solo: “L’Aquila forse ha chiuso le ali, ma vola ancora: in altri cieli”.

Michele Polletta | Piché Café

Piché - al secolo Michele Polletta - nasce e cresce a Biella, corre a Milano per studiare filosofia: per ora, è ancora lì. Vivace, loquace, pugnace, iperattivo si dedica a una serie di sport che poi segue in modo ossessivo, dal divano o dal vivo, comunque senza muovere un muscolo. Alcuni sostengono che li racconti meglio di come li pratichi. Scrive, ma soprattutto parla, parla, parla: poco importa che si trovi a scuola, dove insegna, in un bar, o alla radio

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