• Home
  • /
  • Poesia
  • /
  • La Polonia, la Szymborska e la sua “Canzone nera”

La Polonia, la Szymborska e la sua “Canzone nera”

È fine marzo e nevica. Nevica come a dicembre, con lo stesso freddo. Mi sono messa a chiacchierare con la venditrice di obwarzanki (simili a grossi, buonissimi Bretzel) che si posiziona col suo banchetto sempre sotto casa mia, la stessa che vedo ogni mattina prima di prendere il tram, e ho commentato a mo’ di vecchia signora: “Ieri pareva primavera e oggi è di nuovo inverno!”. Ogni cosa, signorina, deve avere il suo corso, mi ha risposto. Sembra che qui siano tutti più saggi. Più saggi e provati, velati di una malinconia difficile da mandar via.

I tempi segnano le persone e in Polonia le hanno segnate profondamente. Ma anche il tempo. La rigidità dell’inverno mette a dura prova tutti: e il bello è che non ci si abitua, mi dicono. Ci sono luoghi che sono freddi pure a agosto, Auschwitz ad esempio (Oświęcim, prima che i tedeschi la ribattezzassero), dove anche il sole estivo batte piano, forse per non riuscire a dimenticare neanche lui. E mi chiedono continuamente perché sono venuta qui e soprattutto com’è possibile che parli polacco: si stupiscono che qualcuno si interessi alla loro cultura, alla loro rinomata “lingua impronunciabile” fatta di sole consonanti scivolose. È tanto bello l’italiano! E il vostro sole, la vostra poesia. Quando poi spiego che è proprio a causa di Wisława Szymborska se ho cominciato a farlo ed ho subito pensato all’Erasmus nella sua città del cuore, quasi mi si mettono a piangere emozionati.

Dalla mostra permanente “Szuflada” [Cassetto] in Plac Szczepański, Cracovia

Belli e strani, i polacchi: essi stessi un paradosso. Da un lato naturalmente tesi a sminuirsi e a mettersi da parte di fronte a tutto quello che è straniero – si vedono in giro moltissimi ristoranti che si vantano di avere la nostra cucina, negozi di moda con vestiti “direttamente dall’Inghilterra: nuove tendenze”, Starbucks ovunque dove a prenderci il caffè mi sento migliore, mi ha detto un’amica di qui – dall’altro fieramente patriottici. Forse è il risultato di molti, troppi anni di soffocamento, di un passato difficile da digerire e magari di anime ancora dolcemente confuse. Fatto sta che l’accoglienza che mi regalano ogni giorno è incredibile e questo posto sta diventando per me come una seconda casa. Perché Cracovia è magica: piena di mercatini, artisti di strada, caffè letterari dove un tempo non troppo lontano si riunivano quelli che sarebbero diventati gli artisti più conosciuti della Polonia (tra cui appunto la Szymborska, la Lipska, ma ancor prima Matejko, Wyspiański e altri); densa di una storia ancora viva, che si respira forte soprattutto fra le strade del quartiere ebraico di Kazimierz; infine bella, bellissima sotto la luce di tutte le stagioni dell’anno, “perché che cos’è poi se non una donna ferita” – come dice sempre un mio amico.

Dall’angolo artistico in fondo a ulica Floriańska, Cracovia

Adesso è maggio ed è già molto caldo, di colpo. Ecco un altro contrasto tangibile di questa terra di cui la sua gente porta i segni inevitabilmente pure nella vita, nel proprio carattere – gli artisti anche nell’arte. La Szymborska amava infatti mescolare tragico e comico, due estremi apparentemente incompatibili eppure nella sua poesia spesso così connessi: “gioia e tristezza”, “incanto e disperazione” in lei vanno a braccetto. Come a dire: delle disgrazie si deve parlare, sì, ma bisogna pur sempre condirle con un pizzico di leggerezza. Ci si può infatti riferire al vuoto e al dolore lasciati dalla morte di un caro parlando di quello che prova un semplice gatto in un appartamento vuoto, ormai solo (questo a un gatto non si fa), o dello sconvolgimento emotivo che ne segue (lui doveva tornare giovedì, ma non è mai tornato) descrivendo una donna che invece di mettere sul fuoco il bollitore per il tè e lavarsi i capelli come di norma, finisce per mettere sul fuoco il giovedì e lavare il tè, tanto è turbata.

Per questo la Szymborska si distingue e brilla: c’è profondità, serietà, tristezza nella sua poesia, ma pure ironia, delicatezza, ricerca di pace. E tutto ciò in egual misura, in perfetto equilibrio: quello che colpisce è insomma la sincerità del suo verso, la volontà di arrivare diretta, utilizzando forme e parole assolutamente quotidiane (a tutti è capitato di pensare, leggendola, “esatto, non avrei potuto dirlo meglio!”) ma rinfrescate, rielaborate in una veste nuova. Di lei incanta lo sguardo inusuale, ironico, spesso attento al dettaglio più inaspettato, ma sempre e comunque umile: In sogno […] / ho talento, / scrivo grandi poemi. Ancora meglio lo si vede in “Epitaffio”:


Qui giace come virgola antiquata
l’autrice di qualche poesia. La terra l’ha degnata
dell’eterno riposo, sebbene la defunta
dai gruppi letterari stesse ben distante.
E anche sulla tomba di meglio non c’è niente
di queste poche rime, d’un gufo e la bardana.
Estrai dalla borsa il tuo personal, passante,
e sulla sorte di Szymborska medita un istante.

Diciamocelo: ormai della Szymborska si conosce quasi tutto, e forse questo lo si deve in primis alla mega edizione Adelphi (quasi opera omnia, ad eccezione dell’ultima raccolta, “Basta così”, pubblicata poi separatamente) uscita nel maggio 2009, grazie alla quale pare proprio che anche i più digiuni di poesia l’abbiano saputa apprezzare – e ad oggi, più o meno consapevolmente, ne conoscono addirittura alcuni versi a memoria. Bisogna però ricordarsi del grandissimo polonista Marchesani, nonché, appunto, voce della Szymborska in italiano: è infatti soprattutto merito suo se la amiamo così tanto. Noto per la sua penna agile, rispettosa, attenta, capace di neutralizzare l’impressione di trovarsi di fronte ad una traduzione, ha saputo rendere i versi della Szymborska leggiadri e genuini anche nella nostra lingua (anche se spesso ha deciso di non rendere le rime). Dopo la sua morte, avvenuta nel 2011, è stato invece Silvano De Fanti ad occuparsi di tradurre l’ultima raccolta, anche questa molto conosciuta ed amata, di cui la poesia “Catene” è una delle più belle, a mio parere:

Giorno afoso, una cuccia e un cane alla catena.
Poco più in là una ciotola ricolma d’acqua.
Ma la catena è corta e il cane non ci arriva.
Aggiungiamo al quadretto ancora un elemento:
le nostre sono molto più lunghe
e meno visibili catene
che ci fanno passare accanto disinvolti.

Ma ecco il colpo di scena – vi stupirà venire a conoscenza del fatto che di questa poetessa non si conosce proprio tutto, in realtà: a mancare all’appello, infatti, è la raccolta “mai uscita”, l’esordio “mai edito”, dal nome Czarna piosenka, ovvero Canzone nera: pubblicata in Polonia soltanto nel 2014, in italiano ancora non ha trovato voce. Oltre alle pochissime poesie già tradotte da Marchesani (Una volta sapevamo in mondo a menadito, Uscita dal cinema e Canzone nera), il resto del libro non è mai stato tradotto. Per questo si può dire si tratti di uno scrigno perlopiù inesplorato, accessibile solo a chi conosce il polacco (e comunque, anche per simili rari individui, disponibile da soli quattro anni: anche in lingua originale ad oggi esistono ben poche edizioni critiche/recensioni al riguardo). La bellezza di questa raccolta, contenente una quarantina di poesie, consiste nel sentirsi a tu per tu con una Wisława ancora giovanissima, dalla penna a tratti acerba, a tratti forte e già molto decisa, soprattutto nei componimenti del ‘45 che parlano di guerra o comunque in quelli più ideologico-politicheggianti. Ma a un occhio già abituato al suo stile non possono sfuggire alcune avvisaglie tipiche della sua scrittura più matura successiva: versi brevi, spesso poco elaborati, dalla struttura semplice e lineare ma al contempo incisivi e forti: To szum muszli tęskniącej za morzem [Questo è il rumore della conchiglia a cui manca il mare], Za chmurami noc nie jest bezgwiezdna [Dietro le nuvole la notte non è priva di stellle] o Jakim życiem chwili tej sprostać [Con quale vita affrontare questo istante]; ma fra questi versi di dolore risaltano anche i primi embrioni ironici: Odtąd będę na murach, niepozbędny jak afisz./ Nierówne – napis napis – / pstre placki. […] wiec na rynku/ bal mody/ dziś flaczki [D’ora in poi sarò sui muri, intoglibile come un manifesto./ Irregolari – scritta scritta – /sprazzi multicolore. […] raduno in piazza/ ballo di gala/ oggi trippa]; bellissimi anche i versi dedicati all’“Autobiografia di un giorno”, in cui la nostra autrice fa concretamente parlare una giornata, un giorno appunto, come se fosse questo a scrivere, dal proprio inizio alla propria metaforica morte: Wyzwalam się w pryśnięciu deszczowego bąbla. / Wschodzę cicho nad dachy [Mi attivo allo svanire di una bolla di pioggia./ Sorgo silenzioso sopra i tetti]. Ci sono poi poesie che assumeranno forme nuove nelle raccolte successive, come se la Szymborska avesse deciso di partorirne delle versioni alternative ma sempre a partire da questi componimenti giovanili – forse per lei non del tutto soddisfacenti, ma nemmeno da gettar via.

In effetti la storia di Canzone nera è travagliata e ancora poco chiara nei suoi sviluppi; il titolo stesso è stato scelto successivamente e le poesie raggruppate non da lei. Si pensa che la raccolta non abbia visto la luce immediatamente a causa dell’allora imperante realismo socialista – erano tempi, come si può immaginare, piuttosto difficili per un debutto. Fa strano pensare che solo da pochi anni l’abbiamo finalmente fra le mani, ma è proprio il caso di dire “meglio tardi che mai”. E anche se ad oggi nessuno si è ancora cimentato nella sua traduzione all’italiano (se non appunto io, me, molto timidamente), come insegna Claudio Magris, “tradurre è impossibile ma necessario”: è necessario che questo tesoro trovi la propria debita veste anche nella nostra lingua, a maggior ragione che la Szymborska in Italia è amatissima ed ha il merito di aver saputo risvegliare la sete di poesia in tanti cuori addormentati.

Foto: Linda Del Sarto e Benedetta Malanca

Traduzione dal polacco: Linda Del Sarto

Lascia un commento

Previous Next
Close
Test Caption
Test Description goes like this