La Venezia di Iosif Brodskij

Fondamenta degli incurabili è solo un’opera che parla di Venezia?

Se così fosse non si potrebbe far altro che consigliarne la lettura agli appassionati ma, in realtà, in quest’opera Brodskij non si limita a parlare della città, bensì si serve di essa per compiere un percorso d’indagine dentro se stesso, e la città, Venezia, che è morfologicamente un susseguirsi di filtri e di specchi, lo asseconda senza sforzarsi in questo processo.

L’opera fu commissionata all’autore dal Consorzio Venezia Nuova e pubblicata in un’edizione fuori commercio nel dicembre 1989. L’autore continuerà a limarla ed ampliarla fino all’edizione definitiva uscita per Adelphi nel febbraio 1991. La commissione ha delle solide ragioni: l’autore ha deciso di trascorrere gran parte degli inverni della sua vita in questa città, perché da lei in qualche modo si sente chiamato e perché lei in modo unico, unica città se non unica esistenza al mondo, lo salva da se stesso e dai mali del suo tempo. Mali che uno scrittore deve, a sue spese, mettere sempre a fuoco per rafforzare la propria capacità comunicativa, per essere sempre in grado di accedere alle categorie universali del linguaggio.

Brodskij decide di portare il lettore dentro Venezia facendolo prima entrare nella sua vita, nella sua inquietudine, nella sua quotidiana esperienza di uomo, di turista, ed il lettore può solo fidarsi. Così, quasi fosse Caronte, o un semplice gondoliere, inizia la discesa negli inferi del suo inconscio e della sua sensibilità.

Emerge da ogni periodo del breve compendio il suo desiderio di far capire al lettore quello che lui, non solo intellettualmente, ma nel profondo, sente. Ad ogni svolta l’autore si vuole assicurare che il lettore lo stia seguendo attentamente, perché, di Venezia, nessuno dovrebbe perdersi nulla. Si percepisce la necessità di comunicare la sua epifania, tardiva scoperta, che, proprio per la natura che caratterizza ogni epifania – momentanea e concessa solo ad una persona in un momento preciso del tempo, cristallizzato in uno spazio definito – non può essere comunicata attraverso le parole. Ciò a cui le parole possono rendere giustizia è invece il sentimento di necessità che l’evento ha portato nell’autore. Questo tentativo comunicativo pur non riuscendo fino in fondo non rende l’opera, tesa ad inseguire metafore estreme e non sempre consone, faticosa o di difficile lettura, ma bensì profondamente struggente. Dunque il fine si realizza per vie traverse: la commozione dell’autore penetra il lettore che lo vede in alcuni punti muovere le parole con l’entusiasmo di un bambino.

 

Brodskij non è cresciuto con il mito o con il sogno di vedere Venezia, conosceva Venezia ma ci finisce quasi per caso, senza aspettative, e – come ogni oggetto di un amore maturo – l’incontro con Venezia non è folgorante, ma stimola in lui una lenta, ma imprescindibile, necessità di analisi e comprensione. Tanto più la comprende, tanto più la ama. La città non è salvifica in sé, lo salva perché è materia d’indagine.

Tutt’altro si potrebbe dire della Venezia di Proust, tanto desiderata dal protagonista della Recherche. La salvezza che Marcel spera di trovarvi è la stessa in cui Brodskij s’imbatte, ossia una salvezza da se stesso.  Quando l’io narrante della Recherche arriva a Venezia, però, il lettore capisce subito che è condannato: non ha trovato e non troverà ciò che cercava. Non dice di essere rimasto deluso da Venezia, né parla negativamente della sua esperienza da turista, degli italiani o del cibo, ma semplicemente non ne parla. Lui che spende pagine su pagine per descrivere una camera d’albergo, per indagare come varia la sua percezione tanto che varia l’inclinazione della luce in una stanza, dedica a questa esperienza davvero poche pagine; vuote nella sostanza, anche stilistica, prive d’entusiasmo.

Non c’è salvezza a Venezia per lui, o c’è e lui, che esaudisce le potenzialità del suo sentire tutte all’interno di sé stesso, non vuole accoglierla? Quale che sia la risposta a questa domanda, la prima ipotesi resta valida in ogni caso.

Venezia non è un amore per lui perché non diviene materia d’indagine, non gli offre una sospensione dalla riflessione metafisica che ognuno di noi – lui in particolar modo – fa partendo da sé.

È certo che Marcel non ne riesce a cogliere la magia, l’incanto, ma la percepisce fin da subito quasi come un’alterità naturale, dotata di una sua coscienza, alla quale dunque non è possibile abbandonarsi:

 

Così disposte ai due lati del canale, le abitazioni facevano pensare a luoghi naturali, ma di una natura che avesse creato le proprie opere con un’immagine umana.

 

Brodskij sente la città al di fuori di sé, con rispetto reverenziale la osserva e la vede come la lacrima che restituisce l’amore all’uomo, la bellezza al tempo. La regina delle acque, perché come scrive Melville “l’acqua è sposata per sempre con la meditazione” ed indubbiamente Venezia deve gran parte del suo potere alle acque che la attraversano e la purificano, e chiarificano ogni giorno, con il loro continuo rifluire, anche il cammino di chi la attraversa. Scrive Brodskij:

 

Il pizzo verticale delle facciate veneziane è il più bel disegno che il tempo-alias-acqua abbia lasciato sulla terraferma, in qualsiasi parte del globo. […] È come se lo spazio, consapevole – qui più che in qualsiasi altro luogo – della propria inferiorità rispetto al tempo, gli rispondesse con l’unica proprietà che il tempo non possiede: con la bellezza. Ed ecco perché l’acqua prende questa risposta, la torce, la ritorce, la percuote, la sbriciola, ma alla fine la porta pressoché intatta verso il largo, nell’Adriatico.

 

Ripetoacqua è uguale a tempo, e l’acqua offre alla bellezza il suo doppio. Noi, fatti in parte d’acqua, serviamo alla bellezza allo stesso modo. Toccando l’acqua, questa città migliora l’aspetto del tempo, abbellisce il futuro. Ecco la funzione di questa città nell’universo. Perché la città è statica mentre noi siamo in movimento. La lacrima ne è la dimostrazione. Perché noi andiamo e la bellezza resta. Perché noi siamo diretti verso il futuro mentre la bellezza è l’eterno presente. La lacrima è una regressione, un omaggio del futuro al passato. Ovvero è ciò che rimane sottraendo qualcosa di superiore a qualcosa di inferiore: la bellezza all’uomo.

 

 

 

Fondamenta degli incurabili è un piccolo saggio di taglio autobiografico dove però non si ammassano in modo confuso vari pezzi della vita dell’autore, o le sue percezioni, ma l’esperienza è tutta concentrata sulla città, l’autore è rispettoso e attento. Le piccole divagazioni sui fatti insignificanti della sua esperienza personale non chiedono attenzione al lettore, ma gli permettono di riposare gli occhi da tutta la bellezza che l’autore è, senza dubbio, riuscito a portare sulla carta.

 

 

 

Qualcos’altro su Venezia..

 

  • WILLIAM HAZLITT
    Note di un viaggio in Francia e Italia– 1826 Venezia

“[…] L’effetto è certamente magico, abbagliante, sconcertante. Dapprima ci si sente un po’ storditi: non si è del tutto certi di dove si appoggi il piede, come sul ponte di una nave. Si entra nei suoi canali, stretti e gai, e si scopre che non sono stati scavati nella terra: si scorre tra file di palazzi e sotto ponti ad ampia arcata, stipati sulle verdi onde del mare. Si comincia a pensare che per tutta la città si debba procedere per via d’acqua, in questo modo, e si debbano usare i remi invece dei piedi. Si sbarca, e si visitano banchine, piazze, mercati, teatri, chiese, saloni, palazzi, si salgono alti campanili e si passeggia in giardini ombrosi, senza che ci si ricordi una sola volta di non essere sulla terra ferma. […]. Venezia è carica di ornamenti come una ricca ereditiera di città lo è di gioielli. Sembra sia l’ordine naturale delle cose. La sua nascita fu una cosa mirabile: il suo fine è sorprendere. La forte inclinazione radicata nel suo genio è sempre per ciò che è fastoso, singolare e fantastico.”

(Biblioteca di lingue)

 

GEORGE GORDON BYRON
Le Peregrinazioni del nobile Aroldo – 1816

Canto the Fourth 
I.
I stood in Venice, on the “Bridge of Sighs;”
A Palace and a prison on each hand:
I saw from out the wave her structures rise
As from the stroke of the Enchanter’s wand!
A thousand Years their cloudy wings expand
Around me, and a dying Glory smiles
O’er the far times, when many a subject land
Looked to the wingéd Lion’s marble piles,
Where Venice sate in state, throned on her hundred isles!II.
She looks a sea Cybele, fresh from Ocean,
Rising with her tiara of proud towers
At airy distance, with majestic motion,
A Ruler of the waters and their powers:
And such she was; – her daughters had their dowers
From spoils of nations, and the exhaustless East
Poured in her lap all gems in sparkling showers.
In purple was she robed, and of her feast
Monarchs partook, and deemed their dignity increased.
[…]
Canto quarto
I.
Ero a Venezia, Ponte dei Sospiri;
ai due lati un Palazzo e una prigione:
le forme sue sorgevano dalle onde,
come, d’incanto, al tocco d’una verga!
Mille anni spiegan quelle fosche ali,
e una Gloria sorride moribonda
pensando al tempo in cui terre asservite
fidavano nei marmi del Leone,
di Venezia fastosa, su cent’isole in trono!II.
Sembra, d’Oceano fresca, una Cibele,
con tiara di superbe torri sparse
s’innalza, maestosa nel suo gesto,
Sovrana d’acque e del potere loro:
e tale fu; e in dote alle sue figlie
spoglie di stati; e il dovizioso Oriente
piogge di gemme in grembo le versava.
Di porpora vestiva, e al suo convito
Sedevano i monarchi, stimandosi onorati.
[…]
  • Madonna con il Bambino, Giovanni Bellini

 

 

One Comment

  • Portale Venezia

    07/11/2017 at 09:46

    Ottimo articolo! Mi trovo d’accordo in tutto, Fondamenta degli incurabili non è solo un’opera in cui Brodskij descrive Venezia ma è anche una raccolta delle sue impressioni, accompagnando e trasmettendo la sua sensibilità al lettore.

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