L’amore ai tempi di Tinder

Nel romanzo nato dalla penna di Gabriel García Márquez, “L’amore ai tempi del colera”, i due protagonisti vivono un amore prevalentemente epistolare che si interrompe bruscamente quando lei, Fermina Daza, incontra Florentino Ariza, l’uomo al quale dedicava parole d’amore nelle sue lettere, casualmente durante un mercato, facendolo precipitare nello sconforto; anche se il loro amore, profondamente radicato nel cuore del protagonista, avrà finalmente compimento dopo “cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni, notti comprese”.

Un tempo infinitamente lungo, per qualsiasi cuore e per qualsiasi amore, soprattutto ai nostri giorni.

Nell’era della velocità e del virtuale, dei fast food, del fast fashion, delle vacanze last minute, dell’usa e getta non abbiamo più tempo né voglia di aspettare: non si pianta più il seme nel terreno aspettando che le rose germoglino; è più facile e veloce acquistare una rosa già recisa.

Così come le interazioni, che da relazioni si sono tramutate in mero, ed effimero, intrattenimento.

Se le app di dating online sono tantissime e in continua crescita, l’app regina – per diffusione e fama – è sicuramente una: Tinder.

In una serata qualsiasi, sul proprio divano, con poca voglia di uscire e mischiarsi con gli altri, basta prendere il proprio smartphone, installare l’app, e cercare persone che siano il più possibile geograficamente vicino a noi, impostando il range di età entro il quale siamo disposti a fare le nostre conoscenze e specificando se cerchiamo uomini o donne.

Ed ecco che si apre un ventaglio infinito di volti, che puoi scartare – basandoti sull’aspetto fisico e su pochissime informazioni personali – oppure “matchare” per iniziare una conversazione e poi eventualmente decidere di passare allo step successivo: l’incontro dal vivo.

Ma perché Tinder è così diffusa e così usata? Cosa cerca chi è su Tinder?

La risposta, un po’ semplificata forse, è che chi è su Tinder non cerca nulla, semplicemente fugge.

Da una relazione ormai logora, dai fantasmi del proprio passato, dai vuoti della propria vita.

Così protesi e propensi come siamo a condividere la nostra vita sui social – penso a Instargam o Facebook – ci siamo dimenticati di viverla, noi per primi. In costante connessione con i lontani, ci dimentichiamo di quelli che sono vicini.

Forse è troppo impegnativo – ci espone a troppi rischi – corteggiare qualcuno che incontriamo al bar tutte le mattine, sorridergli, guardarlo negli occhi e accettare l’eventualità di un rifiuto.

Ci nascondiamo dietro gli schermi e sostituiamo le battute di una tastiera alle parole.

Incapaci, molti, di stare da soli e anche con gli altri. Incapaci di amare la solitudine, e la nostra persona per prima.

Cerchiamo amore, promettiamo amore, chiediamo amore. Per poi accorgerci che in realtà ne abbiamo paura.

Tinder è come un enorme stagno, dove nuotano migliaia di pesci. Uno uguale all’altro. Uno vale l’altro. Perché quando non si sa cosa si sta cercando, non si può trovare nulla. E si procede per tentativi. Si getta la lenza, aspettando – neanche troppo pazientemente – che il pesce abbocchi. E il pesce, su Tinder, è una figurina, un’immagine che non parla, non pensa, non sente nulla. E noi, di tutti questi altri, non ne sappiamo nulla. Ma possiamo immaginare, riempirli di aspettative attendendoci che l’altro risponda ai nostri nebulosi desideri.

La parte difficile arriva in seguito, quando da figurina diventa persona, essere umano a tutti gli effetti. E le persone fanno paura, allora si scappa di nuovo su Tinder a gettare la lenza.

Come per Fermina e Florentino, l’amore – presunto – è più facile scriverlo che dirselo, viverlo.

Ma le relazioni, l’interazione con l’altro, prescindono da tutto questo. E non si tratta di aspettare cinquantatré anni. Ma di sapersi fermare, di non fuggire e rifuggire da tutto, da noi per primi.

L’amore è come uno specchio che ti mostra davvero chi sei, ti mette a nudo.

Questa diffusa paura delle relazioni, più che con l’altra persona ha a vedere con noi stessi. Abbiamo paura di noi, di cosa potremmo vedere attraverso quello specchio. Di fare i conti con noi stessi e realizzare che ancora non ne siamo capaci, così fuori allenamento a donarci, ma preparatissimi a prendere.

E ci rifugiamo nelle finizioni, nel virtuale, in tutto quello che non è.

Fino a quando non ci renderemo conto che così facendo non ci saremo più nemmeno noi, ridotti soltanto a figurine di noi stessi.

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