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L’anima oltre l’animazione nell’ultimo film sugli uomini di Wes Anderson: L’Isola dei cani

“Cosa è successo al migliore amico dell’uomo?” con questa domanda inizia la narrazione extratestuale dell’ultimo film di Wes Anderson: “L’isola dei cani”. Con la sua nona pellicola da regista, Anderson traduce preoccupazioni ed espressioni tipicamente umane in latrati canini (tranquilli, tutti rigorosamente doppiati in italiano!). Nel futuro 2038, per evitare il contagio della popolazione Giapponese, i cani affetti da influenza canina vengono deportati sull’ “Isola della spazzatura”. L’amore per il proprio cane Spot spingerà il dodicenne Atari sull’isola alla ricerca dell’animale domestico, relegato tra sporcizia e luridi anfratti. Un film oltre il film, l’anima oltre l’animazione, un racconto oltre il raccontato, l’immaginazione oltre l’immagine. Anderson prende coscienza del declino della civiltà umana, basata sulla violenza e sul plagio, ma fotogramma dopo fotogramma intravede luce nella cellulosa, luce nel buio della corruzione in cui si è disperso il vero animale del film: l’uomo. Dunque, il regista descrive per riscrivere. Un film sugli uomini e non sui cani a cui fanno da corollario tematiche attualissime come la fede nel progresso scientifico, l’inquinamento ambientale, la pena di morte ma anche il calo delle nascite (“non farei nascere cuccioli in questo mondo…”). Un focus su cui soffermarsi è sicuramente il monopolio della propaganda, utilizzato dal sindaco della città giapponese per manovrare i cittadini come marionette. È evidente il riferimento a 1984 di Orwell. Anderson riprende la stop motion, tecnica di ripresa cinematografica già utilizzata in Fantastic Mr.Fox, per narrare la sua visione. Il doppiaggio ha un ruolo centrale per evidenziare il distacco tra uomini e cani: sono, infatti, doppiati in italiano solamente i cani. Lo spettatore in tal modo può comprendere non il suo “simile” a due gambe ma, piuttosto, i quadrupedi e parteggiare per loro. La musica insegue la timeline dei frames con ritmiche scandite da percussioni e sonorità prevalentemente orientaleggianti. La soundtrack è firmata Alexandre Desplat, compositore francese candidato nove volte all’Oscar e collaboratore con Anderson già per Grand Budapest Hotel. La creatività di Anderson stringe la mano a quella purezza ricercata in altre sue opere, come in Moonrise Kingdom, ma il regista vira per la seconda volta verso l’animazione dopo aver solcato i mari con Fantastic Mr.Fox. Nella sua cinematografia aleggia l’incanto anche nel narrare il disincanto, perché lo stile di Wes è inconfondibile e riconoscibile. Dalle inquadrature simmetriche all’utilizzo prevalente dei colori giallo e rosso. Dalle citazioni letterarie e cinematografiche ai supercut(video brevissimi che evidenziano il comun denominatore esistente tra diverse pellicole). Dalle trame originalissime al sincretismo surreale che emerge in ogni opera. Perché tutto questo rende un film “alla Wes Anderson”. “Chi siamo noi e chi vogliamo essere?” con questo haiku termina la pellicola ma non il film che ognuno di noi è chiamato a dirigere. L’invito di Anderson è proprio quello di interrogarsi sull’essenza e compiere lo scarto etico necessario per esistere.

Buona visione!

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