La vittoria del No / 1 Dopo 1000 giorni

Il dado è tratto. A quelle 00.23 che collegano la notte del giorno referendario all’alba del successivo, Matto Renzi rassegna le dimissioni, dopo i suoi mille giorni da capo del Governo. Il No ha stravinto, con un distacco del 20%. Renzi si ritira subito, senza aspettare la conclusione dello spoglio e lo fa con la dignità del capo sconfitto, con il plauso che il popolo tributa ai Re solo due volte nella vita: alla loro elezione e alla loro morte.

Tranquillo, Matteo, sembrano sussurrargli i fidati pretoriani di Palazzo Chigi, se i dati sono da considerare in toto, va considerato anche il 40% di Sì, diretti a sostenere l’ex premier e buona base da cui ripartire. Ma la sconfitta è innegabile e brucia. L’Italia si è espressa contro la riforma, ma soprattutto contro la figura e l’operato del capo di governo. Non ha pagato l’arroganza, il barcamenarsi tra figura di potere e outsider, non ha pagato la strategia della velocità esecutiva, tacciata di scarsa democrazia, né i risultati ottenuti finora, specialmente in campo economico ed occupazionale. Non ha pagato nemmeno l’azzardo sulla propria figura, crollata sotto i colpi “di pancia” della popolazione, che è affluita alle urne con una presenza sostanziosa.

Inutile dire che Renzi sconti gli errori del proprio esecutivo, a partire dalla troppa fiducia in sé e alla scarsa lungimiranza che a tratti ne deriva. L’errore di chi ha gridato alla strumentalizzazione del voto è stato, in buona sostanza, quello di porre sul piatto due aspetti, che potevano essere benissimo scindibili e contrastanti (e in molti casi sono risultati esserlo): il merito della riforma e l’operato del governo in questi suoi mille e poco più giorni. Due fattori, questi, ben separabili, ma inevitabilmente rientranti nella singolarità del voto: un renziano avrebbe potuto non approvare il merito della riforma e dunque votare serenamente No, se questo non avesse comportato implicitamente una sfiducia al governo sostenuto. D’altra parte, cosa avrebbe significato votare Sì solo per evitare una crisi ed accettare un testo non condiviso? Si è gridato al ricatto da entrambe le parti, ricatto renziano, ricatto grillino e così via. La complessità della situazione ha fatto in modo che entrambe le parti potessero essere viste a seconda delle singole opinioni come conservatrici o progressiste e che persino questi termini, sempre a seconda delle angolazioni, potessero divenire voces mediae. L’aspetto più reale, però, si riscontra nel fatto che entrambe le possibilità, fuori dal merito costituzionale, fossero azzardi per la nebulosa che ne avvolge il futuro.

Ad un occhio realista un percorso chiaro e lastricato in entrambe le direzioni (o anche solo in una di esse) sarebbe dovuto sembrare impossibile. Dunque, imboccata una delle due strade, vedremo dove porterà, se ad un governo di transizione alle elezioni primaverili (i grillini già le invocano e con lo stesso Italicum finora aborrito che, si ricordi, non vale per il Senato) o ad altri scenari, nella speranza che l’economia non ne subisca un contraccolpo eccessivo.

Ciò su cui si possono fare considerazioni è la realtà del fatto che ha vinto un voto di dissenso, il quale, nella sua vittoria, è ben diviso anch’esso in un voto di rifiuto dialogico (chi, da oggi, vorrebbe lavorare per una nuova riforma) e un voto rabbioso e inconsistente, cavalcato dagli slogan e dall’ignoranza. Si è parlato tanto per l’America di bianchi arrabbiati e, per certi versi, siamo ancora lì, ad una rabbia popolare ben imbrigliata da demagoghi, tra i quali, si badi, ha cercato di inserirsi lo stesso Renzi, nel tentativo di dipingersi come il primo Berlusconi, insieme rappresentate del potere e uomo anti-sistema. Ma è noto che Cesare quando è al potere, non può che essere ucciso. Lo sforzo comunicativo di apparire polimorfo nelle sue affermazioni ha reso la figura dell’ex premier ancora più debole, così come i passetti indietro settembrini sul “forse non mi dimetto”, e il monolitico pseudo-titanismo dell’ultimo periodo.

C’è da chiedersi, però (e si badi che non abbiamo minimamente parlato del testo e del merito della riforma), se la fetta di popolo vincitore nella propria scelta sia davvero intenzionata a togliersi di dosso l’autoritarismo di cui sono impregnati gli ultimi 25 anni di storia italiana, o se, sentito l’odore del sangue, abbia prevalso l’accecamento (d’altronde come s’è detto Renzi era “una scrofa morente”). Ciò perché è proprio ripartendo dalla risposta popolare che risulta chiaro il fallimento di questa iniziativa. Renzi, come Clinton, Hollande e altri, sta pagando l’appartenenza ad un establishment etichettato come foriero del male (economico e sociale) presente. Tuttavia la “colpa” non è da affibbiare solo al sistema economico dell’austerità e dei tecnocrati, essa abbraccia un insieme maggiore di elementi, coincidenti con la totalità della Sinistra, la quale sta dimostrando un’incapacità a rispondere ai bisogni delle (post-)masse e a farsi latrice di una possibilità non utopica, ma fattiva. Le strade che si profilano portano la politica verso il basso, a dividersi tra i populismi di destra e le nuove realtà socialdemocratiche proliferanti un po’ dovunque, Corbyn, Podemos, Syriza, Sanders. Tuttavia il fallimento elettorale della maggior parte di questi movimenti e personaggi sancisce un momento storico in cui neppure queste alternative, ragionate ed applicate, risultano allettanti al popolo che associa la sinistra ad un qualcosa di estinto, ma soprattutto fallimentare. Le sinistre oggi, a Novecento finito, hanno bisogno di sgrossare la propria eredità e trovare la formula che strappi ad ogni populismo questo giogo di rabbie e ignoranze per uscire da questa impasse e inadempienza. E la storia odierna ha decretato che il metodo di Renzi non è stato accettato.

Nella speranza che il 99% dei votanti No abbia votato non solo politicamente, ma nel merito della riforma, quello che c’è da auspicare è che le forze venture al timone instaurino un dialogo costruttivo e democratico, evitando i toni della campagna elettorale. La costituzione rimane la stessa di ieri, i problemi pure. Ora c’è da affrontarli.

Alessandro Mantovani

Alessandro Mantovani (Genova, 1991) si laurea con Alberto Bertoni all’Università di Bologna, su studi di permanenza del classico nella poesia contemporanea.
Inizia l’attività critica a Genova attraverso l’esperienza di cultura militante Fischi di Carta terminata nel 2017. A Bologna, oltre ad un periodo nella redazione cittadina de La Repubblica, collabora all’organizzazione delle attività promosse dal Centro di Poesia Contemporanea dell’Università. Ha scritto per svariate testate online ed è parte della redazione della rivista La Balena Bianca. Inoltre, è stato caporedattore della testata divulgativa Midnight Magazine.
Come poeta ha pubblicato nel 2015 per L’arcolaio la sua opera prima, Poesie dopo la festa. Altri suoi inediti sono usciti su riviste come Atelier, QuidCulturae, Mosaik, Poetarum Silva, Interno Poesia. Vive a Bologna dove insegna Lettere in un Liceo Scientifico.

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