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La poesia di Davoli compie trent’anni. Una nota personale e (poco) critica in margine ad un testo esplicito

Conosco Filippo Davoli da poco meno di dieci anni. Non un’eternità, certo: ma abbastanza per rallegrarmi con lui in un momento in cui il suo “vizio di scrittura” compie trent’anni (qualcuno in più, in realtà: ma, in questo caso, prendiamo per buono il discrimine cronologico del testo), festeggiati con un’antologia (Filippo Davoli. Poesie 1986 – 2016) mirabilmente prefata da Massimo Morasso.
Filippo non ha (più) paura di invecchiare. L’ansia di inseguire i giorni, tremenda macchina di autodistruzione che pochi riescono a disinnescare, Davoli deve averla affrontata de visu più di qualche anno fa, in uno di quei momenti in cui – suppongo – si giocano le partite decisive di tutta un’esistenza, in cui l’immagine riflessa dallo specchio non concede sconti, proroghe, indulgenze. Uscire indenni da certi coni d’ombra significa ri-concedersi alla luce, pacificarsi con la propria vicenda creaturale; e ritrovare una voce nuova, rotonda, intera, voce di testimonianza e di canto. Voce salda tra le cose del mondo , eppure sempre pronta all’aria, al volo:

*

Dall’abisso sale la luce
di una terra minuscola

la Parola è una vastità di chiarori
nel farsi dell’aria,
per quelle scure cavità di vita
dove le ore si rivelano al loro doppio
e brillano sommerse in un loro fulgore
segreto.
Come all’origine dell’aria.

Davoli ha saputo costruire, negli anni, una perseveranza testarda e serena, una attitudine alla vita che non lo ha reso bisognoso di una parola poetica che fosse stratagemma di fuga o marchingegno estetizzante coltivato con buon mestiere. La sua vicenda particolarissima di separazioni ed incontri, il suo continuo cercarsi e riconoscersi in altri volti di figli strappati ad un altro destino, non ha cercato di sublimarsi – e rinfrancarsi – nella scrittura poetica: è stata proprio la poesia, semmai, a nutrirsi di significati ulteriori, a dotarsi di una verità più piena. E la grazia e la luce che così spesso abitano i versi di Davoli, che rendono tutt’altro che difficoltoso, scorrendo tra le sue pagine, prendere coscienza di un’avvenuta vocazione, sono segni semplici, chiarissimi, del tutto umani: la poesia di Davoli non testimonia il suo innamoramento sovrumano con una lingua mistica, metafisica o straniante. Non sono i significanti ad essere spinti dentro la luce, portati ad esasperazione od iper – significazione: è la luce che viene accolta all’interno della lingua poetica, illuminandola spontaneamente, e producendo quel meccanismo misterioso (e talvolta inavvertibile: Ars celare artem! ) che ‘muove’ le cose “dal piano della natura a quello dello spirito”, per dirlo proprio con le parole di Morasso:

Sulla darsena infuocata
dove la rena si fa aspra
e un filo di saliva lega gli atomi
e un profilo di giovanetto attraversa
correndo il pergolato
sotto la luna torbida dei nuvoli
in un lampo di zolfo
in una meccanica di tiri incrociati

diresti che il temporale è come un segno
di ultimi tempi, di congegni finali
ora che anche il rumore
anche l’estremo respiro della voce
è bandito.

E’ fin troppo semplice, allora, ritrovare nei testi di Filippo Davoli individui, luoghi, cose ed oggetti più che evocazioni, doppi, analogie e trasfigurazioni; ma gli individui, le cose, i luoghi e gli oggetti non costruiscono neppure un inventario, un memoriale, uno strumento di catarsi diaristica. Grazie al sottilissimo e mal spiegabile sistema di equilibri e forze che è proprio della poesia, Davoli fa l’una e l’altra cosa: nomina ed illumina, trattiene per un attimo l’immagine davanti agli occhi (ut pictura poesis) e poi la abbandona con discrezione, la lascia andare, quasi celebrando – nei versi, come nella vita, con i suoi figli d’oltremare – una paternità discreta, uno sguardo vigile e appassionato:

Io sto nell’alba come sto nella vita:
fermo su me in attesa del giorno,
guardando scorrere un ruscello qualunque
sotto di me, portarsi via le illusioni.

Io sto con le parole che non si posano
oltre l’abbaglio di un miraggio lontano
che sembra farsi accanto ma sparisce
anche quando non fa tremare nulla. […]

La poesia di Davoli, a me piace particolarmente ricordarlo, è zeppa di musica. Quella conosciuta e amata dentro un silenzio coltivato per anni, con la dedizione del discente appassionato e curioso; quella praticata con la militanza (discontinua, forse: ma inesausta) dello studioso; quella dell’eterno innamorato della voce umana, da quella ferita e straziata di Billie Holiday, a quella fragile e luminosa di Chet Baker, fino alla passione mai taciuta per Mina, cui dedica una lirica di rara bellezza:

Mi piacerebbe che tu mi cantassi
ancora dall’inferno
con l’intensità che viene da una carne
che non trova pace. Allora
un acuto è una coltellata
e in un silenzio c’è tutta la tenerezza
dell’infanzia perduta. Allora
se graffia e arrota la voce è storia
e lezione di ferita e passione. […]

E non è tutto: la musica è anche (e soprattutto), per Filippo Davoli, negli incontri fortunati della vita. Su tutti, quello col cantautore milanese Claudio Sanfilippo (autore per la stessa Mina, Bertoli, Finardi, Cristiano de André e molti altri) col quale Davoli ha intessuto per anni una frequentazione mantenuta viva, oltre che per affinità di spirito, grazie ad una progettualità feconda, i cui esiti più felici sono raccolti in una incisione del 2016 (Avevamo un appuntamento), dove le canzoni di Sanfilippo dialogano con le poesie di Davoli e con la voce di Neri Marcorè. C’è, in questo disco – tra le altre – una poesia che a me pare una felice e fedele ‘miniatura’ espressiva (ed esistenziale) dell’universo di segni, immagini e spazi abitato da Davoli. Non un’epigrafe, però: una fotografia mobile, piuttosto. Un canto di ritorno, un arioso ispirato – come al solito – senza manierismi. Anche questa lirica, con cui mi piace concludere la mia nota ‘apocrifa’ e (poco) critica, è nell’auto-antologia ‘del trentennale’.

Per noi randagi piove sempre una notte
opportuna, un’occasione di scavi
nella memoria delle campagne,
una possibilità di voce. Le parole

escono da una stiva segreta
quando le stelle se le porta lo scirocco
e l’erba tumultua oltre il motore dell’auto.

[…]

La carta trema tra le nostre mani, la debolezza

ci spinge ad un silenzio che è sguardo e fuoco
e luminosa è l’attesa.

Emanuele Franceschetti

Emanuele Franceschetti (1990) è marchigiano, e vive a Roma. Si dedica ad attività di ricerca, didattica e divulgazione, musicale e musicologica. Dottorando in storia e analisi delle culture musicali presso l’Università La Sapienza di Roma e Master di I livello in Teoria e Analisi Musicale, ha partecipato a diversi convegni internazionali. In ambito musicale ha studiato chitarra jazz e improvvisazione, perfezionandosi, tra gli altri, con Roberto Zechini e Ramberto Ciammarughi. Dal 2011 collabora col poeta e scrittore Filippo Davoli, realizzando performance di poesia, musica e pittura. NeI 2017, ha composto ed eseguito un poemetto per chitarra sola e due voci, ‘La nostra debolezza così forte’ (dedicato alla terra marchigiana colpita dal sisma), presentato al festival ‘Le parole della montagna’ di Smerillo (FM). In ambito letterario, è autore di due raccolte di versi (Dal Labirinto, L’Arcolaio, 2011 e Terre Aperte, Italic Pequod, 2015). Collabora con diverse web-riviste (Midnight Magazine, Quid-Culturae, Quinte Parallele) dove scrive di teatro, letteratura e musica.

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