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LA TURCHIA AL BIVIO: COSA OSSERVARE DEL VOTO DI OGGI?

Circa sessanta milioni di aventi diritto si recano oggi a votare in Turchia per le elezioni parlamentari e presidenziali più importanti degli ultimi anni: il grande Paese anatolico è infatti al bivio fra un decennio di potere pressoché assoluto nelle mani di Recep Tayyip Erdoğan e la seria messa in discussione del suo predominio. Occorre intendersi: le probabilità che il “Sultano” – com’è stato soprannominato per le tendenze neo-ottomane – non venga eletto alla carica di Presidente sono minime. Ma le modalità e le proporzioni con cui porterà a compimento il suo progetto egemonico conteranno molto, in prospettiva. Vediamo perché.

Le elezioni del 24 giugno sono le prime con il nuovo sistema presidenziale, fortemente voluto dal partito al potere, l’AKP, in particolare da Erdoğan, e approvato lo scorso anno con una risicata e contestatissima maggioranza del 51,4% in un referendum costituzionale. Chi verrà eletto avrà in mano poteri amplissimi: sarà al contempo capo dello Stato e del governo, potrà emettere decreti esecutivi, stabilire le regole e le procedure per la nomina di funzionari pubblici e nominare funzionari amministrativi, scegliere personalmente 4 dei 13 giudici che comporranno il “Consiglio dei giudici e dei pubblici ministeri”, oltre che nominare e revocare il Vicepresidente e i ministri.

Secondo quanto stabilito dalla riforma, l’elezione del Presidente richiede un unico turno elettorale, coincidente con il voto parlamentare, se uno dei candidati supera il 50% delle preferenze; e un secondo turno di ballottaggio fra i due più votati in caso contrario. Il primo timore di Erdoğan è essere costretto al ballottaggio – eventualmente previsto per l’8 luglio – contro il candidato presidente del partito laico e kemalista CHP, Muharrem İnce. Il rientro nel sontuoso palazzo presidenziale (Ak Saray, costato 600 milioni di dollari ai contribuenti turchi) sarebbe infatti “macchiato” dal mancato appoggio della maggioranza assoluta della popolazione e striderebbe con la retorica dell’avanzamento travolgente nei consensi sempre usata dall’AKP. La seconda paura di Erdoğan è che il partito filo-curdo e libertario HDP (il cui leader e candidato alla guida del Paese Selahattin Demirtaş è in carcere a Edirne, accusato di “sostegno al terrorismo”) superi l’altissima soglia di sbarramento del 10% ed entri nell’assemblea parlamentare. A quel punto, infatti, sarebbe difficilissimo per l’AKP ottenere la maggioranza assoluta dei seggi e il Presidente, sebbene armato di notevoli prerogative decisionali, si troverebbe a convivere con un Parlamento “di opposizione”. E’ per questo motivo che alcuni elettori secolaristi, la cui preferenza naturale andrebbe al CHP, stanno pensando al voto disgiunto: Muharrem İnce per le presidenziali, ma HDP per le legislative. Una scelta non facile e che probabilmente molti non riusciranno a compiere per coerenza personale, ma che tatticamente sarebbe una mossa di peso.

Per evitare entrambi gli scenari sgraditi, la macchina del consenso dell’AKP e del partito alleato nazionalista MHP si è messa in moto a pieno regime:; televisione e stampa filogovernativa (vale a dire, il 90% del sistema informativo tradizionale) hanno garantito una copertura continua dei comizi e degli incontri di Erdoğan, riservando briciole – e su alcuni canali nemmeno quelle – alle opposizioni che si presentano per la prima volta unite in coalizione per la corsa parlamentare; molti seggi del sud-est anatolico sono stati spostati anche a decine di chilometri di distanza, ufficialmente per sottrarli all’influenza del PKK ma in realtà, si sospetta, per scoraggiare l’affluenza al voto dei curdi e quindi sottrarre voti all’HDP; in un video finito non si sa come in rete, lo stesso Erdoğan – durante un incontro a porte chiuse con militanti dell’AKP – suggerisce candidamente di depennare dalla liste elettorali gli elettori notoriamente simpatizzanti dell’HDP. In questi giorni è stato anche vietato l’ingresso nel Paese ad alcuni osservatori stranieri intenzionati a monitorare la regolarità del voto, respinti alla frontiera perché rappresenterebbero “un pericolo per la sicurezza dello Stato”. In alcune zone rurali sono poi stati denunciati da esponenti dell’opposizione i consueti mezzucci del voto di scambio, ad esempio la promessa di 500 lire turche in cambio del voto (il meccanismo consisterebbe nel portare con sé al seggio una scheda già timbrata AKP, e riportare indietro come prova dell’avvenuta votazione la scheda vergine).

In questo difficilissimo quadro, l’opposizione ha dato vita ad una campagna elettorale basata su Internet e sull’uso intensivo dei social, in cui si è mostrata particolarmente abile Meral Akşener, la candidata dell’İyi Parti (“il buon partito”, di destra ma coalizzato con il CHP e con gli islamici del “Partito della felicità”). I comizi di Muharrem İnce ad Ankara, İstanbul e Smirne hanno avuto una affluenza straordinariamente alta nonostante il silenzio degli organi di informazione ufficiali. L’impegno “porta a porta” per convincere i cittadini, i gazebo elettorali capillarmente diffusi – spesso vandalizzati e attaccati da estremisti – le colorate iniziative per comunicare il proprio messaggio di cambiamento, sono tutte prove della determinazione con cui le opposizioni tentano di ribaltare il risultato più scontato. Bisogna ricordare che questo accade in un Paese dove dal tentato golpe del luglio 2016 è in vigore lo stato di emergenza, più di 140.000 dipendenti pubblici hanno perso il lavoro per supposte connessioni con la rete gülenista, e 150 giornalisti si trovano in carcere da mesi o anni con accuse gravissime. Alla parte della società turca che in questo clima e con questi rischi si espone, manifesta, grida la sua volontà di tornare allo stato di diritto, va riconosciuto il grande coraggio delle proprie azioni. Farlo non è semplice e non è a costo zero, e gli europei che credono nei valori della democrazia hanno il dovere di non far sentire queste persone isolate e abbandonate. Oggi e nei prossimi mesi, che saranno duri qualunque sia l’esito delle urne: l’economia del Paese è in difficoltà e la lira turca ha perso circa il 20% del suo valore nell’ultimo anno. Questa è anche la ragione per cui Erdoğan ha anticipato di molto il voto rispetto alla data prevista nella riforma costituzionale, il novembre 2019: l’erosione del consenso rischiava di acuirsi, urgeva mettere al sicuro la propria posizione prima che le crepe si facessero troppo evidenti.

In conclusione, due saranno i dati principali da osservare nello scrutinio: se Erdoğan supererà al primo turno il 50% delle preferenze e se l’AKP si assicurerà la maggioranza assoluta dei seggi. Dovessero verificarsi entrambe queste condizioni, la Turchia potrebbe diventare per un decennio un Paese con un “uomo solo al comando” e un’opposizione ridotta all’afasia e all’impotenza. Se si dovesse invece andare al secondo turno e l’HDP superasse il 10% dei consensi, è sempre quasi certo che Erdoğan verrebbe eletto l’8 luglio, ma in un quadro decisamente più complesso e che non tarderebbe a mostrare conseguenze impensabili solo pochi mesi fa.

Andrea Spanu | Piché Café

Andrea Spanu, 1982. Dottore di ricerca in Storia contemporanea, ha studiato in particolare i temi della diplomazia culturale italiana. Vive e lavora fra Milano, dove insegna, e Missaglia, centro della Brianza lecchese dove si occupa di comunicazione istituzionale e di valorizzazione culturale e turistica del territorio.

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